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Cinema Queer tra Camp e Musical

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《Il Camp, affonda le sue radici nel Settecento, avendo quel secolo uno straordinario senso dell’ artificio, della superficie, della simmetria. […] Il Camp pone ogni cosa tra virgolette, è la massima estensione possibile della metafora della vita come teatro.》

Secondo Susan Sontag questo stile, questo fenomeno culturale di incerta definizione, si manifesterebbe nell’esagerazione, nell’artificiosità, nell’enfatizzazione dell’apparire, nella scelta di oggetti stravaganti o kitsch, indice di un edonismo ironico. Un fenomeno, questo, di frequente associato alla gay culture, anche se sarebbe riduttivo e scorretto circoscriverlo entro limiti dettati dalla sessualità.

L’omosessualità maschile, nelle sue manifestazioni camp è stereotipata, prende a modello le grandi dive hollywoodiane esasperando in modo teatrale le proprie inclinazioni femminili. Manifestandosi spesso mediante travestititismo e transessualità, nel cinema Camp da un lato prevale un senso di adorazione della donna, dall’ altro un distanziamento autoironico.

Tra i pilastri di questo genere non si può non menzionare Il Caso Myra Breckinridge di Michael Sarne (1970), in questo caso il protagonista Myron si reca in Europa per sottoporsi ad un intervento per il cambio di sesso. Un altro esempio è Sextette di Ken Hughes (1978), con la provocatoria diva Mae West. Indiscusso protagonista del cinema camp è però John Waters. Il regista homocore Bruce LaBruce in un intervista riportata in Mondo Queer di Pier Maria Bocchi, sottolinea quanto sia profondamente politico il cinema del Re del trash:

《Penso che il buon camp abbia una certa profondità. Il camp non deve per forza essere superficiale, può avere anche sottotesti sostanziali. Penso che sia un malinteso generale che sotto il camp ci sia il vuoto. Guarda John Waters, per esempio. I suoi film sono camp ma sono anche molto politici, contengono una critica feroce alla cultura borghese》

John Waters, amante per sua stessa ammissione di ogni forma di terrorismo sessuale, lanciò una vera e propria icona camp, Divine. Interpretata da Harris Glenn Milstead, drag queen obesa e volgare, si fa propagatrice di un nuovo modello di travestitismo, lontano dall’universo glamour delle dive hollywoodiane e più vicino a quello dei freaks. In Pink Flamingos (1972), il capolavoro watersiano, si presenta ipertruccata, feroce, crudele, coperta di piume e paillettes, con una parrucca bionda che per metà lascia scoperto un cranio calvo. In molti film di Waters interpreta personaggi al limite della società o donne psicotiche.

La figura di Divine si contrappone ai modelli hollywoodiani di bellezza femminile. Nel provocatorio ed irriverente promo di Polyester viene introdotta così:

《Mai vista una donna così dai tempi di Bette Davis, di Joan Crawford! Di Susan Hayward! E’ Divine la donna più bella del mondo!》

Troveremo Divine anche in Hairspray (1988) di Waters, celebre musical ed esilarante commedia antirazzista. È evidente quanto il cinema trans si sia avvalso della musica, come linguaggio emozionale ed immediato, nella veicolazione di messaggi allusivi ed identità complesse o sessualmente polimorfe.

Sarebbe impossibile a questo punto, ignorare The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman (1975), un vero e proprio fenomeno di culto che rappresenta un caso unico per quanto riguarda il coinvolgimento e la fidelizzazione del pubblico.

Il protagonista, lo sweet transvestite Dott. Frank ‘N’ Further, interpretato da Tim Curry è un’icona trans e bisessuale, probabilmente la più carismatica apparsa sullo schermo. Il Rocky Horror trasuda libertà sessuale da ogni dove, a partire dal plot. L’incontro tra i due fidanzatini Brad e Janet, ultraconservatori e gli abitanti del pianeta Bisexual sarà determinante, la coppia, infatti, riuscirà a liberarsi da ogni inibizione. Memorabile la colonna sonora e così i testi.

《Just as successful performances in the Classic Hollywood musical are linked with romantic success, Rocky Horror uses the same trope in relation to sexual success》 (S. Artt)
Il grande successo di questo musical horror ed erotico ha aperto la strada ad altri film a tematica lgbtq che hanno fatto del Rock il loro mezzo d’espressione. Il regista indipendente Todd Haynes ne ha dato prova con il suo Velvet Goldmine (1998). Haynes vuole raccontare il pailettato universo glam-rock degli anni ’70 e lo fa mediante le indagini sull’omicidio del famoso Brian Slade, sposato con Mandy ma, in realtà, legato ad un altro uomo, Curt Wilde. Da citare Flawless di Joel Schumacher (1999), un film decisamente da dimenticare, in cui centrale è il confronto tra una drag queen appassionata di musica e l’omofobo Walt. I personaggi sono caricaturali e la recitazione forzata. L’Hedwig di Hedwig and the angry inch di John Cameron Mitchell (2001) è una protagonista transessuale che ha lasciato il segno. Cresce in uno squallido appartamento di Berlino Est, con la madre squilibrata ed il padre violento. Decide di sottoporsi ad un’operazione per il cambio di sesso e l’intervento malriuscito la lascerà con il cosiddetto angry inch.

Per quanto riguarda i film musicali un esempio profondamente positivo è rappresentato poi da C.R.A.Z.Y di Jean-Marc Vallèe (2005), in cui il protagonista Zachary, quarto di cinque fratelli, compirà un viaggio alla scoperta della propria sessualità fino ad allora inibita per via del contrastante rapporto con l’omofobo padre.

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