Evasione fiscale: impariamo dagli States

Un sistema fiscale che funziona, graduato sull'imponibile del contribuente e che impedisce l'evasione

Evasione fiscale: impariamo dagli States

Tema di questi giorni è la legge di bilancio e, di conseguenza, la tassazione. L’annuncio dei maggiori esponenti di governo è che non si vuole depredare ulteriormente il portafoglio degli italiani e quindi l’attenzione del fisco sarà ancora più attiva sull’evasione fiscale.

A quanto ammonta l’evasione fiscale?

Tanto per capire di quali cifre stiamo parlando, siamo sui 100 miliardi l’anno di evasione dovuti all’IVA, 35,6 miliardi secondo il Mef, 32,9 miliardi nell’elusione dell’IRPEF relativo al lavoro autonomo o d’impresa, e poi l’IRES (8,2 miliardi), l’IRAP (7,6 miliardi), l’IMU (5 miliardi), l’IRPEF relativo al lavoro dipendente (4,5 miliardi). Altro disavanzo da evidenziare è quello delle entrate contributive a carico del datore di lavoro, valutate in 8,3 miliardi di euro annui.

Perché negli USA non esiste evasione?

Possibile che non esista un modo per far pagare questi evasori?
In certi Paesi, come gli Stati Uniti, una maggiore serietà ha prevalso. Il punto di partenza, nel rapporto tra governo e contribuente, è diverso: l’America si fida dell’onestà dei propri cittadini, che vogliono concorrere alla grandezza della nazione. Come si pagano queste tasse? Si conservano tutti gli scontrini di qualsiasi cosa che si portano dal commercialista (nelle grandi città ci sono uffici aperti al pubblico tipo le Poste ad ogni angolo). L’addetto chiede quanto si ha guadagnato approssimativamente nell’anno precedente, se ci sono delle spese da detrarre, compila il modulo e si va alla cassa. Si scarica tutto, dal cellulare ai trasferimenti in taxi, all’abbonamento per la metropolitana o il giornale preferito, ai viaggi per lavoro e persino l’affitto di casa, anche se non completamente. A nessuno conviene non emettere scontrini e ciò contribuisce all’onestà degli americani, perché se il fisco scopre la menzogna, si paga il dovuto con le penali e si va in galera, così da imparare ad essere più corretti.

Come funziona il fisco americano?

Vediamo più nello specifico e magari importiamo qualche soluzione dall’America, invece che copiare solo certi eccessi.
Il sistema generale di tassazione negli Stati Uniti e tra i più progressivi; vale a dire che le tasse sono diverse a seconda del reddito dimostrato da un soggetto fisico o giuridico. Se hai un reddito alto, pagherai tasse più salate rispetto ad una persona che ne ha uno basso. Questo garantisce che anche i più poveri si sentano cittadini che contribuiscono al benessere del Paese, anche se in maniera ridotta.
L’imposta grava sia sulle persone fisiche che sulle persone giuridiche e colpisce solo il cittadino residente, colui che risiede nella Nazione e gode dei diritti e doveri a lui assegnati dalla Costituzione.
Il fisco americano è gestito da un ente chiamato “IRS”, che controlla se una persona o una società ha pagato le tasse o meno, e non è possibile fare i furbi. Neppure Al Capone c’è riuscito! Se l’errore nel pagamento è commesso dall’IRS, si presenta reclamo e l’intero importo non dovuto è rimborsato. In caso contrario, e ciò è il terrore di tutti gli americani, la pena è molto gravosa.

Il controllo incrociato 

Esiste anche la “Sales Tax” con scadenze mensili, trimestrali oppure annuale e il pagamento delle tasse deriva dagli importi fatturati. Va aggiunto che, a seconda dello Stato, occorrono degli specifici dettagli in fase di preparazione della dichiarazione. In California, ad esempio, è necessario presentare il fatturato che è stato pagato con la carta di credito, in modo che possa essere fatto un controllo incrociato tra le entrate e le uscite di danaro.

Perché non copiare dallo Zio Sam?

A questo punto, visto che il sistema US funziona a meraviglia, cosa ne direbbe l’attuale governo della svolta di scopiazzare qualcosa dall’America, così da avere la mano un po’ più leggera sul portafoglio degli stipendiati e picchiare duro sui grandi evasori?

Massimo Carpegna