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Attenzione: biologico non è sempre uguale a genuino

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Quante volte al supermercato trovandosi di fronte al reparto dei cibi biologici capita di sentirsi pervasi da un senso di armonia con la natura e di pensare che, acquistando uno di quei prodotti “senza schifezze industriali”, si stia in qualche modo facendo un favore non solo al nostro corpo ma anche agli animali coinvolti nella produzione?

In effetti, sulle etichette dei prodotti biologici di origine animale si leggono spesso frasi rassicuranti come “allevato in modo umano” o “allevato in libertà“, per non parlare poi delle pubblicità in televisione, verdi prati ameni popolati da galline felici, che verrebbe da pensare se la passino quasi meglio dell’italiano medio in termini di benessere psicofisico. Ma siamo sicuri che il trattamento degli animali impiegati nella produzione di cibi biologici sia poi così diverso da quello riservato loro negli allevamenti comuni?

Di questa e di molte altre tematiche legate al cibo e alla sua produzione si occupa Michael Pollan nel suo libro Il dilemma dell’onnivoro. Giornalista statunitense e noto autore di diversi libri-inchiesta sul cibo, Pollan svela con efficacia e semplicità intricati sistemi dell’industria alimentare che la maggior parte di noi non conosce, pur essendovi tutti necessariamente coinvolti.

Nel caso di quello che definisce “l’impero del biologico“, Pollan riporta la sua esperienza di verifica in prima persona delle condizioni di allevamento di alcuni animali in aziende produttrici di cibi biologici.

Un esempio da lui riportato è il caso di un allevamento di pollame in California, che sulle etichette dei suoi prodotti affermava di garantire ai propri animali una vita “all’aria aperta”. In realtà, gli animali erano allevati in modo del tutto simile ai comuni allevamenti intensivi, fatta eccezione per il nutrimento, mangime rigorosamente certificato biologico, e “l’aria aperta” non era altro che uno stretto spiazzo erboso al di fuori del capannone dell’allevamento. Inoltre, i polli potevano accedere a questo ridotto spazio aperto solo dopo le prime 6 settimane di vita (così da evitare malattie) per essere poi macellati appena due settimane dopo. Insomma, di aria fresca nell’arco della loro breve vita ne avranno respirata ben poca.

Dunque ciò significa che il cibo biologico non è altro che una truffa? Certo che no. Questo tipo di produzione infatti garantisce l’elevata qualità dei mangimi con cui gli animali vengono nutriti, caratteristica che rende i prodotti migliori in termini di impatto sulla salute del consumatore. È bene essere coscienti però che anche nell’ambito del biologico non è tutto oro quel che luccica e che, in termini di genuinità della vita degli animali allevati e della tutela del loro benessere, ci sono senz’altro ampi margini di miglioramento.

E voi cosa ne pensate?

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