Limoni: preferiamo quelli di importazione e intanto le aziende italiane falliscono.

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Il limone è conosciuto per i suoi molteplici utilizzi e per essere un intramontabile alleato della nostre salute, viene usufruito per disinfettare la cucina dopo i pasti, per lavare il pavimento, come condimento, per cucinare delle deliziose torte o per fare il limoncello. Ma quando ci rechiamo al supermercato, notiamo che l’offerta è sempre più d’importazione che nazionale, presentata al banco ad un prezzo esorbitante: 3,50/4 euro al chilo, o qualcosa in più. Alla fatidica domanda ”dove sono finiti i nostri limoni?” ci rispondono che sono sulle piante, e lì resteranno fino a marcire. I limoni in Italia ci sono, le nostre piante ne producono a volontà con ben 6/7 fioriture l’anno, ma gli agricoltori scelgono di non raccoglierli, o meglio, sono costretti a non raccoglierli. Perché? Facciamo il punto della situazione.

La produzione nazionale, scrive Coldiretti , da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di trecento milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni. E’ la globalizzazione, ci dicono i bene informati, come se si trattasse di un destino ineluttabile, legato al progresso  e chi non la pensa così è un arretrato, con una visione vecchia, stantia, delle cose e del mercato. Circa il 25% dei limoni che vengono consumati nel Bel Paese, infatti, sono di importazioneil primo fornitore dell’Italia è la Spagna, con 55,3 milioni di chilogrammi, segue l’Argentina con 19 milioni di chilogrammi, poi il Sudafrica (5,3 milioni di chilogrammi) e la Turchia (3,4 milioni di chilogrammi). Questi limoni vengono poi venduti ad un prezzo relativamente più basso, dovuto al basso costo di produzione, basti pensare che in Sicilia una giornata di lavoro viene retribuita per 70 euro, contro i 4 della Turchia.

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E’ proprio la Sicilia a vivere, in primis, il dramma dei limoni: essa, da sola, produce l’85% dei limoni italiani, limoni che, adesso, è costretta a veder marcire sui propri alberi. Prima ci chiedevamo il perché, la risposta è molto semplice:  ai contadini […] non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli. E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami (clicca qui per leggere l’articolo originale). Il guadagno non esiste, e le imprese agricole  falliscono. Negli ultimi anni sono oltre 500 le imprese che hanno dovuto chiudere i battenti, solo in Sicilia più del 40% negli ultimi dieci anni, e sono tante le persone che si sono ritrovate a non avere più un lavoro. Feroce è la testimonianza rilasciata a La Repubblica di Agostino Pennisi, produttore agricolo di Acireale: non riusciamo più a stare in piedi, ci sono spese che dobbiamo sostenere per mantenere in vita il terreno, ma i soldi che abbiamo non bastano più. Dall’Unione europea riceviamo qualcosa, ma è un contributo minimo in rapporto ai costi. Io, per esempio, ogni anno ricevo 18 mila euro, a fronte di spese per 200 mila. Ho dovuto licenziare parte del personale, da 12 persone adesso sono rimasti in 5. 

Una soluzione c’è? C’è, è semplice ed è sempre Pennisi ad illustrarcela: basterebbe destinare dei fondi per incentivare un miglioramento nella produzione, per creare un prodotto più omogeneo, appetibile per il mercato.

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