Salute

Vaccini anti Covid, il fallimento della strategia europea

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In tempo di pandemia, il contrasto passa attraverso i vaccini anti Covid, ma emerge il fallimento della strategia europea, l’Italia è fanalino di coda, perché errori e ritardi si riflettono negativamente sulle forniture per il vecchio continente, mentre altri Paesi hanno ingranato la quarta con accordi più mirati verso le big pharma.

La cattiva sorpresa di Oxford AstraZeneca

Oxford AstraZeneca ha annunciato il dimezzamento delle forniture, da 180 a 90 milioni di dosi, con il rischio che, entro un anno, l’Italia ne riceva solo 20 milioni, anziché 40 come previsto dai piani di fornitura. La decurtazione riguarda il trimestre aprile-giugno, dopo che l’azienda aveva già ridotto le aspettative nel primo trimestre.

A quanto pare, arriveranno in Europa solo 40 milioni di dosi entro marzo, a fronte delle 90 previste, oltre alla tegola del nuovo dimezzamento, perché L’azienda sta perfezionando il proprio programma e consolidandolo sulla base di tutti i siti produttivi disponibili dentro e fuori dall’Europa. Bruxelles spera ancora di ricevere una “proposta migliorata” che scongiuri, almeno in parte, un taglio così pesante, ma, in ogni caso, non sembra che Oxford AstraZeneca potrà mettere il turbo alla produzione nel prossimo trimestre.

Gli accordi Tra Europa e Pfizer

Come ricorda Federico Giuliani su Inside Over, sembrava che l’Unione europea avesse acquistato milioni di dosi di vaccino Pfizer a prezzi molto più vantaggiosi di Israele e altri Paesi, anche se gli accordi commerciali sono sostanzialmente riservati, tuttavia si sono presentate due coincidenze: l’azienda americana ha annunciato a metà gennaio la riduzione delle forniture per adeguare la produttività degli impianti e lo stesso giorno il presidente Joe Biden ha promesso di somministrare cento milioni di dosi agli americani in altrettanti giorni del vaccino Pfizer-BioNTech.

Molti hanno subito visto un nesso tra le due cose ed è probabile che ragioni economiche e geopolitiche s’intreccino. Non c’è dubbio che chi parte prima ha il coltello dalla parte del manico per avere molte più dosi e raggiungere l’immunità di gregge con largo anticipo, ma l’Ue al riguardo è decisamente svantaggiata.

Il problema degli accordi diretti e delle penali

Israele e Regno Unito, che guidano la classifica per numero di vaccinati, hanno puntato ad accordi chiari con Pfizer, a differenza dell’Unione europea, prigioniera di uno schema molto più farraginoso e centralistico che regola le forniture con clausole contrattuali poco efficaci.

Dalle indiscrezioni giornalistiche, emerge però che le sanzioni sono su base trimestrale e non settimanale,quindi una big pharma può essere chiamata in causa solo dopo tre mesi di ritardate forniture, ma i mancati arrivi settimanali hanno un impatto negativo immediato perché fanno saltare la tabella di marcia e sconvolgono la strategia vaccinale.

Inoltre, le clausole di salvaguardia non sono chiarissime e l’Europa può rivalersi con richieste di rimborso, rescissione del contratto o sanzioni che non scattano in automatico, e le aziende farmaceutiche hanno comunque un paracadute, perché potrebbero pagare la penale e rifarsi immediatamente, rivolgendosi ad altri mercati, considerando anche che Stati Uniti, Russia e Cina possono produrre in loco e questa è davvero una marcia in più per il loro fabbisogno, rispetto all’Italia che ancora discute se potrà produrre un suo vaccino nei mesi a venire.

La linea ondivaga della Ue tra riservatezza e trasparenza

Il problema quindi riguarda la capacità di spesa di vari Paesi extraeuropei che si accaparrano un gran numero di dosi a scapito dell’Europa che ha firmato un contratto con AstraZeneca Oxford già lo scorso agosto, ancora prima degli accordi con Pfizer e Moderna, ma sui ritardi di fornitura Bruxelles ha ingaggiato un braccio di ferro poco produttivo.

La pubblicazione del contratto con AstraZeneca, secretata sui prezzi per volere dell’azienda, non ha impedito, a  causa di un errore, al settimanale tedesco Der Spiegel di sapere che per 300 milioni di dosi il prezzo è 870 milioni di euro. Inoltre, questa trasparenza improvvisa serve come strumento di pressione politica sul Regno Unito perché Bruxelles voleva che Londra pubblicasse a sua volta i termini dell’accordo con l’azienda.

Si tratta di una prova muscolare europea dell’ultimo minuto ma ritardi e contratti poco chiari non cambiano le carte in tavola, a differenza di Boris Johnson, che ha avviato la campagna di vaccinazione con quasi tre settimane d’anticipo sul vecchio continente e si è garantito le dosi per immunizzare a tappe forzate gran parte della popolazione entro giugno, favorendo la ripartenza economica anticipata.

La Ue procede ancora in ordine sparso, tra la Germania capofila nelle trattative bilaterali dirette con le aziende farmaceutiche, a dispetto delle regole canoniche, l’Ungheria che approva il vaccino cinese, ancora ignorato dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema), e l’Italia speranzosa di più dosi entro marzo, ma sottomessa alle direttive formali di Bruxelles e alle decisioni big pharma, che rallentano la fornitura a piacimento.

Le statistiche deludenti inchiodano la Ue

Il giornalista Matthew Goodwin ha inchiodato la Ue alle sue carenze strategiche: nella prima settimana di febbraio Israele aveva già somministrato 59 dosi di vaccino ogni cento persone, la Gran Bretagna 15, gli Stati Uniti 10 e l’Unione europea meno di tre. La conclusione è chiara: piuttosto che assumere esperti del settore che supervisionassero gli accordi sul vaccino con le compagnie farmaceutiche, come ha fatto la Gran Bretagna dopo Brexit, l’Ue si è servita di negoziatori commerciali.  L’Ue ha preferito concentrarsi sul prezzo dei vaccini, ma avrebbe fatto meglio a domandarsi quando questi sarebbero stati effettivamente consegnati.

Le compagnie farmaceutiche stanno distribuendo i vaccini agli altri Paesi che si erano mossi più velocemente e, vista la malaparata, Ursula von der Leyen ha cercato di dare la colpa alle big pharma, piuttosto che alle carenze del processo decisionale europeo, scatenando un mare di polemiche e ammettendo alla fine che le cose non stanno funzionando a dovere.

L’Italia fanalino di coda

Secondo L’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) Polonia, Repubblica Ceca, Finlandia e Svezia hanno già somministrato la prima dose di vaccino ad almeno un quarto dei loro ultra-ottantenni, la categoria più a rischio, ma anche  la Francia (23%) e Germania (22%) si difendono meglio di noi italiani, che siamo ancora al 6%, appena sopra la Lituania (3%).

Sui vaccini anti Covid, il fallimento della strategia europea è purtroppo evidente, ma l’Italia ci mette del suo restando fanalino di coda per numero complessivo di vaccinati, che sono al momento 3.824.331 di cui solo 1.350.124 hanno avuto la doppia dose, ma le regioni che tentano di procurarseli hanno provocato critiche politiche e mediatiche, specie a sinistra.

Esiste comunque una strada che l’Ungheria ha già percorso: fare approvare il vaccino russo Sputnik o quello cinese dalle propria autorità regolatoria, nel nostro caso l’Aifa, dopo tutti gli studi clinici per garantire efficacia e sicurezza dei sieri, e poi immetterli solo sul territorio italiano, anche senza l’autorizzazione dell’Ema.

Come Ricorda Federico Giuliani è una soluzione estrema e di emergenza, che può creare parecchie tensioni con Bruxelles, ma se i canali ordinari continuassero a fornire poche dosi e in tempi lunghi, il nuovo governo Draghi, forte di una certa autorevolezza internazionale, dovrà presto battere un colpo.

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