Linee di Nazca: il primo geoglifo scoperto da un’intelligenza artificiale

Grazie alla rapidità nell'analisi dei dati, l'intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un valido assistente per i ricercatori

Forte, coraggioso, e armato di frusta. Questo è l’archeologo secondo Hollywood, un avventuriero che affronta mille nemici e maledizioni pur di recuperare preziosi manufatti appartenuti ad antiche civiltà. Se questa immagine vi suona esagerata e poco realistica, allora vi sorprenderà sapere che la realtà potrebbe aver superato la fantasia: infatti, i futuri archeologi potrebbero essere dei robot!

Un team di ricercatori della Yamagata University (Giappone) ha recentemente annunciato la scoperta di ben 143 geoglifi nel deserto di Nazca, in Perù. Ciò che colpisce maggiormente è il fatto che una di queste raffigurazioni è stata individuata grazie all’aiuto di un’intelligenza artificiale, sviluppata da IBM.

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È la prima volta che tale tecnologia viene impiegata per identificare i geoglifi e, secondo gli archeologi, rappresenta un valido strumento per studi futuri.

I geoglifi di Nazca

Le linee di Nazca sono un insieme di raffigurazioni – chiamate geoglifi – impresse sulla superficie dell’omonimo deserto, nel Perù meridionale. Esse sono state realizzate rimuovendo le rocce nere che ricoprono la regione, facendo emergere la sabbia sottostante – di colore chiaro.

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Uomini, ragni, giaguari, pesci, colibrì, fiori, questi sono solo alcuni dei soggetti inclusi nello splendido caleidoscopio di piante e animali che misteriosi artisti hanno voluto realizzare in un passato remoto.

Dalle prime testimonianze – risalenti al XVI° secolo – ad oggi, sono stati identificati oltre 1000 geoglifi, dalle forme e dimensioni più disparate. Le funzioni di queste linee sono ancora avvolte nel mistero, tuttavia gli archeologi hanno formulato diverse ipotesi.

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Ad esempio, si ritiene che le raffigurazioni più grandi – lunghe anche un centinaio di metri – si trovassero in corrispondenza di luoghi sacri, dove i sacerdoti compivano cerimonie rituali. Questi geoglifi – indicati come tipo A – sono costituiti da linee e furono realizzati dal popolo di Nazca tra il II° e IV° secolo D.C.

Al contrario, i geoglifi di tipo B sono generalmente più piccoli e formati da splendide superfici colorate. Questi reperti risalgono ad un’età più antica – tra il II° A.C. e il II° D.C. – e si trovano su pendii o vicino a sentieri, perciò è possibile fungessero da indicazioni per i viandanti.

Intelligenza artificiale ed archeologia

È proprio a quest’ultima categoria che appartiene il primo geoglifo scoperto da un’intelligenza artificiale: la misteriosa figura di un uomo che indossa un copricapo e stringe un bastone nella mano.

Ma come si è arrivati a questo straordinario risultato?

Il tutto è nato da una collaborazione fra l’università di Yamagata e la International Business Machines Corporation – meglio nota come IBM. Quest’ultima ha offerto ai ricercatori l’opportunità di impiegare la Watson Machine Learning Community Edition.

Proprio come uno studente, l’A.I. (dall’inglese artificial intelligence) ha studiato le linee di Nazca osservando numerose immagini, in modo da imparare a riconoscere l’aspetto dei geoglifi.

In seguito, i ricercatori le hanno fatto analizzare un’enorme quantità di dati che, senza questa tecnologia, avrebbe richiesto molto tempo per essere elaborata. Così, l’intelligenza artificiale ha individuato vari, possibili, candidati, uno dei quali si è rivelato essere un nuovo geoglifo.

In futuro, i ricercatori intendono utilizzare un A.I. ancora più potente – chiamata IBM PAIRS Geoscope – per realizzare una vera e propria mappa dei geoglifi presenti nella regione.

Questo progetto consentirà una migliore conservazione delle splendide linee di Nazca. Protette per migliaia di anni dal clima secco e stabile del deserto, l’espansione delle aree urbane minaccia infatti di compromettere quello che, nel 1994, è stato proclamato “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO.

Come affermato dagli autori della ricerca “Vi è un bisogno urgente di comprendere precisamente la distribuzione dei geoglifi, cosicché sia possibile proteggerli”.

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