Quest’anno l’euro ha compiuto vent’anni. Era il 1° gennaio 2002, vent’anni fa appunto, quando le banconote e le monete denominate in euro entravano in circolazione nei 12 stati membri dell’Unione Europea (Ue). Fino al 28 febbraio del 2002 euro e lira hanno circolato assieme e dal 1° marzo 2002 la lira ha definitivamente perso corso legale.
Oltre al ruolo economico, l’euro ambiva anche a un ruolo politico, o meglio simbolico: quello di unire i 19 Paesi che lo usano (tra i 27 Paesi dell’Unione Europea). Ma, sotto le apparenze simboliche dell’unità, non sono mancate le questioni politiche e gli effetti contrastanti, sia sul piano economico che su quello finanziario.
Con ogni probabilità l’euro ha favorito la stabilità dei prezzi e dei tassi di cambio, ma la politica della Banca centrale europea di abbassare i tassi di interesse ha causato un enorme problema sociale: la disparità di ricchezza tra chi possiede titoli o proprietà e i più poveri.
Fissare un tasso di cambio uniforme in Paesi con differenti esigenze ne ha poi favoriti alcuni del Nord Europa (Germania, Olanda e Austria) a scapito dei Paesi del Sud (Italia, Spagna, Francia), oltretutto senza dare all’euro un peso sufficiente rispetto al dollaro.
C’è poi l’«effetto di arrotondamento» dell’euro, cioè il rialzo sui prodotti di largo consumo (pane, pasticceria), e più ancora sulle consumazioni nei bar e nei ristoranti. In leggero ribasso invece l’effetto per i principali elettrodomestici e altri prodotti industriali. Nel complesso le stime più accreditate parlano generalmente di un impatto moderato nel passaggio all’euro, nell’ordine dello 0,1- 0,2% su tutti i prezzi.
Una valutazione decisamente differente – una vera e propria stangata – arriva invece da una ricerca recente portata avanti dall’associazione dei consumatori Consumerismo No Profit e dal Centro Ricerca e Studi di “Alma Laboris Business School”, una società specializzata in Master e Corsi di Alta Formazione e specializzazione per professionisti. L’indagine ha confrontato i prezzi di un paniere di 100 elementi tra beni e servizi, sottoponendo ad analisi le differenze tra i listini al dettaglio in vigore ai tempi della lira e quelli attuali.
Apprendiamo in questo modo che i prezzi di alcuni beni si sono addirittura triplicati negli ultimi vent’anni. Ad esempio nel caso del cono gelato: nel 2001 nelle gelaterie il classico cono aveva un costo pari a 1.500 lire (0,77 euro), mentre oggi costa in media 2,50 euro (+224,7%). In forte aumento anche il prezzo di una comunissima penna a sfera, impennato del +207,7%, balzando dalle vecchie 500 lire (0,26 euro) a 0,80 euro.
Rialzi consistenti anche nel campo della ristorazione, mangiare fuori adesso costa molto più caro: «La classica margherita consumata in pizzeria ha subito un rincaro del +93,5%, il supplì è aumentato quasi del 124%, e il tramezzino al bar addirittura del +198,7% – illustrano Consumerismo e Alma Laboris Business School – La colazione al bar (cappuccino e cornetto) costa il 93,3% in più, mentre la pausa caffè è più salata del 55,2% (tuttavia negli ultimi giorni i listini dei pubblici esercizi stanno subendo ritocchi a rialzo a causa del caro-bollette)».
La ricerca spiega che col passaggio all’euro anche le abitudini degli italiani sono cambiate: basti pensare che se nel 2001 la mancia minima al ristorante era circa di 1.000 lire a persona, oggi mediamente si lasciano 2 euro sul tavolo (+284,6%).
Cattive notizie anche dal settore dei trasporti: oltre alla benzina, i cui prezzi sono più che raddoppiati dal 2001, oggi prendere il bus costa di più: per esempio a Milano il biglietto è passato da 1.500 lire (0,77 euro) agli odierni 2 euro (+159,7%). Quanto all’auto, se nel 2001 per comprare una utilitaria servivano 10.300 euro, oggi bisogna spendere (senza incentivi e rottamazione) una cifra che si aggira attorno ai 16.150 euro per una piccola utilitaria di media categoria.
«Migliore la situazione per i prodotti per l’igiene e la cura personale: per shampoo, deodoranti, schiuma da barba, pannolini, carta igienica, spazzolini da denti, bagnoschiuma, i rincari sono al di sotto del +50%. Ma – mettono sull’avviso quelli di Consumerismo e Alma Laboris – si spende di più per riempire la dispensa di casa: per i prodotti alimentari, tra quelli che hanno subito gli incrementi di prezzo più elevati troviamo i biscotti (+159%), la passata di pomodoro (+148%), il cacao (+143%), il sale (+134%), l’olio d’oliva (+114%), le uova (+103%)».
«Oltre ai prezzi, rispetto ai tempi della lira sono cambiati anche gli stipendi percepiti dagli italiani, che salgono rispetto al passato, ma ad una velocità inferiore – spiega Dario Numeroso, amministratore di Alma Laboris Business School – Se nel 2001 la retribuzione media lorda di un lavoratore era di circa 19.500 euro annui, oggi si aggira attorno ai 29.300 euro, con una crescita del +50,2% in 20 anni».











