Il pesce che arriva sulle nostre tavole sembra spesso una risorsa infinita, ma le immagini del reportage di Nicole Tung sul Sud-Est asiatico mostrano un’altra verità: mari impoveriti, pescatori sfruttati e famiglie che faticano a sopravvivere. Il suo lavoro, vincitore del Carmignac Photojournalism Award, porta alla luce il costo umano e ambientale della pesca intensiva, invitandoci a ripensare il nostro modo di consumare prodotti ittici e a porci domande su ciò che c’è dietro ogni singolo boccone.
Pesce come merce globale: dalla barca al supermercato
In molte comunità costiere del Sud-Est asiatico, la pesca era tradizionalmente un’attività artigianale, legata ai ritmi della natura e alla sussistenza locale. Con la globalizzazione, il pesce è diventato una merce internazionale, oggetto di filiere complesse che partono da piccoli porti e finiscono nei banchi surgelati dei supermercati di tutto il mondo. Questa trasformazione ha aumentato i profitti per pochi attori industriali, lasciando spesso ai pescatori solo una frazione del valore generato.
Le fotografie di Nicole Tung mostrano reti sovraccariche, barche sovraffollate e navi madri che raccolgono il pescato in mare aperto. Dietro ogni scena si intravede una pressione costante: catturare di più, andare sempre più lontano, restare in mare per settimane o mesi. A farne le spese sono sia gli ecosistemi marini sia gli esseri umani che lavorano in condizioni estreme.
Sovrapesca: quando il mare non riesce più a rigenerarsi
Il concetto di sovrapesca è centrale nel reportage. Significa che si preleva così tanto pesce da non lasciare alle popolazioni ittiche il tempo di rigenerarsi. Secondo la FAO, una quota sempre più ampia degli stock mondiali è sovrasfruttata, con conseguenze che si ripercuotono su tutta la catena alimentare marina. I pescherecci industriali, dotati di tecnologie avanzate, competono direttamente con le piccole barche locali, riducendo le possibilità di pesca di sussistenza.
Per approfondire il tema della pesca sostenibile e delle certificazioni che aiutano i consumatori a scegliere meglio, è utile consultare risorse come questo approfondimento dedicato al pesce pescato in modo responsabile , che spiega criteri, controlli e limiti di cattura stabiliti per proteggere gli oceani e le comunità che dipendono dal mare.
Le storie dei pescatori: lavoro duro, diritti fragili
Uno degli aspetti più forti del lavoro di Tung è l’attenzione alle persone. I pescatori raccontano turni massacranti, paghe bassissime, debiti contratti con intermediari senza scrupoli. Alcuni parlano di violenze a bordo, di passaporti confiscati e di impossibilità di tornare a casa. La barca diventa una prigione galleggiante, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
Le foto mostrano volti segnati dal sole e dalla fatica, mani consumate dalle reti, corpi che dormono ammassati sul ponte. In questi scatti non c’è solo denuncia, ma anche dignità: uomini che continuano a uscire in mare per mantenere le loro famiglie, nonostante rischi e incertezze. Le loro testimonianze sono un promemoria del prezzo reale del pesce a basso costo.
Pescatori, famiglie e comunità: un equilibrio sempre più fragile
Il reportage si spinge oltre il ponte delle barche, entrando nelle case dei villaggi costieri. Qui, mogli, figli e anziani dipendono dai soldi che arrivano dalle spedizioni in mare. Quando la pesca cala o i pescherecci si spostano altrove, le comunità si ritrovano senza reddito, costrette a migrare verso le città o ad accettare lavori ancora più precari.
I bambini crescono vedendo il mare come unica prospettiva possibile, anche se sempre meno promettente. Alcuni lasciano la scuola per aiutare i genitori, altri seguono i padri sulle barche non appena sono abbastanza grandi da lavorare. In questo modo, la dipendenza dal mare si rinnova di generazione in generazione, mentre le risorse ittiche si riducono.
Pesce e responsabilità del consumatore: cosa possiamo fare
Il lavoro di Nicole Tung non è un semplice racconto di sofferenza: è anche un invito a cambiare prospettiva sul pesce che consumiamo. Ogni scelta al supermercato contribuisce a sostenere un certo tipo di filiera. Informarsi sull’origine del prodotto, controllare le etichette, preferire pescato locale e stagionale sono passi concreti per ridurre la pressione sugli ecosistemi e sulle persone.
Un altro strumento utile è prestare attenzione a certificazioni e marchi di sostenibilità, che indicano attività di pesca sottoposte a controlli ambientali e sociali. Ridurre il consumo complessivo di pesce, alternandolo con altre fonti di proteine, può alleggerire ulteriormente la domanda globale, dando respiro agli oceani.
Dalle immagini all’azione: il potere di un reportage
Le fotografie di Nicole Tung mostrano quanto il fotogiornalismo possa essere potente nel raccontare temi complessi come la sovrapesca e lo sfruttamento del lavoro. Una singola immagine di reti vuote o di un pescatore esausto può trasmettere, in pochi istanti, ciò che pagine di dati statistici non riescono a comunicare con la stessa forza emotiva.
Trasformare questa consapevolezza in azioni concrete è il passo successivo: informarsi, scegliere con criterio, sostenere organizzazioni che proteggono gli oceani e i diritti dei lavoratori, chiedere maggiore trasparenza alle aziende che portano il mare sulle nostre tavole. Ogni gesto, anche piccolo, contribuisce a scrivere un futuro diverso per il mare, per il pesce e per le comunità che da sempre vivono in simbiosi con l’oceano.











