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Uro: siamo sicuri che l’antenato dei bovini sia realmente estinto?

Gli scienziati si stanno servendo della ricerca genetica per riportare in vita l’uro, un animale preistorico antenato degli odierni bovini. Siamo tuttavia sicuri che l’uro sia estinto ai giorni nostri? Non proprio! Ma andiamo per gradi. Al momento sulla Terra sono presenti un miliardo e mezzo circa di bovini allevati dall’uomo per dare latte e carne. Come già detto, questi hanno un unico progenitore, l’uro, il cui ultimo esemplare (una femmina) si estinse nel 1627 presso la foresta di Jaktorow, in Polonia. Molto apprezzato, l’uro fu spesso cacciato dall’uomo preistorico.

Nel neolitico, i primi agricoltori e allevatori addomesticarono l’uro, proprio come si fa adesso con i suoi discendenti. Abbiamo una buona idea di come fosse fatto questo bovino, grazie anche alle celebri pitture di Lascaux in Francia. Per addomesticare l’uro furono necessari ben tre processi, indipendenti l’uno dall’altro. Essi si svolsero in tre territori ben definiti: Africa, occidentale, india e Mesopotamia. In India, l’addomesticazione dell’uro diede in seguito origine allo zebù. Possiamo dunque dire che l’uro sta al bovino domestico come il lupo sta al cane.

Gli studi genetici sull’uro

I moderni studi genetici e di selezione hanno come obiettivo quello di ricreare l’uro, avendo come base bovini attuali come tori e vacche di decine di forme domestiche. Dal basso verso l’alto dell’albero genealogico affinché anche gli uomini contemporanei si facciano un’idea precisa di questo antico animale oramai scomparso. Tuttavia, tramite un confronto genetico, gli scienziati hanno scoperto che in realtà l’uro continuerebbe a esistere, almeno nella maggior parte dei suoi caratteri, tramite un bovino dei giorni nostri, ovvero, la mucca maremmana.

La mucca maremmana

Come informa Agraria.org, la mucca di razza maremmana discende dalla razza grigia della steppa o Podolica. La mucca in questione viene allevata nella Toscana e nel Lazio ed è attualmente rappresentata da 11mila capi, molto dei quali sono allevati allo stato brado. Abbiamo detto che la mucca in questione è una sorta di uro contemporaneo, quasi del tutto autentico. Gli esemplari di maremmana mostrano, infatti, il T3. Si tratta di un aplotipo, ovvero una combinazione di varianti su un particolare cromosoma.

Il T3 della mucca maremmana corrisponde a quello dell’uro che abitava un tempo la Mesopotamia, come dimostrato dallo studio del DNA su alcuni fossili. La razza maremmana doveva essere già conosciuta dagli etruschi. Nelle loro raffigurazioni appaiono in alcuni casi dei bovini dalle grandi corna, peculiarità questa sia dell’uro che della stessa mucca maremmana. Possiamo dunque dire con una certa sicurezza che in Italia è presente una razza bovina, se non analoga, molto simile all’uro, che gli scienziati comunque stanno tentando di ricreare in laboratorio.

Questa razza similare all’uro proviene dall’oriente e venne portata in Italia in antichità dai primi agricoltori. Ma quali sono gli elementi che accomunano la razza maremmana all’antenato uro? Oltre alle corna pronunciate sono da citare il mantello grigio scuro dei maschi, la mole , ma anche il loro comportamento prettamente selvatico. La maremmana è una razza straordinaria, poiché si tratta di un vero e proprio fossile vivente, una “macchina del tempo” che ha conservato un animale di cui, altrimenti, potremmo avere una vaga reminiscenza solo dalle testimonianze rupestri dei nostri antenati.

Le dichiarazioni di Jacopo Goracci

Jacopo Goracci è il direttore tecnico della Tenuta di Paganico, in provincia di Grosseto. Proprio qui si pratica l’allevamento brado estensivo della razza maremmana. Goracci, tramite alcune dichiarazioni riportate da Focus, ha affermato: “Attraverso la maremmana possiamo risalire al comportamento più naturale di vacche e tori anche di altre razze, che, tenuti in spazi angusti, vengono erroneamente considerati poco intelligenti e privi di esigenze. La maremmana conserva insomma l’anima dell’uro e l’identità negata ad altri bovini domestici meno fortunati”.

Jacopo Goracci collabora con l’università di Pisa per lo studio del comportamento selvatico della mucca maremmana. Si è osservato come, pur vivendo allo stato brado e partorendo senza alcuna assistenza, tali mucche hanno un successo riproduttivo pari quasi al 100%. Goracci ha spiegato: “Quando deve partorire si allontana dalla mandria e si isola per quattro-cinque giorni” e poi ancora: “Mangia la placenta per non attirare predatori. Se ha un parto gemellare abbandona il secondo nato, dato che nel suo antico codice genetico non era previsto che ce la potesse fare ad allattare e curarne due”.

Riguardo ai vitellini, Jacopo Goracci ha precisato che essi “nascono come avveniva nell’uro, con un mantello rossiccio, completamente diverso da quello degli adulti, in modo da potersi meglio mimetizzare fra le foglie caduche del sottobosco quando lasciati soli”. Dopo alcuni giorni la femmina, rientrando nel gruppo presenta ai suoi simili il piccolo. La razza maremmana è molto protettiva:nel caso di possibile presenza di predatori i più grandi si pongono a difesa degli esemplari più giovani.

Come è composta una mandria di maremmane

Una mandria di razza maremmana è solitamente composta da settanta esemplari: venti tori e cinquanta vacche. Un gruppo politicamente ordinato, tramite una vera e propria gerarchia. A capo delle femmine c’è una mucca denominata “alfa” che con l’ausilio delle sue grandi corna apre il sentiero nella vegetazione alle sue compagne. È lei inoltre che va a determinare il passo da tenere. Assieme ad altre femmine più di alto rango, va a decidere il gruppetto che può riposarsi accanto al toro “alfa” che dispone di un vero e proprio harem.

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