Musica
George Gershwin, l’emblema della musica americana

George Gershwin è l’emblema della musica americana. Per parlare di lui, occorre accennare brevemente a quella che fu l’evoluzione della musica a stelle e strisce, dicendo che durante il XIX secolo, gli Stati Uniti mostrarono grande interesse per la musica “colta”, dovuta essenzialmente ai tanti migranti, ai musicisti nati in altri Paesi che portarono con sé la loro cultura.
La nuova civiltà che stava sorgendo, presto desiderò offrire un proprio linguaggio e il primo a sentire questa esigenza fu Charles Ives, che purtroppo morì a soli quarant’anni. Fu un preziosissimo innovatore, che seppe superare i limiti della tonalità prima di Schönberg, della politonalità prima di Stravinskij e Petruška e della poli-orchestralità prima di Stockhausen.
Il cammino della musica americana proseguì con Aaron Copland al quale si deve la definitiva rottura con la scuola tedesca. Grande influsso ebbe per lui l’ambiente parigino nel quale venne in contatto con Stravinskij, Ravel, Prokof’ev, Les Six, i Balletti russi… La capitale francese era la capitale culturale del mondo! Iniziò a inserire nelle sue composizioni elementi jazzistici, poi passò all’astrattismo e, infine, approdò a un linguaggio più popolare. La convinzione di Copland era che la nuova musica, con il suo formalismo e atonalità, avrebbe allontanato il pubblico dalle sale da concerto e, come scrisse sulla rivista “The New Music”: «Mi parve che noi compositori rischiassimo di lavorare nel vuoto. Inoltre, intorno alla radio e al grammofono, si era venuto formando un pubblico completamente nuovo. Non aveva senso ignorarlo e continuare a comporre facendo finta che non esistesse. Pensai che valesse la pena tentare di dire ciò che avevo da dire nella forma più semplice possibile.» E così furono creati i tre balletti “americani” Billy the Kid (1938), Rodeo (1940) e Appalachian Spring (1944), veri capolavori, insieme a tante altre composizioni.
Arriviamo a George Gershwin, il più popolare, che seppe fondere insieme canzoni ed elementi jazz con le musiche di tradizione più nobile, offrendo una sintesi di fascino immenso. La sua personalità era poliedrica, geniale e complessata: i “veri” compositori per Gershwin erano altri, specialmente Ravel, che adorava. Anche lui si trasferì a Parigi con l’intenzione di prendere lezioni dal suo mito, ma il Maestro, ascoltate alcune sue composizioni al pianoforte, gli disse: «Perché vuole diventare un mediocre Ravel, quando è un bravo Gershwin?». Di questo e altro parleremo, raccontando chi era l’autore della “Raposodia in blu”, del poema sinfonico “Un americano a Parigi” e dell’opera “Porgy and Bess”.
Gershwin era il tipico newyorchese di quel vibrante periodo che fu la fine dell’800 e i primi del secolo successivo. I grattacieli sorgevano come funghi e il ponte di Brooklyn, finito nel 1883, rappresentava il progresso in marcia, che dagli archi ogivali e dai piloni in stile neogotico si sviluppavano nella modernità dei suoi cavi d’acciaio.
Nasce il 26 settembre 1898 e subito dimostra un’attenzione per la musica. Non era raro ascoltare musicisti all’angolo delle principali “Avenue” o dentro ai primi centri commerciali e il piccolo George sgambettava al ritmo delle melodie scritte dai compositori nella “Tin Pan Alley”: una zona della Union Square. Si trattava di canzoni e ballate sentimentali, che sviluppavano il primo senso di coscienza musicale a stelle e strisce. E così, i genitori ebrei di origine ucraina e lituana lo misero prestissimo davanti a un pianoforte.
Scrive le prime canzoni nel 1915 e l’anno successivo presenta il capolavoro d’esordio: “When you want’em you cant’ got’em”. Aveva 17 anni e già da un anno lavorava presso una casa musicale con il compito di suonare gli spartiti per i clienti. Quel ragazzo allampanato, dalle mani che correvano veloci sulla tastiera e sapeva leggere a prima vista qualsiasi cosa, attirò subito l’attenzione della cantante e attrice Louise Dresser: una grande star del vaudeville e del cinema muto. Viaggiava con lei in tournée e subito lo volle la casa editrice “Harms”, interessata a quel suo modo di scrivere “rivoluzionario”.
Gershwin ebbe la grande fortuna di vivere la diffusione del jazz in tutti gli Stati; non più solo New Orleans, ma New York, Chicago e ogni grande metropoli. E questa diffusione produsse un mutamento profondo nel costume musicale americano. In collaborazione con il fratello Ira Gershwin, scrive le musiche per una fortunatissima serie di commedie musicali rappresentate a Broadway (La, La, Lucille, 1919; George White’s Scandals, 1920; Lady Be Good, 1924) e alcune delle loro canzoni iniziano ad essere fischiettate ovunque, diventando dei successi singolarmente. Nel 1923 si reca in Inghilterra per scrivere musica per la rivista “The Rainbow” e nel 1924 il direttore d’orchestra Paul Whiteman, dimostrando un grandissimo intuito, gli commissiona un concerto da scrivere con quel suo stile particolare: nasce la “Rhapsody in Blue” per pianoforte e orchestra e con essa arriva il denaro.
Ormai famoso, prosegue a scrivere con il fratello e dedicandosi a opere di maggior respiro, come il “Concerto in fa” del 1923, sempre per pianoforte e orchestra, e la sinfonica “Cuban Ouverture” del 1932. Ma la consacrazione a livello mondiale deve ancora arrivare. Nel 1928, Parigi accoglie Gershiwin con entusiasmo e anche la critica mette da parte un certo giudizio spocchioso nei confronti di chi osa distaccarsi dai modelli europei e miscela canzoni con momenti orchestrali di grande fattura. All’ombra della “Torre Eiffel” conosce e frequenta quelli che al tempo erano i maggiori artisti. Non solo il suo mito, Ravel, ma Prokof’ev, Poulenc, Stravinskij… Tale è il successo che l’accompagna, che l’anno successivo, al Lewisohn Stadium, ha inizio il primo festival dedicato alle sue musiche e da lui dirette.
La cavalcata gloriosa continua nel 1930, quando il Metropolitan lo scrittura per un’opera; inizia così per Gershwin un lungo travaglio, perché tutti vogliono il compositore americano, da Broadway a Hollywood, dove la “Settima Arte” gli offre la possibilità di scrivere le colonne sonore per i maggiori film musicali come “Shall we dance”, “Voglio danzar con te”, con Fred Astaire e Ginger Rogers.
I dollari arrivano copiosi e Gershwin è così preso da questa nuova avventura, che nel 1931 decide di trasferirsi a Hollywood, nella capitale della celluloide. Ma non abbandona la stesura dell’opera e nel 1935, finalmente, si rappresenta “Porgy and Bess”: un capolavoro assoluto, che pone le basi per un teatro prettamente americano e non d’imitazione di quello europeo, anche se i modelli compositivi di riferimento restano.
In essa si riflettono temi musicali ispirati ai canti della gente di colore, con il loro affascinante andamento melodico. La storia in breve è quella di un afro-americano, Porgy, zoppo e che vive nei sobborghi di Charleston, che tenta di salvare la bella Bess dalle grinfie di Crown, il suo protettore, e Sportin’ Life, lo spacciatore di cocaina. L’opera inizia con Jasbo Brown che suona il piano al “Catfish Row”, mentre Clara canta una ninna-nanna a suo figlio: “Summertime”…
Questo canto, scritto con l’intento di creare uno spiritual nello stile della musica folk afro-americana, presto diventerà un successo internazionale, e sarà eseguito da Billie Holiday, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Miles Davis, John Coltrane, Janis Joplin…
Ogni fortuna sembra colmare di doni il giovane Gershwin, ma per lui si prepara un avverso destino. La salute è sempre stata cagionevole e un male inaspettato e subdolo lo colpisce; un dolore ficcante alla testa inizia a tormentarlo e le forze l’abbandonano. Non può più suonare il piano. Non può più scrivere. Nell’estate del 1937, l’11 luglio e a soli 39 anni, si spegne nella sua casa di Beverly Hills, stroncato da un tumore al cervello.
Massimo Carpegna









