Cinema

Fahrenheit 451: l’era combustibile

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Era il 1953 quando lo scrittore americano Ray Bradbury donò al mondo la sua opera più famosa, destinata a collocarsi nel gotha dei grandi classici immortali della letteratura del novecento. Il libro si intitolava “Fahrenheit 451”. Tredici anni dopo, tratto dall’omonimo romanzo fantascientifico, il cineasta francese Françoise Truffaut ne diresse un’ulteriore capolavoro. Per anni si era parlato di un possibile remake e dopo un lungo silenzio viene affidata al regista statunitense Ramin Bahrani l’ardua impresa di reinterpretare l’universo narrativo di Bradbury e trasformarlo in chiave moderna in un prodotto per la rete satellitare americana HBO (Home Box Office).

In una società distopica e tecnologica i cui abitanti sono alienati e i libri ritenuti strumento di sovversione, si muovono le vicende di Guy Montag (Michael B. Jordan), un giovane pompiere la cui fede nel sistema autoritario e violento inizia lentamente a vacillare. Le divergenze di idee, i frequenti contrasti con il comandante della sua unità, Beatty (Michael Shannon) e una nuova conoscenza al di fuori degli schemi, metteranno definitivamente in crisi le sue convinzioni.

Quando Bradbury concepì il libro esaminò attentamente i poli identici della passività e della paranoia che caratterizzavano la vita postbellica negli States, immaginando una società in cui i libri venivano banditi e messi al rogo al solo scopo di proteggere la popolazione e impedire la diffusione di idee ritenute pericolose. La collettività futuribile pseudo fascista caratterizzata dall’omologazione del non sapere e dalla negazione del libero pensiero aboliva qualsiasi possibile via di fuga verso nuovi orizzonti, evocando una delle più inquietanti minacce-monito presenti nella letteratura moderna.

Fahrenheit 451, brucia il passato

Uno scenario tristemente predittivo in cui l’alfabetizzazione era considerata un crimine e la censura uno strumento di controllo legalizzato. Fahrenheit 451 istigò il consumismo emergente di un’epoca confusa e la politica retorico-reazionaria anti intellettuale.

L’idea originale si basava sul presunto potere dei libri e della carta stampata come oggetto in grado di creare sommosse e destabilizzare la supremazia di un regime avveniristico espressamente discriminante e oppressivo, tanto da ordinarne l’eliminazione tramite delle squadre di incendiari. Nella nuova versione cinematografica all’egemonia vigente dispone la distruzione o la censura più ampia di qualsiasi strumento di comunicazione, passando dall’analogico al digitale, includendo ogni supporto materiale e immateriale, ritenuto pericoloso poiché non controllabile dal sistema che costringe a una lenta e inebetita sudditanza.

La pellicola diretta da Bahrani e scritta con Amir Naderi, poteva sembrare una impeccabile e attuale rivisitazione delle idee di Bradbury rapportate in una società odierna in cui i mezzi di divulgazione della cultura sono molteplici e di molteplice natura. La censura che cancella e modifica il passato, l’onnipresente e dominante schermo nero che offusca le reali potenzialità individuali monitorando ogni cosa, la frustrazione e la crescente ansia nevrotica come stato d’animo collettivo.

Un remake vuoto come un libro privo di parole

Peccato che l’adattamento della HBO perda lentamente la sua linea guida implodendo su sé stesso e abbandonando quel filo conduttore sul quale si reggeva la profondità e la stringente attualità distopico-desolata di Bradbury. La trama e la tensione scompaiono simultaneamente e mentre gli eventi si susseguono privi di convinzione il racconto presagisce il fallimento.

Sull’orlo del baratro, la magnificenza visiva e alcuni spunti interessanti non salvano un film vuoto come un libro privo di parole, né tanto meno tamponano la rabbia per una perfetta occasione mancata e uno spreco irritante di alcuni attori solitamente promettenti, partendo proprio dal protagonista. Nell’era delle post-verità, “Fahrenheit 451” poteva davvero essere il film di cui avevamo bisogno, ma non in questo modo e non con questi termini.

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