Scienza

Lunamoti: quando la Luna trema

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Un team di ricercatori – appartenenti a prestigiosi istituti americani (come lo Smithsonian Institution e la NASA) e canadesi (l’Università della British Columbia) – ha rilevato la presenza di attività geologica sulla Luna. Analizzando i dati forniti da una rete di sismometri – installata durante le missioni Apollo – gli scienziati hanno potuto identificare numerosi lunamoti originatisi in corrispondenza di faglie tettoniche. Questo studio potrebbe avere importanti ripercussioni sulla progettazione delle future missioni lunari.

Il compagno della Terra

La Luna è l’unico satellite del nostro pianeta e si trova ad una distanza media di 384.000 km. Con un raggio di 1737,5 km – pari a circa il 25% di quello terrestre – è uno dei più grandi satelliti presenti nel Sistema Solare. Dal momento che orbita intorno alla Terra alla stessa velocità con cui ruota, solo una metà di essa è osservabile, mentre l’altra è perennemente nascosta alla vista.

La superficie lunare è costellata da antichi laghi di lava – che appaiono come aree pianeggianti di colore scuro – e crateri da impatto, le cui dimensioni possono superare i 2.000 km di diametro. Vari fattori – tra cui la quasi totale assenza di atmosfera e la cessazione dell’attività vulcanica – hanno permesso la preservazione di tali strutture nel corso di milioni di anni.

Attualmente, si ritiene che la Luna sia nata in seguito ad un impatto – avvenuto 4,5 miliardi di anni fa, agli albori del Sistema Solare – tra la Terra e Theia, un proto-pianeta delle dimensioni di Marte. L’evento eiettò un enorme quantità di detrito nello spazio che andò a formare il nostro satellite.

Sebbene la Luna possa apparire come un corpo distante e completamente avulso dal nostro mondo, la sua presenza ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della vita sulla Terra. Ad esempio, gli astronomi hanno ipotizzato che, senza l’effetto stabilizzante del satellite, l’inclinazione dell’asse terrestre subirebbe enormi variazioni, provocando intensi cambiamenti climatici.

Questi ultimi, sono ulteriormente mitigati dalle maree – un fenomeno prodotto dalla gravità lunare – che determina una redistribuzione del calore negli oceani e potrebbe aver perfino influito sulla comparsa delle prime forme di vita.

I terremoti lunari

Anni ’60. Il mondo è diviso in due fazioni – Stati Uniti e Unione Sovietica – le quali si fronteggiano nella cosiddetta “guerra fredda”. In questo clima di tensione e minaccia reciproca, entrambe le superpotenze desiderano affermare la propria superiorità sul nemico, è così che l’esplorazione spaziale diventa il loro campo di battaglia.

Inizialmente, furono i sovietici ad avere la meglio, ottenendo memorabili risultati come il primo satellite in orbita intorno alla Terra (Sputnik 1) e il primo uomo nello spazio (il cosmonauta Jurij Gagarin). Gli Stati Uniti, nel tentativo di ribaltare la situazione, decisero di investire ingenti risorse nel programma Apollo, con l’ambizioso obiettivo di portare un uomo sulla Luna. Il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 – comandata dal celebre Neil Armstrong – decretò il tanto agognato successo.

Durante le missioni Apollo 11, 12, 14, 15 e 16, gli astronauti installarono vari sismometri che, nel corso di otto anni, registrarono migliaia di scosse. La maggior parte degli eventi sismici lunari sono provocati dall’attrazione gravitazionale terrestre, che induce continue deformazioni nella superficie del satellite. Alcune vibrazioni possono esser prodotte in seguito alle intense variazioni di temperatura giornaliere (da -248 °C a 123 °C), mentre altre sono causate da impatti artificiali – impiegati per calibrare gli strumenti.

Tuttavia, i sismometri delle missioni Apollo rilevarono 28 lunamoti – tra il grado 2 e 5 della scala Richter – il cui ipocentro era collocato a pochi km di profondità. Per anni, gli astronomi hanno tentato di comprendere la natura di tali eventi, che potrebbe esser stata finalmente svelata da un recente studio – pubblicato su Nature Geoscience.

La Luna si restringe

Mediante l’applicazione di un algoritmo di ultima generazione, i ricercatori hanno localizzato l’epicentro delle scosse, scoprendo che otto di queste si sono originate in corrispondenza di faglie. Come affermato da Thomas R. Watters (ricercatore capo al Center for Earth and Planetary Studies, presso lo Smithsonian Institution), la spiegazione più logica è che tali strutture siano responsabili della produzione dei lunamoti in esame. Ciò, proverebbe che il nostro satellite – a lungo ritenuto un corpo “morto” – sia, in realtà, geologicamente attivo.

Al momento della sua formazione, la Luna si trovava in uno stato di parziale fusione ed era ricoperta da oceani di lava. Nel corso di miliardi di anni, il progressivo raffreddamento del satellite ne ha causato il restringimento e la conseguente fratturazione della superficie. Secondo gli autori, tale processo ha portato alla comparsa delle faglie – tuttora attive – che possono raggiungere una lunghezza di svariati km.

I dati raccolti dal Lunar Reconnaissance Orbiter (NASA) potrebbero fornire un’ulteriore prova a sostegno della teoria di Watters e colleghi. La sonda ha raccolto varie immagini ad alta risoluzione che raffigurano scarpate associate a faglie. Alcune di esse sono percorse da aree più chiare, ai cui piedi si sono accumulati numerosi detriti. Secondo i ricercatori, queste zone rappresentano frane causate da lunamoti recenti, in quanto il suolo è stato esposto solo per un breve periodo alle radiazioni solari (che tendono a scurire le rocce).

Grazie ai risultati di questo studio, sarà possibile individuare siti di atterraggio più sicuri per i lander lunari, evitando aree potenzialmente soggette a scosse. Ulteriori dati potrebbero esser forniti dall’installazione di nuovi, più accurati, sismometri, in corrispondenza delle faglie.

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