Nuova Zelanda: perduti 50 milioni di anni di biodiversità

Nel corso dei secoli, le attività umane hanno portato alla scomparsa di numerose specie endemiche della Nuova Zelanda, un danno che potrebbe avere conseguenze a lungo termine

Il Kiwi, uccello simbolo della Nuova Zelanda
Esemplare di Kiwi bruno dell'Isola del Nord (Apteryx mantelli), uccello simbolo della Nuova Zelanda, dove è endemico (Photo credit: By Maungatautari Ecological Island Trust - http://www.maungatrust.org/news/default.asp, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2450957)

Un recente studio apre inquietanti prospettive sulle conseguenze a lungo termine delle attività umane verso gli ecosistemi. Un team di ricercatori ha analizzato le specie di uccelli terricoli che abitano la Nuova Zelanda, un gruppo di animali particolarmente colpito dall’impatto antropico.

Secondo le stime, saranno necessari 50 milioni di anni per recuperare la biodiversità andata perduta.

La biodiversità della Nuova Zelanda

Una terra remota, grande quasi quanto l’Italia, persa nell’Oceano Pacifico e distante migliaia di km dal più vicino luogo abitato. Innumerevoli specie abitano le oltre 600 isole della Nuova Zelanda, molte delle quali endemiche di questo straordinario paese.

Un ecosistema unico – dominato dagli uccelli invece che dai mammiferi – si è evoluto durante 80 milioni di anni di totale isolamento. Anche chiamata “la patria degli uccelli”, la Nuova Zelanda ospita numerose specie che, non dovendo competere con predatori mammiferi, hanno perso l’abilità di volare – come il kakapo e l’iconico kiwi.

Fino a qualche secolo fa, queste terre erano la dimora di creature enormi come il moa gigante, un uccello non volatore che poteva raggiungere un’altezza di 3,6 m e oltre 2 quintali di peso. Se questi animali erano giganti gentili – ghiotti di foglie e ramoscelli – lo stesso non si può dire della maestosa aquila di Haast.

Questo temibile carnivoro presentava un’apertura alare di ben 3 m, e la sua preda preferita erano proprio i moa. Non c’è da sorprendersi, quindi, se il declino dei grandi uccelli terricoli abbia decretato anche la loro fine.

Verso la seconda metà del 1200, alcune popolazioni polinesiane – note, in futuro, come Māori – si insediarono in Nuova Zelanda, seguite qualche secolo più tardi dai coloni europei.

A questi primi visitatori, la Nuova Zelanda dovette apparire come un paradiso incontaminato, immerso in una vegetazione lussureggiante che offriva riparo a numerose creature.

Purtroppo, non sarebbe rimasto così ancora per molto.

Nell’arco di pochi secoli, i Māori prima e gli europei in seguito, hanno causato una massiccia deforestazione del territorio, riducendo la copertura forestale all’attuale 29% (contro l’80% iniziale). Inevitabilmente, la perdita dell’habitat – unita alla caccia e all’introduzione di organismi esotici – ha portato alla scomparsa di molte specie.

Danni per 50 milioni di anni

Negli ultimi 50 anni, sono state messe in atto numerose pratiche di conservazione, tuttavia molti organismi sono ancora a rischio di estinzione. Un ulteriore aiuto potrebbe arrivare dalle ricerche di un gruppo di scienziati, provenienti da istituti olandesi, tedeschi, e neozelandesi.

Questi, hanno realizzato un dataset contenente informazioni sulla storia evolutiva delle specie di uccelli terrestri native e residenti sull’isola, incluse quelle estinte. I dati sono stati quindi elaborati tramite una metodologia chiamata DAISIE (dynamic assembly of islands through speciation, immigration, and extinction).

I computer hanno così simulato vari scenari di estinzione indotti dalle attività antropiche, stimando il tempo necessario all’ambiente per riprendersi.

Il risultato è a dir poco agghiacciante.

Secondo le simulazioni, saranno necessari 50 milioni di anni affinché l’ecosistema neozelandese recuperi la sua biodiversità, vale a dire perché il numero di specie esistenti torni ai livelli precedenti la colonizzazione umana. Non solo, se le specie attualmente a rischio dovessero estinguersi a loro volta, ci vorrebbero 10 milioni di anni per sanare questa perdita.

“Alcune persone credono che se lasci in pace la natura, questa recupererà velocemente, la verità è che, almeno per quanto riguarda la Nuova Zelanda, la natura avrà bisogno di milioni di anni per riprendersi dalle azioni umane – e, forse, non si riprenderà mai più”, afferma Luis Valente, ricercatore presso il Museum für Naturkunde, a Berlino.

I risultati dello studio potrebbero fornire un importante aiuto nell’elaborazione di strategie di conservazione più efficaci. Infatti, come affermato nel relativo articolo – pubblicato su Current Biology – “Mentre l’impatto umano sul numero di specie di uccelli neozelandesi, estinte o a rischio, è generalmente ben noto, si sa poco riguardo l’effetto a lungo termine dell’estinzione per cause antropiche”.

I ricercatori intendono applicare lo stesso metodo sugli ecosistemi di altre isole, in modo da evidenziare quelli maggiormente a rischio e che potrebbero richiedere più tempo per riprendersi.

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