La politica dei due forni continua.

Fico riesce nell'impresa, il Pd apre al dialogo.

Dopo circa due mesi dalle elezioni del 4 marzo finalmente cominciano a palesarsi concrete possibilità per la formazione del nuovo governo. Mattarella, dopo il primo tentativo esplorativo affidato al Presidente del Senato per vagliare se esistesse la possibilità di collaborazione tra Cinque Stelle e il Centrodestra, resosi conto dell’impossibilità di superare i veti incrociati di alcune forze politiche a collaborare tra di loro ha deciso di vagliare la possibilità, affidando al Presidente della Camera Fico, di trovare un punto d’incontro tra M5S e Partito Democratico.

Questa sembra essere stata una scelta felice, in quanto venerdì dopo una settimana di colloqui, il Presidente Fico in conferenza stampa ha annunciato ” Il mandato si conclude in maniera positiva, il dialogo è stato avviato, si aspetta  la direzione del Pd. Io penso sia importante, ragionevole e responsabile restare sui temi e sui programmi che è quello che chiedono i cittadini”.

E’ ragionevole pensare quindi che un accordo sul modello del contratto tedesco possa essere la chiave di volta per trovare un terreno comune, dando avvio così alla formazione di un nuovo governo. Un esecutivo, magari di scopo, impegnato nella realizzazione di cinque/sei punti che possano soddisfare almeno in parte le promesse fatte durante la campagna elettore e che dia a questo Paese una nuova legge elettorale che permetta la governabilità.

Loading...

Di Maio ha dichiarato che la possibilità di governare o trovare un accordo con la Lega è tramontata dopo cinquanta giorni e la colpa di questo insuccesso è da attribuire a Salvini che ha deciso di relegarsi al ruolo dell’opposizione pur non di abbandonare i propri alleati, rinunciando di fatto a un ruolo ( importante) di governo.

Continua così la politica dei due forni, presentata dal leader Pentastellato al primo giro di consultazioni, in cui veniva spiegato come per il Movimento Cinque Stelle ( essendo una forza politica post-ideologia) fosse possibile alternativamente poter collaborare o con la Lega o con il Partito Democratico, purchè si desse vita a un governo del cambiamento.

Per tale ragione il Movimento Cinque Stelle attenderà la direzione del Pd, ricordando che un programma dovrà necessariamente essere trovato tramite una mediazione avendo come base le grandi battaglie portate avanti dal movimento in questi ultimi anni: reddito di cittadinanza, aiuti alle imprese e alle famiglie, lotta alla corruzione, soluzione al conflitto di interesse. Di Maio ha concluso il suo intervento, ribadendo una cosa molto importante che il M5S non sarà disponibile a votare nessun governo del presidente, tecnico, di garanzia e che se questa possibilità d’intesa col Pd dovesse fallire allora la decisione dovrebbe tornare agli italiani.

Il segretario del Pd, Martina, invece ha colto con piacere il fatto che il Movimento Cinque Stelle abbia chiuso ogni possibilità di intesa con il centrodestra e la Lega e su questa base si può almeno aprire un dialogo. Per il reggente del Pd, fondamentale sarà discutere il programma che dovrà necessariamente ruotare attorno a quello che era presente nei 100 punti durante la campagna elettorale e soprattutto capire quelle che saranno le posizioni dell’esecutivo rispetto alle questioni europee.

Se questo avvicinamento tra le due forze politiche è stato accolto con fiducia dalla base elettorale è innegabile osservare come tra le due soluzioni presentate all’inizio, questa sia stata la scelta meno auspicata da una parte del Movimento Cinque Stelle e da Luigi Di Maio. Il leader Cinque Stelle negli ultimi giorni aveva fatto diverse dichiarazioni molto positive su Salvini e sulla Lega, sostenendo che su di loro si poteva far affidamento ( in base all’esperienza dell’elezione dei due presidenti delle Camere) e si sarebbero potuto fare grandi cose insieme.

La paura Di Maio si basa sulla forte opposizione interna al Partito Democratico, controllato ancora saldamente dall’ala renziana. Renzi negli ultimi giorni ha continuato a ribadire di essere contrario a ogni accordo e alcune voci sostengono che l’ex presidente del Consiglio sia pronto alla scissione e a creare quel partito nazionale ( su modello Macron), lanciando un’opa sull’elettorato moderato ancora in mano a Berlusconi, ottenendo il controllo del voto centrista del Paese.