Scienza
Ritrovato in Francia lo scheletro di un cane del Paleolitico: una scoperta unica
Scopri il legame antico tra l'uomo e il cane attraverso lo straordinario ritrovamento di uno scheletro di cane. Rievoca la storia insieme a noi.

Nel sud della Francia, nella grotta di Baume Traucade, è emerso uno scheletro antico datato a circa 16.000 anni fa. Il ritrovamento, avvenuto nel 2021 grazie a un gruppo di speleologi, è stato poi studiato da un team internazionale di archeologi e archeozoologi, che ha riconosciuto nell’animale un esemplare di cane paleolitico, cioè uno dei primi cani che vissero a stretto contatto con le comunità umane del Paleolitico finale. Questo dato rende il reperto particolarmente prezioso perché colloca la relazione tra umani e canidi già in una fase molto antica dell’Europa preistorica.
Perché questo ritrovamento è così importante
La scoperta conferma che già 16.000 anni fa gli esseri umani non avevano rapporti esclusivamente utilitaristici con gli animali. La presenza del cane nella grotta, in uno spazio chiaramente frequentato da gruppi umani, indica che questi animali potevano essere tenuti vicino ai gruppi familiari, forse per attività di caccia, di guardia o semplicemente perché ritenuti utili nella vita quotidiana. Non si tratta quindi di un animale selvatico casualmente intrappolato, ma di un individuo che aveva condiviso l’ambiente con gli umani che abitavano o frequentavano la cavità.
Gli studiosi hanno sottolineato che il ritrovamento si inserisce nel quadro più ampio delle prime fasi di addomesticazione del cane in Europa, un processo probabilmente non lineare, fatto di tentativi, convivenze e talvolta conflitti.
Che cosa sono i cani paleolitici
Con il termine cani paleolitici si indicano quei canidi che presentano già caratteristiche intermedie tra il lupo selvatico e il cane moderno. Non erano ancora cani nel senso pieno e moderno del termine, ma nemmeno più lupi totalmente indipendenti. Mostravano dimensioni più contenute, muso leggermente accorciato e, soprattutto, vivevano in aree abitate dagli esseri umani.
Questo suggerisce che, già allora, uomini e cani potessero trarre vantaggio reciproco: l’uomo offriva scarti di cibo e protezione, il cane offriva attenzione al territorio, aiuto nella caccia e un “sistema di allarme” naturale contro predatori o gruppi rivali.
Segni di cura e segni di violenza
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dall’analisi delle ossa è la presenza di lesioni guarite. Questa traccia biologica significa che l’animale ha vissuto abbastanza a lungo perché il suo corpo riparasse il danno. In altre parole, mentre era ferito, qualcuno lo ha mantenuto in vita: è un indizio di cura.
Allo stesso tempo, alcune fratture e traumi sembrano coerenti con colpi inferti da esseri umani. Gli autori dello studio – tra cui il ricercatore Loukas Koungoulos (University of Western Australia) – hanno quindi ipotizzato uno scenario più complesso di quello di una semplice “adozione” preistorica: l’animale era accudito, ma poteva anche essere controllato con la forza, punito o usato in contesti conflittuali.
Questo quadro a doppio binario – cura e coercizione – è importante perché mostra che la relazione uomo–cane, fin dalle sue origini, non era solo affettiva ma anche funzionale e gerarchica.
Che cosa ci racconta sulla vita quotidiana nel Paleolitico
La presenza di un cane in una grotta del sud della Francia nel pieno del Paleolitico finale suggerisce che i gruppi umani di quell’epoca fossero già altamente organizzati. Un animale ferito che continua a vivere accanto al gruppo significa che c’era tempo, risorse e volontà di mantenerlo. È possibile che il cane avesse avuto in precedenza un ruolo utile – ad esempio nella caccia – e che per questo fosse stato mantenuto.
In molte società di cacciatori-raccoglitori il cane rappresenta un moltiplicatore di capacità: aiuta a seguire le tracce della selvaggina, protegge le provviste, segnala presenze estranee. Anche 16.000 anni fa questo contributo poteva fare la differenza tra il successo e il fallimento di una spedizione di caccia.
Domestico, alleato o risorsa?
Il ritrovamento di Baume Traucade apre anche un’altra domanda: questo cane era visto come un membro del gruppo o come una risorsa utile? Le due cose, nel Paleolitico, non erano in contraddizione. Un animale poteva essere nutrito e curato, ma allo stesso tempo doveva rispondere a una funzione. Se non la svolgeva più, poteva subire violenza o essere sacrificato.
In questo senso, lo scheletro francese ci mostra una fase intermedia dell’addomesticazione, quando i legami emotivi con l’animale stavano nascendo, ma la logica di sopravvivenza e utilità era ancora dominante.
Perché interessa oggi ad archeologi e antropologi
La scoperta permette di collegare dati osteologici (le ossa), contestuali (il luogo e gli oggetti associati) e comportamentali (segni di cura e di trauma) in un unico reperto. È raro trovare un cane paleolitico così ben conservato e soprattutto con tracce evidenti di interazione umana.
Per gli studiosi della co-evoluzione uomo–cane, questo è un tassello prezioso: dimostra che già nel sud dell’Europa, 16.000 anni fa, esistevano comunità che avevano imparato a convivere con i canidi, sperimentando forme di collaborazione che nei millenni successivi si sarebbero stabilizzate fino ad arrivare al cane domestico moderno.
Prospettive per le ricerche future
Gli archeologi intendono ora confrontare questo scheletro con altri resti di cani e lupi coevi per capire se i segni di trauma e guarigione siano un caso isolato o un modello diffuso. Ulteriori analisi genetiche potrebbero rivelare quanto questo esemplare fosse vicino alle linee che hanno dato origine alle razze canine moderne.
Incrociare dati paleogenomici, paleopatologici e archeologici potrà aiutare a capire se i cani fossero allevati in più regioni europee nello stesso periodo o se il sud della Francia rappresenti un’area particolarmente precoce per questo tipo di rapporto.









