Salute
Lockdown leggero nazionale: la nuova ipotesi governativa

In merito viene da Palazzo Chigi una nuova proposta che potrebbe costituire il vero compromesso tra un lockdown come quello visto a Marzo e la situazione odierna che potrebbe portarci al crollo delle strutture mediche.
La nuova proposta
Sappiamo ad oggi che la data decisiva per il nostro Paese sarà il 15 novembre. Questa domenica infatti è prevista la decisione governativa in merito alla possibilità di nuove restrizioni a livello nazionale che potrebbero far tornare l’Italia alla situazione vista questa primavera.
Sebbene il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, rassicuri in merito dicendo che le nuove norme non ci riporteranno a Marzo, è tuttavia possibile che simili restrizioni si rendano necessarie.
Questo chiaramente se non si procede al più presto con decisioni che impongano regole più severe di quelle ad oggi vigenti.
Questo il governo lo sa, e proprio da questa consapevolezza nasce la proposta che nelle ultime ore si sta facendo strada tra le altre.
Seguendo il modello tedesco infatti, l’Italia potrebbe passare a un lockdown nazionale “leggero”.
Quest’ultimo comporterebbe la chiusura di alcune attività come bar e ristoranti, salvando invece il lavoro di molti impresari.
Fabbriche e altre imprese potrebbero invece rimanere aperte pur sotto restrizioni che limitino la possibilità di contagi nei luoghi di lavoro.
Certo: il premier Conte ha più volte ribadito di non voler cambiare criterio e il meccanismo costruito settimana scorsa, ma tutto si fonda sulla speranza di un calo dei nuovi casi.
Se così non fosse, intestardirsi con un certo modello potrebbe portare a gravi conseguenze. Il virus cambia e si espande e le norme devono fare lo stesso, dimostrando la necessaria flessibilità.
Quanto può essere efficace questa proposta?
Sicuramente si deve comprendere che il governo si trova ad oggi, come da molti mesi, a dover trovare un compromesso tra sanità ed economia.
La sola possibilità di un lockdown che, come ci insegnano i precedenti, potrebbe andare dal 15 novembre fino alla metà di dicembre, dimostra infatti la volontà di salvare i guadagni ingenti del periodo natalizio pur preservando la salute pubblica.
Sotto questo punto di vista un lockdown leggero potrebbe favorire sia il mercato che la ripresa sanitaria. Se da una parte infatti i negozi potrebbero continuare a rimanere aperti, dall’altra si eviterebbe l’accalcarsi di moltissimi clienti che, con la smania di fare acquisti dopo un mese di lockdown, finirebbero per intasare i centri commerciali.
Bisogna però d’altra parte guardare a chi ha provato prima dell’Italia un simile approccio.
Da una parte abbiamo la Germania, la quale da alcuni giorni sta imponendo delle norme più soft rispetto a quelle di altri Paesi europei; dall’altra invece l’Alto Adige, realtà a noi più vicina e che può aiutarci a vedere l’efficacia di un lockdown light nel nostro terrorio.
Il modello tedesco: Germania e Alto Adige
Nel caso dei nostri vicini europei le ultime restrizioni non sembrano avere gran successo: questo almeno se si guarda al numero dei contagi, in salita da inizio ottobre e che supera giorno dopo giorno i record del Paese.
D’altra parte i dati che riguardano invece morti e terapie intensive danno invece ragione alla Germania. Non è giusto però tenere in conto questi numeri. Si rischia di uscire dal contesto italiano, radicalmente diverso da quello tedesco, il quale ha cercato sin dai primissimi momenti della nuova ondata di limitare i danni sul sistema sanitario.
La stessa cosa non si può infatti dire delle strutture mediche italiane, sprovviste degli aiuti necessari a un efficace gestione dei pazienti contagiati.
Passando invece all’Alto Adige ci si immerge in una realtà radicalmente differente. Ci si trova in una regione che in autonomia ha deciso di entrare nella fase di emergenza più elevata; e questo dopo, è bene ricordarlo, aver preso spunto dal lockdown soft dei cugini tedeschi.
Insomma la nuova proposta non sembra essere la giusta risposta se l’obiettivo è quello di un calo dei contagi.
Questo però, non significa che norme simili non possano funzionare a livello nazionale: il compromesso, come detto, è necessario se si vuole salvare un’economia già in ginocchio.
L’importante però è che una simile decisione non si riveli una perdita di tempo o, peggio, un fatale errore per la precaria stabilità delle strutture mediche nazionali, le quali necessitano di maggiori attenzioni affinché il riproporsi di situazioni simili non causi la crisi che ad oggi la sanità italiana sta vivendo.









