JOKER: il cielo è nero sopra Gotham City

Todd Phillips confeziona un film superlativo, aiutato da un Joaquin Phoenix in stato di grazia. La pellicola colpisce, esalta e ci fa riscoprire Taxi Driver, che il regista prende come modello di riferimento.

JOKER: il cielo è nero sopra Gotham City

Subito fuori dal cinema, di sera, Modena somiglia a Gotham City. Forse perché il film è terminato da pochi minuti e la bomba emotiva è ancora calda nella tasca, forse perché il cinema Victoria sta proprio di fronte al carcere Sant’Anna o forse perché un pezzo di Artur Fleck siede in fondo all’anima di ciascuno di noi.

Arthur è ultimo fra gli ultimi, costretto a vivere insieme all’anziana madre in uno squallido appartamento immerso nella puzza di piscio dei sobborghi di Gotham City, dove respira appena e boccheggia, senza grazia, senza benessere e senza soldi. Soffre di depressione e gira inconsolabilmente a braccetto con uno strano disturbo psicologico, che lo costringe a ridere senza freni in qualsiasi luogo si trovi, facendo di lui un povero disagiato sociale ai margini della comunità. Tira a campare travestito da pagliaccio lungo le strade della città pubblicizzando l’azienda per cui lavora, ma ogni giorno che fa il clown, fa anche la guerra contro una società spietata che lo riempie di botte e lo abbandona. La sua esistenza è il peggio del peggio.

Si assiste alla parabola discendente di un uomo che tramonta, impazzisce e poi risorge. Desidera diventare un comico, ma finisce per odiare il sorriso e volerlo estirpare dal mondo intero. Licenziato e buttato via come immondizia, mentre esce dall’agenzia per cui lavorava, passa sotto la scritta “Non dimenticarti di sorridere”. La cancella e la cambia. Rimane “Non sorridere” e in quel preciso momento comincia la sua rivoluzione. Da lì in avanti, quella follia che per tutta la vita gli era stata accanto senza però mai conquistarlo, si impossessa definitivamente di lui. Il nuovo Arthur, divenuto Joker, non riesce ad amare per due e in una società che non lo ricambia, può solamente danzare, appiccare il fuoco e sconvolgere la città alla guida del suo feroce esercito pagliaccesco.

I contorni della vittima e dell’oppressore sono nitidi e facilmente riconoscibili. Sin dall’inizio, lo spettatore vive nella trepidante attesa di vedere Arthur prendersi la sua personale rivincita e diventare il re dei clown. In questa storia, tutto è sottosopra: Joker non è uno psicopatico assetato di distruzione, l’antagonista N.1 viene rappresentato dalla società e Thomas Wayne non è il papà buono di Bruce crudelmente ucciso senza motivo, bensì un potente e ricco uomo d’affari che si candida a sindaco di Gotham City. Il film è un viaggio dentro e fuori lo spirito fragile di Arthur, che da ultimo diviene primo, scoprendo il suo tragico passato nei corridoi di un ospedale psichiatrico ed attraversando le vie dell’inferno. Di fronte alla pellicola di Todd Phillips è impossibile non emozionarsi (la scena dell’angosciante danza di Joker sulla gradinata è già cult).

Il regista americano propone la versione più umana e meno fumettistica mai realizzata sul clown della DC Comics. La violoncellista islandese Hildur Guonadóttir realizza una colonna sonora forte e dirompente, capace di innalzarsi a co-protagonista del film. Mescola insieme famosissimi brani americani (Frank Sinatra, Jimmy Durante, Gary Glitter, i Cream ecc.) e sublimi composizioni originali, che riescono a trasportare lo spettatore in maniera cristallina dentro la tragica epopea di Arthur.

Qui, il principe dei clown non è il nemico, ma il sogno ed il lieto fine. Al termine dell’avventura, nonostante sia destinato al manicomio, Joker viaggia e ride a bordo di una volante della polizia osservando la rivolta della sua tribù, orgoglioso di raggiungere finalmente la libertà. Allo stesso modo del leader dei Foo Fighters, che da ragazzino, dopo aver sentito per la prima volta Jimi Hendrix, vuole una chitarra non per suonarla ma per spaccarla, anche dopo aver visto Joker si desidera tornare in sala. Non per riguardarlo un’altra volta, ma per dar fuoco allo schermo.

Riccardo Chiossi