“Smetto quando voglio – Ad honorem”: il finale di una saga perfetta

Dal 30 novembre è al cinema il terzo e ultimo appuntamento con la saga diretta dal salernitano Sydney Sibilia. La reunion di tutti i personaggi e la battaglia definitiva contro il cattivo. Una panoramica dal primo all’ultimo capitolo di una trilogia semplicemente perfetta.

Quasi quattro anni fa, il 6 febbraio 2014, usciva nelle sale cinematografiche italiane “Smetto quando voglio”, il primo film della trilogia ideata dal regista salernitano Sidney Sibilia. Oggi al cinema è in distribuzione, invece, “Smetto quando voglio – Ad Honorem”, terzo ed ultimo capitolo della saga, uscito ad un anno di distanza dal secondo “Masterclass”, dove il regista chiude il cerchio perfettamente, non lasciando nulla in sospeso e creando una vera e propria mitologia.

Smetto quando voglio

Pietro Zinni ha 37 anni, fa il ricercatore ed è un genio, ma questo non è sufficiente. Arrivano i tagli all’università e viene licenziato. E allora cosa può fare per sopravvivere un nerd che nella vita ha sempre e solo studiato? Semplice: mettere insieme una banda criminale come non se ne sono mai viste. Recluta i migliori tra i suoi ex colleghi, che nonostante le competenze acquisite nei loro settori disciplinari vivono ormai ai margini della società, facendo chi il benzinaio, chi il lavapiatti, chi il giocatore di poker, chi l’operaio. Come si dice l’unione fa la forza e la banda, mettendo insieme specialisti di macroeconomia, neurobiologia, chimica, antropologia, lettere classiche e archeologia, riuscirà a creare le smart drugs, legali sul mercato. Il successo è immediato e deflagrante, arrivano finalmente i soldi e il potere. Il problema, però, sarà gestirli e riuscire a salvarsi da chi vede intaccati i propri interessi.

Smetto quando voglio – Masterclass

Nel secondo capitolo della saga è la legge ad aver bisogno dei ricercatori. Pietro è in carcere e l’ispettore Paola Coletti chiede al detenuto di rimettere su la banda per entrare in azione al suo servizio e fermare il dilagare, ormai incontrollabile, delle smart drugs. Per questa missione, però, c’è bisogno di nuove reclute, ed ecco che entrano in gioco altri due “cervelli in fuga” scappati all’estero. I criminali più colti di sempre affrontano molteplici imprevisti e nemici sempre più cattivi, fino ad arrivare a scoprire una verità scomoda.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

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Si comincia da dove eravamo rimasti. Tutti i componenti della banda sono in carcere e hanno scoperto che c’è qualcuno che tramite le loro smart drugs sta producendo gas nervino. Pietro riesce a scoprire, grazie all’aiuto di Er Murena (cattivo del primo film e tra l’altro ex ingegnere navale), chi c’è dietro a questa storia e perché lo stia facendo, è Walter Mercurio un ricercatore come loro. A questo punto la banda si riunisce nel carcere di Rebibbia e da qui evade per dirigersi alla Sapienza e sventare una delle più grandi catastrofi della storia.

Una saga italiana perfetta

Fin dall’inizio del terzo film, Sibilia riesce a riportare lo spettatore nel flusso della storia e a riassumere in pochi minuti quello che è successo precedentemente, tant’è che si potrebbe vedere quest’ultimo capitolo anche senza aver visto necessariamente il secondo. “Smetto quando voglio” è una saga che si lascia vedere senza annoiare mai, che fa rimanere col fiato sospeso e con la voglia di vedere come andrà a finire. Infatti, dal primo al terzo film queste caratteristiche non si sono mai perse.

Il primo capitolo ha avuto una potenza esplosiva, un’idea geniale: mettere in scena il mondo delle eccellenze italiane affette da un irrisolvibile precariato, “cervelloni” costretti a rinunciare ai loro studi e passioni per sopravvivere, frustrati e insoddisfatti, accompagnati da quel senso di inutilità che pervade i giovani italiani di oggi spesso costretti a fuggire altrove. Sibilia racconta la realtà, ma lo fa con ironia, azione e quel tocco di drammaticità che non guasta, inevitabile specialmente in quest’ultimo film per poter spiegare le storie dei “cattivi” e ricongiungere tutto al momento in cui la banda ancora doveva nascere, ma che è stato il germe e la causa di ciò che è avvenuto dopo.

Il secondo capitolo, “Masterclass”, è l’anello di congiunzione tra i due, è forse quello contenente più azione e movimento, è la parte essenziale senza la quale non si potrebbero collegare gli altri due: insomma è indispensabile ai fini della storia e della narrazione.

Ad honorem”, invece, spacca emotivamente ed oltre ad illustrare sempre con straordinaria ironia e comicità la bravura dei nostri ricercatori nerd (soprattutto durante l’evasione dal carcere, nella quale ogni personaggio ha un apporto fondamentale per la riuscita del piano), mette in evidenza l’umanità dei protagonisti e le loro storie, soprattutto quella del “cattivo” della prima pellicola Er Murena (Neri Marcorè), di Pietro Zinni (Edoardo Leo), e quella dell’ultimo “cattivo” Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio). Inevitabilmente, la gang viene lasciata un po’ da parte rispetto agli altri capitoli per dare spazio a queste storie e ai flashback che rendono il quadro più chiaro e senza buchi narrativi, ma nonostante ciò nelle scene in cui la banda è protagonista si intravede in maniera netta lo spirito e la bravura di ognuno di loro.

Sidney Sibilia con “Smetto quando voglio – Ad Honorem” chiude magistralmente una trilogia cinematografica che, ad oggi, è un unicum nel panorama italiano. Si crea un’epica della banda: il gruppo di ricercatori è ormai trasformato in una realtà eroica, che non si nasconde più dietro l’insicurezza, ma è consapevole della propria potenza. Riesce a dare credibilità ad un gruppo di intelligenti sfigati che insieme diventano invincibili: eroi reali e attuali. Una perfetta ring composition che parte e termina con l’Università, il luogo che può togliere tutto, dal lavoro alla dignità, e dove la meritocrazia regna sempre di meno. Ma Sidney, forse, quel luogo lo considera ancora la patria del sapere e chiude la saga con un messaggio di speranza e un invito al nostro Paese ad apprezzare e “coccolare” di più gli uomini di ingegno, prima che se ne vadano all’estero o diventino (potremmo arrivare a dire anche giustamente) dei perfetti criminali.

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