Il teatro riapre. Ma con quali proposte?

Intervista a Stefano Monti, regista del teatro musicale di fama internazionale

Florida State University Theater

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato che dal 15 giugno potranno riaprire cinema e teatri, naturalmente in sicurezza. Questa la sua dichiarazione: «Dal 15 giugno potranno riaprire cinema e teatri. Naturalmente attuando i protocolli di sicurezza. Non bisogna abbassare la guardia. Particolare attenzione soprattutto in alcune Regioni, come la Lombardia, che si trova in una fascia moderata di rischio. Mi rendo conto che difficoltà economiche e disagio sociale non spariranno. Ho letto i cartelli: senza aiuti non potremo riaprire. E sono consapevole che il decreto rilancio non potrà essere la soluzione di tutti i problemi. Il Dpcm offre comunque un ponte. Con il taglio dell’Irap e della Tosap. E guardiamo al futuro, con le misure per scuola, università, ricerca. Abbiamo speso energie fisiche e morali, ma non è il momento di fermarci. Ci aspetta il decreto sulle semplificazioni, quindi dovrò dedicarmi agli strumenti finanziari europei. L’obiettivo? Un’Italia più verde, più unitaria, più inclusiva».

Opere in forma di concerto?

Molti direttori artistici stanno ripensando le loro stagioni e alcuni stanno scegliendo, per quanto riguarda la lirica, di proporre le opere in forma di concerto, senza scene, costumi e azioni sceniche. Il teatro, però, non è questo: si frantuma l’essenza di questo spettacolo la cui emozione deriva anche dalla “teatralità” e non solo dalla musica, seppur magnifica. Allora, quali proposte artistiche si potrebbero fare per una condizione così nuova ed eccezionale? Ne parliamo con Stefano Monti, regista modenese affermato in tutto il mondo.

L’intervista

«Le nuove direttive governative impongono il distanziamento sociale sia in platea che sul palcoscenico e ciò che ne consegue sarà la scelta obbligata di titoli con organici ridotti, anche perché gli incassi diminuiranno con un pubblico assottigliato».


In questi giorni, e proprio secondo le nuove necessità, lei sta proponendo ai teatri “Il figliol prodigo” di Benjamin Britten; ce ne vuole parlare?
«La riflessione, che poi mi ha condotto al “Il figliol prodigo” di Benjamin Britten, parte da una precedente messa in scena dell’opera che realizzai negli anni novanta a Spoleto. La potrei paragonare a un atto di volontà per superare una condizione apparentemente “temporanea”, ma che sicuramente lascerà un segno indelebile in tutti noi, sia pubblico che artisti»


Può svelarci il punto di partenza di questa sua ricerca?
«L’agorà. Credo si debba ripartire dall’agorà, dalla piazza come palcoscenico sociale e teatrale, che permette di ridefinire la collocazione degli spettatori e quindi la necessaria distanza sociale. Per sopravvivere, il teatro dovrà uscire dagli spazi consueti e trovare nuove teatralizzazioni. È venuto il momento di ripensare a piazze, chiese, sagrati, cortili, chiostri, e tutti quei luoghi dove sia possibile ridefinire quanti spettatori e come disporli. Luoghi che consentano una maggiore libertà nella ricollocazione del pubblico.»


Perchè “Il figliol prodigo” di Britten?
«Il carattere dell’opera di Britten consente al pubblico di sperimentare l’empatia nonostante le distanze, lavorando sulla disposizione degli spettatori, sulla relazione tra spazio scenico e spazio del pubblico, sullo sguardo che si rimandano gli spettatori disposti a specchio intorno all’area delle azioni sceniche»


Lei ha evidenziato che a minor pubblico corrisponde un minor incasso. L’opera di Britten può rientrare in una economia più modesta?
«Sì: la necessaria limitazione in termini numerici del pubblico è compensata dalla esiguità dell’organico artistico corale, strumentale, solistico. La strada da seguire, a mio parere, è questa: proporre titoli che permettano una fruizione più intima dello spettacolo, all’insegna di una maggiore condivisione emozionale. È giunto il tempo di una cura di pillole di teatro per poi riavvicinare progressivamente il pubblico innescare agli spazi del teatro.»


Ci dia elementi concreti per immaginare la sua proposta.
«Nella mia precedente versione de “Il figliol prodigo”, il piano di calpestio degli interpreti era costituito da una pedana-palcoscenico attigua all’altare maggiore, dalla quale si diramavano, agli estremi, due lunghe passerelle proiettate verso l’esterno della chiesa e inframezzate da uno spezio intermedio non visibile agli occhi del pubblico. Gli spettatori erano collocati lungo i lati delle due lunghe passerelle e posti in una dimensione speculare, dove il senso di comunità si esaltava nello specchiarsi.»


Cosa ha prodotto questa nuova disposizione?
«Che per la prima volta nel teatro musicale è saltata la classica tripartizione sequenziale pubblico-orchestra-interpreti. Le azioni e gli oggetti emergevano dallo spazio tra le due passerelle, in una sorta di “fenditura”»


Mi ricorda Dante, del quale il prossimo anno si celebrerà i 750 anni dalla nascita, e il suo “Inferno”…
«Infatti! Questa disposizione rimandava simbolicamente a una leggenda nella quale si dice che per l’Inferno, Dante si sia ispirato all’Orrido di Botri, una fenditura nelle montagne della Garfagnana»


Quindi, un ritorno all’essenziale, in questo particolare periodo di post Covid-19. Ci sono altre ragioni più creative a sostenere la proposta dell’opera di Britten o simili?
«Oltre agli aspetti di fattibilità, voglio sottolineare i contenuti della proposta, che sembra racchiudere il “prima” e il “dopo” della pandemia che stiamo vivendo. Nel testo de “Il figliol prodigo” leggiamo la risposta del padre al figlio maggiore: “Ma questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”. Impariamo ad apprezzare una cosa o una persona soltanto quando ci è mancata, ci manca, ci sta per mancare. Questo è quanto ci ha ricordato il Covid-19».

Massimo Carpegna