Musica

A Modena, la Bohème per ricordare Luciano Pavarotti

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Venerdì prossimo,’11 ottobre alle 20,00, s’aprirà la stagione lirica del “Comunale” con l’opera “Bohème” di Giacomo Puccini che, il 26 aprile del 1961, vide l’esordio di Luciano Pavarotti al Teatro Municipale di Reggio Emilia nei panni di Rodolfo. Gli amanti della lirica sapranno tutto del capolavoro pucciniano, ma per i meno esperti potranno risultare interessanti queste brevi annotazioni.

La diatriba con Ruggero Leoncavallo

Complice la Galleria Vittorio Emanuele II e i suoi locali, il 19 marzo 1893 Ruggero Leoncavallo e Giacomo Puccini s’incontrarono per caso e da quel momento in poi i due compositori, che erano stati legati da una certa amicizia, si odiarono per sempre. Durante questo incontro, a quanto pare, Puccini accennò a una nuova opera che stava componendo, basata su un libretto tratto da “Scenes de la vie de Bohème” di Henri Murger, scritta mezzo secolo prima e ben conosciuta dal pubblico. Leoncavallo, piuttosto seccato, gli ricordò che egli stesso aveva già iniziato a comporre una “Bohème” e che anzi, prima di cominciare, aveva offerto il libretto a Puccini, il quale lo aveva rifiutato. Dal caffè nel quale era iniziata, la lite si trasferì sui giornali. Il giorno dopo, i lettori de “Il secolo” furono informati del progetto di Leoncavallo, mentre il 21 marzo, il “Corriere della Sera” annunciava l’intenzione di Puccini di comporre la stessa opera. Nel comunicato, Puccini suggerì che entrambi componessero la propria Bohème e sarebbe stato il pubblico a giudicare la migliore. “Leonbestia”, così iniziò a definirlo Puccini, non digerì mai quello che lui riteneva un furto e il Maestro di Lucca si difese sempre dicendo che la prima volta che s’interessò a questo libretto fu sul treno Milano – Torino, accompagnato dall’avvocato Nasi e dall’amico Berta che si erano offerti di scrivergli il libretto.

L’incontro con Giovanni Verga per “La lupa”

Dopo un primo slancio d’intenso lavoro, alimentato senza dubbio dalla rivalità con Leoncavallo, Puccini sembrò perdere interesse per la storia e nella del 1894 si recò in Sicilia per incontrare Giovanni Verga, il quale aveva già scritto la Cavalleria rusticana. Verga aveva fatto una versione teatrale anche di un suo nuovo racconto, “La lupa”, e Puccini studiò a fondo le possibilità per crearne un’opera, ma al ritorno dalla Sicilia, incontrò sulla nave la Marchesa Gravina, figlia di Cosima Wagner e sposata ad un nobile siciliano, la quale, dopo lunghe conversazioni, lo convinse che il racconto del Verga non faceva per lui. Poco dopo, Puccini scrisse a Ricordi che nella vicenda mancava “una sola figura luminosa”; in altre parole mancava Mimì. Riprese in mano la Bohème e adattò un’aria che aveva già composto per “La lupa”. Oggi la c onosciamo con queste parole ed è tra le più celebri di tutta la produzione lirica: “Nei cieli bigi guardo fumar da mille comignoli Parigi”.

Alla prima, un successo mancato

Dopo il solito parto trigemino per la costruzione del libretto, affidato al fantastico duo Illica/Giacosa, e nonostante la preparazione attenta di Toscanini, l’opera non ebbe un immediato successo. Anni dopo, Puccini descrisse così la prima a uno dei suoi primi biografi: «Il pubblico l’aveva accolta bene. La critica il giorno dopo ne disse male. Ma anche quella sera, tra un atto e l’altro, nei corridoi e nel palcoscenico, sentii sussurrare attorno a me: “Povero Puccini! Questa volta ha sbagliato strada! Ecco un’opera che non vivrà a lungo». Il più duro dei critici fu Carlo Borsezio, noto giornalista torinese che così la recensì su “La Gazzetta Piemontese” : “La Bohème, come non lascia grande impressione sull’animo degli uditori, non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene se l’autore, considerandola come l’errore di un momento, proseguirà gagliardamente la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve traviamento del cammino dell’arte”.

Non tutti furono critici

Vi fu anche qualche recensione favorevole, fatta da scrittori autorevoli, fra i quali Alfredo Colombani del “Corriere della Sera” che così scrisse: “Puccini ha compiuto un notevole passo sulla via del progresso. Il miglioramento nella fattura è sensibilissimo. La musica corre lesta e agile, ora briosa, ora straziante, senza che ci sia concesso di fermarsi per ricercare effetti maggiori di quelli che le situazioni comportino. E un critico genovese profetizzò: Sarò forse ottimista, ma prevedo un giro trionfale di quest’opera”.

Le ragioni dell’insuccesso

Nel suo ampio saggio “Le Opere Di Puccini” (Oxford) il musicologo americano William Ashbrook indica alcune possibili ragioni per il mancato successo della prima: “Il 22 dicembre 1895, poche settimane prima della rappresentazione della Bohème, Toscanini aveva aperto la stagione al Regio con la prima italiana de “Il crepuscolo degli dei“. Non ci può meravigliare il fatto che i critici, i quali si erano appena abituati alle lunghezze wagneriane, fossero sorpresi dallo stile breve e conciso della Bohème. Inoltre, mentre la Manon aveva presentato degli accenni wagneriani, questi vennero a mancare completamente nella Bohème. La scelta dei cantanti non fu ideale e vi fu poi un altro elemento che contribuì in maniera decisiva a frenare il successo: per quanto ben equilibrata fin nei minimi particolari, per quanto riguarda la partitura nella sua versione definitiva come la conosciamo oggi, la sua prima versione presentava alcuni punti deboli, che bastarono per indebolire in particolare l’effetto del secondo atto”.

Ma divenne subito popolare

Ma non trascorse molto tempo e la “Bohème” divenne subito popolare, a testimoniare ancora una volta che i critici musicali, imprigionati nel loro sapere che spesso zittisce il cuore, non avevano saputo cogliere l’essenza dell’opera, le sue arie struggenti, il ritmo narrativo che alcuni, e anche a mio parere, la pongono quale precursore della moderna cinematografia.

Il cast

Mimì Maria Teresa Leva
Musetta Lucrezia Drei
Rodolfo, poeta Matteo Desole
Marcello, pittore Carlo Seo
Schaunard, musicista Fellipe Oliveira
Colline, filosofo Maharram Huseynov
Parpignol Roberto Carli
Benoît / Alcindoro Gianluca Lentini
Sergente dei doganieri Paolo Marchini
Doganiere Stefano Cescatti

Direttore Aldo Sisillo
Regia Leo Nucci
Scene Carlo Centolavigna
Costumi Artemio Cabassi
Luci Claudio Schmid
Maestro del Coro Stefano Colò
Maestro delle Voci bianche Paolo Gattolin
Regista collaboratore Salvo Piro

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Lirico di Modena
Voci bianche della Fondazione Teatro Comunale di Modena
In collaborazione con la scuola La Carovana

Massimo Carpegna

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