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In arrivo “Mcqueen”, il biopic sulla vita del ribelle di Hollywood.

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Voglio una vita esagerata/ voglio una vita come Steve Mcqueen” cantava Vasco Rossi in Vita spericolata. Era il 1983 e il grande attore statunitense era scomparso 3 anni prima. Quelle parole non erano un intimo, solitario desiderio del Blasco; erano l’urlo di una generazione. In fondo al cuore, avremmo voluto essere un po’ tutti come Steve Mcqueen. Ma come potevamo? Non era facile, comodo, rilassante essere come lui. Non era una vita adatta ai deboli di cuore. Comportava dei rischi, un grossa dose di fegato e di spavalderia. Significava vivere velocissimi e controcorrente, non avere certezze, correre sempre il rischio di schiantarsi, ma anche sentire il proprio cuore impazzire di adrenalina ad ogni curva della vita. Voleva dire essere liberi, forse. Purtroppo quella libertà noi non ce l’avevamo, e ne eravamo consapevoli. Per questo ci è mancato così tanto. L’ultima, grande leggenda del cinema era morta e sapevamo che non sarebbe ritornata mai più.

Eppure, si sa, al destino e al passato non ci si arrende mai. E infatti, di qualunque casa produttrice si tratti, qualunque sia il budget, sono stati fatti biopic praticamente su tutti i personaggi dello spettacolo, dello sport e della musica. Potevano dimenticarsi di Mcqueen? Figuriamoci.

Ecco quindi arrivare la notizia. Il presidente della casa di produzione Lake Forest Entertainment Graham Kaye è al lavoro con Exchange per portare al cinema il primo biopic sul celebre attore americano che, tra gli anni ’60 e ’70, riuscì ad ottenere ruoli che ne hanno fatto un icona del cinema mondiale.

“McQueen is the King of Cool (lui, che dello stile se ne era sempre fregato). – ha detto Brian O’Shea, Ceo della Exchange – La sua vita ha influenzato così tante persone in tutto il mondo che siamo davvero orgogliosi di essere parte della forza trainante per portare questo film alla vita”.

L’uomo, il mito. E l’uomo prima del mito. Un grande successo ottenuto a dispetto di umilissime origini. Nasce a Indianapolis il 24 marzo del 1930, non lontano dal famoso circuito automobilistico. Come emerge prepotentemente dalla biografia scritta da Michael Munn Living on the edge (Vivere al limite), i suoi primi anni furono certamente molto difficili: non frequentava alcuna scuola, venne mandato al riformatorio(questo periodo fu il più triste della sua vita), si era unito ad una gang del quartiere e raramente dormiva a casa dove sua madre esercitava il mestiere più antico del mondo, sfruttata da un patrigno talmente manesco che un giorno l’undicenne Steve rubò un coltello in una macelleria e si recò a casa per farla finita con le angherie dell’uomo. Sua madre lo fermò appena in tempo.

Una volta rischiò anche di diventare un ragazzo-oggetto in un bordello della Repubblica Dominicana, prima di rientrare negli Stati Uniti e finire nei Marines. Qui, protetto dalle tute in amianto che (con la complicità dei molti eccessi) lo uccisero anni dopo, impara l’arte della meccanica, si innamora perdutamente dei motori e, quasi inconsapevolmente, della recitazione. Dopo l’esperienza militare entra nell’Actors Studio di Lee Strasberg, il guru, il maestro, il più grande insegnate di recitazione cinematografica che sia mai esistito. Steve ha un grande talento. Su oltre duecento allievi infatti, solo lui e Martin Landau ottengono il privilegio di partecipare alle prestigiose lezioni dell’ Actors Studio. Ed è li che apprende e perfeziona lo stile che lo renderà famoso: è asciutto, duro, individualista, solitario eppure, allo stesso tempo, simpatico, sottilmente ironico, trasandato, scanzonato e strafottente. Due anni dopo è già a Broadway.

Nonostante il carattere attaccabrighe e impiccione, vero terrore di registi e produttori, nulla gli impedisce di ricoprire ruoli leggendari e di interpretarli in maniera indimenticabile. Sebbene sia dotato di una grande carica emotiva, di un inequivocabile magnetismo e di una fortissima presenza scenica ( anche nei numerosi ruoli da “spalla” è quasi sempre migliore dell’attore protagonista), a Steve Mcqueen calza a pennello il ruolo di anti-eroe. E’ il fuggiasco per eccellenza, l’evaso. E’ quello che potrebbe vivere tranquillo come tutti gli altri, ma non lo fa. Perché preferisce sentirsi libero, anche a costo della vita. All’ombra dei riflettori, faceva la stessa cosa. Ricorda la versione bad, giovanile e molto meno sentimentale di John Wayne. La sua capacità di passare credibilmente ( e, spesso, nello stesso film) da momenti di stasi, di silenzio, di durezza, di mistero e di riservatezza incupita a momenti di incosciente spavalderia, di sbruffonaggine esagerata e chiassosa, di audacia generosa, di ottimismo e simpatia, lo resero un interprete praticamente perfetto. Tra i suoi grandi successi, ricordiamo: I magnifici sette, La grande fuga, Bullit, L’ultimo Buscadero, Getaway!, Papillon.

I suoi personaggi, non di rado disegnati appositamente per lui, ricalcavano spesso il suo carattere difficile e le sue abitudini “forti” fuori dal set. Abitudini ingorde che lo portarono, verso la seconda metà degli anni Settanta, verso un rapido e inesorabile declino. Belle donne, macchine e moto veloci, fiumi di denaro e di alcool, quintali di droga, risse, scorribande rocambolesche al volante. E poi, ancora, repentini divorzi, tanti cuori spezzati, incidenti quasi mortali, cliniche, lettere di scuse e veri e propri “braccio di ferro” con il jet set hollywoodiano, i registi e i colleghi ( celebre la sua rivalità con Paul Newman, decisamente troppo “pettinato” per un tipo come lui).

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Non volle mai far parte di quell’universo pieno di lustrini e feste eleganti, ma c’era dentro fino al collo. Era un mondo troppo lento per lui e, quanto più tentava di inghiottirlo, tanto più lui premeva l’acceleratore per sfuggirgli. La vita, la cultura, il mondo che vedeva intorno a se era una prigione, e lui doveva assolutamente evadere. Ma ancora e ancora, i problemi lo riportavano in “gabbia”. Ha vissuto la sua vita in questo tentativo, sempre fallito per altro. Ma ogni volta eccolo urlare, come in Papillon: ” Maledetti bastardi…sono ancora vivo!

Nella sua contraddizione, non si fece mancare nulla. Possedeva quasi trecento modelli tra auto, aerei e motociclette. Recitava le scene più pericolose dei film personalmente e, quando- completamente esausta dal suo modo di fare- la troupe lo obbligava ad usare uno stuntman, Steve lo pagava anche il doppio del prezzo d’ingaggio perché se ne andasse. Era in pista che ritrovava se stesso, ma non in quelle da ballo, quelle degli anni Ottanta che galoppavano all’orizzonte. Sognava di abbandonare la recitazione per dedicarsi completamente al mondo delle corse d’auto. Era anche piuttosto bravo. Dice di se:

Gareggiare è vita. Tutto ciò che viene prima o dopo è solo attesa. […] Non so ancora se sono un attore che gareggia o un corridore che recita.

In arrivo "Mcqueen", il biopic sulla vita del ribelle di Hollywood.

Una cosa era certa. Non lo avrebbero mai preso, vivo. Veloce: questo era Mcqueen. E fu veloce fino alla morte, avvenuta il 7 novembre del 1980 per un grave mesotelioma pleurico in stato ormai avanzatissimo, inoperabile. Aveva deciso di andare il clinica a disintossicarsi e poi, dopo la scoperta del tumore, era corso in Messico per cercare di ricorrere ai ripari. Gli era stato asportato il tumore dallo stomaco circa ventiquattr’ore prima che due infarti gli fermassero il cuore per sempre. Prima di staccarci tutti per l’ultima volta però, ci recitò i numeri di matricola che lo avevano identificato negli anni bui del riformatorio. Fu la sua ultima beffa, forse per ricordarci quanta strada aveva fatto, quanto aveva corso. E chissà quanto avrebbe potuto correre ancora.

Certo è che non sarà per niente facile vestire i panni di questo incendiario personaggio, ricco di sfumature e di contraddizioni. Tra i nomi che in questi giorni si sono fatti per interpretare l’importante ruolo ci sarebbero Jeremy Renner, Channing Tatum e Ryan Gosling.

Del film, che è ancora in fase di sviluppo, non si conosce ancora nè regista nè sceneggiatore. Si sa però che dovrebbe essere tratto dalla biografia scritta nel 2010 da Marshall Terrill, Steve McQueen: The life and legend of a Hollywood icon. E dovrebbe attingere inoltre da un fantomatico diario personale di McQueen, ritrovato in Messico a pochi giorni dalla morte dell’attore e tutt’ora in possesso di Graham Kaye.

Noi, nel frattempo, ci auguriamo che la pellicola gli renda giustizia e che sia alla sua altezza. Che non sia un biopic come tutti quelli che abbiamo già visto, sopratutto sotto l’aspetto stilistico. Personalmente, il solito palloso melodramma sulla star maledetta sarebbe davvero un’occasione sprecata. Non si ecceda dunque in facili patetismi o in banalità, lui non lo approverebbe di certo. Visto che si tratta di Mcqueen, che sia un film a la Mcqueen.

Kaye e soci si ricordino che nella Walk of Fame di Hollywood Boulevard ci sono più di duemila stelle. Però una sola, tra tutte, salta immediatamente all’occhio. C’è scritto: Steve Mcqueen. Ed è l’unica che è stata montata al contrario.

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