Cinema

Philomena

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(Philomena) Gran Bretagna 2013, drammatico, regia di Stephen Frears. Con Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Ruth McCabe, Barbara Jefford,Kate Fletwood, Peter Hermann, Mare Winningham, Michelle Fairley.

Il peccato. L’accusa che i non credenti rivolgono alla religione cristiana è che alla base di questo credo c’è la colpevolezza con cui nasce ogni persona e che la accompagna tutta la vita e che solo il pentimento porta alla purezza dello spirito. Pentiti, pentiti! e avrai la gioia eterna. Il peccato si manifesta con la forma subdola della colpa che ognuno si porta addosso e nel corso della Storia è stata continuamente rinfacciata e ricordata dal clero come un peso da cui liberarsi. Persino la luminosa figura del Cristo è stata contaminata da una colpa, anche se sotto il pretesto di natura politica, affinché si potesse giustificare la sua Crocifissione.

Quando nei primi anni ‘50 la povera e ingenua ragazza irlandese Philomena Lee, ancor poco più che adolescente, si ritrova incinta dopo un fugace incontro con un bel ragazzo, la madre superiora del convento cattolico, suor Hildegarde, ove i suoi genitori l’hanno confinata per il suo imbarazzante stato interessante, la fulmina con il perentorio: “Non scaricare sulle suore la colpa delle tue debolezze!” e, appena nato, il piccolo Anthony le viene sottratto e tenuto sì nel convento, ma con la limitazione di poterlo vedere solo un’ora al giorno, come le altre mamme.

Quell’incontro quotidiano diventa l’unico scopo della vita della giovane ragazza, che può approfittare del veloce contatto col suo piccolo per coccolarlo e tenerlo tra le braccia, come giustamente desidera ogni mamma e ogni figlio. Ma quel convento, il “Roscrea Abbey”, è un luogo dove avvengono tante malefatte, perché con il silenzio-assenso del governo britannico la Chiesa, tramite l’opera delle suore che vi soggiornano, decide il destino dei bimbi avuti dalle ragazze-madri e anche di queste ultime. Difatti a fianco del convento c’è il cimitero dove riposano i resti delle povere ragazze non sopravvissute al parto e degli sfortunati bambini che non ce l’hanno fatta. philomena2 Philomena la ritroviamo 50 anni dopo, invecchiata e infelice, che pensa sempre al suo Anthony che chissà come sarà diventato, dal momento che una famiglia americana – come tante che arrivavano dal oltre oceano per le pratiche di adozione – lo aveva scelto e portato via. Sarà diventato, come le piace fantasticare preoccupata, obeso o forse barbone o drogato o starà vivendo una vita brillante? Erano proprio le agiate famiglie cattoliche americane che venivano privilegiate dalla Chiesa irlandese per adottare i bimbi di quel convento, dove tra le tante foto appese nei corridoi c’è perfino quella di Jane Russell (la bruna diva de “Gli uomini preferiscono le bionde”) che evidentemente ha pescato proprio lì il figlio adottivo.

Philomena amerebbe tanto poter incontrare suo figlio per dirgli che lei non lo aveva mai dimenticato, lo aveva portato sempre nel suo cuore: ma come si fa a cercarlo, se è vero come pare che vive negli Stati Uniti? E’ il giornalista Martin Sixsmith, una volta responsabile della comunicazione per il governo Blair e poi caduto in disgrazia, che si interessa al suo caso per conto di un tabloid in cerca di storie di vita vissuta. Dapprima un po’ scettico poi sempre più interessato e appassionato alla vicenda, Martin la aiuta a organizzare il viaggio negli Stati Uniti e alla ricerca di quello che ormai sarà divenuto un uomo maturo. E’ come cercare un ago nel pagliaio e quando sembra che il progetto stia fallendo ecco che la donna e il giornalista riescono ad arrivare alla persona affettivamente più vicina a Anthony che nel frattempo era diventato Michael al momento della adozione.

Non mancheranno le sorprese ma nulla cambia per la felicità e il dolore di Philomena nell’apprendere finalmente e comunque notizie che riguardano suo figlio. Lei è una donna fortemente credente, così come è stata educata nel convento, è ingenua e trova sempre una giustificazione per i comportamenti scorretti delle altre persone. Per questo accetta ogni tipo di verità inerente le vicende della sua vita e dei suoi cari: è un atteggiamento che Martin non sa comprendere, in quanto lui non è così paziente, generoso come la sua amica e soprattutto non è più credente.

Colpa, dicevo all’inizio, e di fronte alla colpa nel credo cattolico la contromisura è il perdono e Philomena è capace perfino di perdonare suor Hildegarde nonostante il male che da lei ha ricevuto, sebbene le abbia tolto il suo bimbo. Questa è l’essenza della Parola, ma per Martin tutto ciò è inconcepibile e lo si capisce dalla sua continua espressione perplessa, dai suoi ammiccamenti appena celati. Ci colpisce l’ingenuità e la semplicità dell’anziana signora Lee e quel suo modo di meravigliarsi per il cioccolatino sul letto dell’elegante albergo americano, per le bevande gratis sul volo intercontinentale, per la grandezza della statua di Lincoln. philomena3 In sostanza sono due le figure che dominano la visione del film: il personaggio Philomena e la sua interprete.

Il personaggio giganteggia nella storia nonostante il fisico minuto e l’umile estrazione: lo spettatore ne rimane affascinato, tifa per lei e quasi partecipa assieme alla ricerca del figlio. L’attrice lascia lo spettatore a bocca aperta: il suo sguardo blu ha tutte le espressioni di tutti i suoi stati d’animo. Per il regista è bastato far inquadrare i suoi occhi per far arrivare allo spettatore immediatamente i sentimenti e i pensieri di Philomena; il suo dolce sorriso, il suo abbattimento nei momenti difficili, la commozione nel guardare l’unica foto di Anthony in suo possesso o la sfiducia nei frangenti difficoltosi della ricerca. Judi Dench è davvero superlativa: nonostante la conosciamo e siamo consapevoli della sua bravura rimaniamo continuamente affascinati e sbalorditi dalla sua classe.

Non può avere rivali nella corsa all’Oscar. In secondo piano troviamo il bravo Steve Coogan che da buon comico (poco conosciuto in Italia ma molto in patria) sa essere leggero e drammatico, sa abilmente fare da spalla alla sua eccellente collega e trasmette con abilità il necessario aplomb britannico per svolgere il suo compito di comprimario. Eccellente – a tratti brillante – anche la sua sceneggiatura, scritta assieme a Jeff Pope. La terza menzione va per forza all’ottimo Stephen Frears, che ha saputo dosare, da come si legge, i suoi interventi fidandosi della bravura dei due suoi attori, ma la sua mano si nota ugualmente per come ha costruito alcune piacevoli scene come quella a bordo della macchinina dell’aeroporto in cui lei si scatena per raccontare la trama dell’ultimo libro che ha letto, o le quasi gags dei battibecchi tra Philomena e Martin in auto o in aereo: tutte sequenze piacevoli che spezzano sapientemente il lento ritmo della drammaticità della storia, impregnate del miglior british humour di cui è dotato il cineasta inglese.

Sorprende parecchio l’evolversi della storia: come il fatto che il figlio ha cercato la mamma ancor prima che quest’ultima cominciasse le sue ricerche e poi lo scoprire la vita che ha vissuto nel frattempo il tanto desiderato Anthony/Michael; e non solo: il film nel finale diventa una lezione morale per lo stile e la compostezza con cui l’anziana signora Lee non giudica ma accetta le scelte sessuali del figlio. Ancora una volta con tutto l’aplomb britannico possibile di questo mondo. Chi dei giurati non voterà a favore di Dame Judi Dench nella corsa alla statuetta dorata commetterà un grave reato e sarà per sempre perseguitato dal suo dolcissimo (ora triste ora sorridente) sguardo blu.

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