Divergent

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Annientare la “natura umana”, complessa e quindi completa di molti aspetti e sfaccettature, per rendere ogni singola persona univoca e inquadrabile con un solo aggettivo.

Questa è l’ennesima variante fantascientifica al problema del fattore “uomo” sulla terra, fornitaci dalla scrittrice Veronica Roth con la sua trilogia best seller Divergent.

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L’essere umano che in quanto tale condurrà il mondo alla distruzione, attraverso la brama di potere e il mezzo a lui più congeniale: la guerra. Unica soluzione è quindi rendere le persone psicologicamente piatte e quasi robotiche al fine di poterle meglio gestire.

Le tematiche, rielaborate, e gli spunti interessanti nel lavoro della scrittrice Roth ci sono ma è sulla trasposizione cinematografica che si perde qualche tassello.

 

Futuro imprecisato. Dopo le guerre, la restante (forse) popolazione mondiale vive barricata nella città di Chicago. La pace e l’ordine è stata ritrovata dividendo la società in 5 fazioni e ognuna di esse esercita un preciso compito per l’andamento della vita comune.

Gli Eruditi si occupano della ricerca e dell’insegnamento. I Candidi sono responsabili della legislazione, avendo abbandonato il concetto di ipocrisia. I Pacifici si occupano della coltivazione delle terre. Gli Abneganti praticano l’altruismo incondizionato e si occupano di governare l’intera comunità. Gli Intrepidi, coraggiosi e sprezzanti del pericolo, sono i soldati che proteggono la società.

Ogni fazione è costituita da rigide regole che non lasciano spazio a nessun altro tipo di aspetto caratteriale al di fuori di quello previsto dalla fazione di appartenenza. Ecco perché esiste un’altra fazione: gli Esclusi, cioè quelle persone che non sono riuscite a superare il test di iniziazione di una precisa fazione o che sono stati cacciati dopo averne fatto parte e che vivono ai margini della città come reietti.

Ogni cittadino compiuti i 16 anni di età deve affrontare un test attitudinale per comprendere quale fazione è più indicata per la sua personalità, se quella della famiglia di origine o una diversa, seguendo la quale si dovranno abbandonare i proprio affetti. Ciò nonostante una persona ha la possibilità di scegliere una fazione differente da quella indicatagli dal test, lasciando così intatto il principio di libero arbitrio.

Beatrice Prior (Shailene Woodley) è una sedicenne la cui famiglia vive nella comunità degli Abneganti. Per lei il test risulta inconcludente, l’esito è che la sua personalità risponde in molti modi diversi in relazione alla situazione in cui si trova, senza quindi essere inquadrabile in un unico modo di essere. Beatrice risulta essere una cosiddetta Divergente, classe di persone perseguitata dalla società delle fazioni per motivi ignoti. Il risultato del test viene camuffato per proteggere la giovane, la quale confusa e indecisa deciderà di entrare a far parte della fazione degli Intrepidi.

Qui inizia il suo addestramento durante il quale la ragazza imparerà a conoscere ed affrontare le proprie paure e diverrà sempre più pericolosa per il Sistema governativo delle fazioni.

 

Gli scritti della Roth vengono portati sul grande schermo da Neil Burger, regista di The Illusionist (con protagonista niente di meno che Edward Norton) e Limitless per intenderci. Un autore sempre ambizioso e a tratti originale che però a un certo punto di ogni sua pellicola sembra smarrirsi e perdere in una nuvola di fumo le aspettative che ci aveva promesso all’inizio del film.

In questo caso forse è più comprensibile del solito trattandosi di un film che costituisce solo il primo capitolo di una trilogia di libri che promette di essere un successo tanto quanto Hunger Games, con il quale viene spesso accomunato. Seppur molto differente nell’incipit e nello sviluppo, Divergent presenta infatti molte analogie formali con i libri di Suzanne Collins.

Anche qui ritroviamo una donna al centro di una storia che la vede destinata a cambiare le sorti di un’intera società civile. Anche qui la stessa donna possiede talento e capacità che la contraddistinguono dal resto dei suoi simili. E anche qui la protagonista, la stella in ascesa Shailene Woodley si presenta con un’espressione perennemente spaesata e confusa come la Katniss di Jennifer Lawrence. Ma aspetto ancor più importante sono le 2 ore di durata del film impiegate in addestramenti e prove di coraggio che tengono acceso l’interesse dello spettatore molto più della curiosità di conoscere i misteri che avvolgono la divergenza della protagonista (svelati negli ultimi 10 minuti di pellicola, e neanche in modo esaustivo, ma questo sicuramente per scelta della scrittrice e non del regista).

 

Se però accantoniamo le sequenze incomplete o improbabili (come ad esempio il dubbio che si instilla in noi quando vediamo altre persone che scoprendosi Divergenti non sanno, a differenza della protagonista, che devono camuffarsi in mezzo agli altri per evitare di essere giustiziati!) ci accorgiamo di poter valutare positivamente il tentativo di riportare in auge alcuni aspetti tanto cari al vecchio cinema di fantascienza.

Partendo dagli Hunger Games fino a questo Divergent è ritornata in prima linea la figura della donna come protagonista e trascinatrice di un’intera storia, come succedeva negli storici Alien e Terminator. Non ci si limita però alla donna come figura positiva portante del racconto, ma anche come controparte. Qui troviamo infatti il personaggio interpretato dal premio Oscar Kate Winslet a capo del sistema della fazioni, la classica maniaca di un “sistema del controllo” come lo è stata Jodie Foster nell’ottimo Elysium di Neill Blomkamp del 2013.

Insomma tante perplessità camuffate a stento da buone premesse che da sempre contraddistinguono la letteratura di Fantascienza, recentemente riportata sulla cresta dell’onda dal cinema contemporaneo.