Germania a un passo dalla recessione

La Germania è in recessione tecnica. Il suo sistema rigidamente organizzato è stato efficace per decenni, ma ora il meccanismo si è inceppato di fronte alle nuove sfide.

Germania a un passo dalla recessione

La crisi economica è un problema in tutta Europa ma la Germania è a un passo da una grave recessione, complicata dalla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina.

Germania a un passo dalla recessione nonostante il volano dell’export

La Germania è un Paese mercantilista perché punta all’egemonia nell’export, essendo un Paese manifatturiero. Ma, negli ultimi anni, il meccanismo si è inceppato.

Andrea Muratore ci aiuta a capirlo meglio dalle pagine di Inside Over, osservatorio giornalistico che si occupa di temi internazionali:

  • Gli analisti economici tedeschi hanno già previsto un dimezzamento della crescita nel 2020
  • Le conferme sono arrivate con i dati ufficiali del ministero dell’economia
  • Dalla primavera è iniziata la caduta della produzione industriale
  • Il Pil è molto rallentato negli ultimi mesi ed è di fatto in stagnazione
  • La contrazione economica del terzo trimestre aggrava lo scenario
  • Cala la fiducia di imprenditori e consumatori

Germania a un passo dalla recessione, tra bassa crescita e spese sociali in aumento

Il sistema tedesco si regge su due pilastri. Il primo è l’export, grazie alla pressione fiscale agevolata intorno al 25% per le imprese.

Il secondo riguarda le tasse sulle persone fisiche che gravano  tra 36 e 40% del reddito, per mantenere uno stato sociale gigantesco che, altrimenti, andrebbe ridimensionato.

L’uso dei mini job, cioè contratti di lavoro tra 400 e 800 euro al mese, abbassano la disoccupazione ma, secondo i sindacati, la soglia minima di sopravvivenza dovrebbe essere 1.350 euro.

In pratica, l’alto costo della vita di un Paese del Nord Europa costringe il welfare tedesco a integrare i bassi guadagni con sussidi per almeno otto milioni di persone.

Altro problema è la crescita del Prodotto interno lordo, certamente più alta di quella italiana, ma che non ha superato in questi ultimi anni il 2% circa.

Germania a un passo dalla recessione. La rigidità del sistema tedesco ostacola la ripresa

La Germania ha un sistema rigido che privilegia grandi gruppi industriali, anche se non mancano piccole e medie imprese.

Il problema è evidente quando cala la produzione. Il settore automobilistico ha ridotto la fabbricazione di auto dell’11% quest’anno.

L’industria dell’auto occupa almeno 850mila persone e vale il 16% dell’export, senza contare il valore dell’indotto.

A preoccupare non è solo la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, che crea problema alle esportazioni tedesche, ma anche la Brexit.

La Gran Bretagna sta completando l’uscita dall’Unione europea, quindi occorre rivedere una serie di accordi.

Per la Germania non sarà semplice, ma non può rinunciare alle esportazioni nel Regno Unito che valgono circa cento miliardi di euro.

Le conseguenze della crisi sulle famiglie tedesche

Secondo Muratore, Berlino ha di fatto sacrificato la stabilità economica di centinaia di migliaia di famiglie, cittadini e lavoratori sull’altare dell’export ad ogni costo.

Le tasse elevate sulle persone fisiche rallentano i consumi e diminuiscono il potere d’acquisto per i prodotti tedeschi che sono più costosi di quelli importati.

Le imprese tedesche aumentano i profitti, ma la riduzione della produzione influenza negativamente i salari dei dipendenti che lavorano a orario ridotto in tempo di crisi.

Il malcontento ha alimentato il crescente successo di movimenti antisistema come Alternative für Deutschland che Cdu e Spd non hanno la forza di arginare.

Il circolo vizioso della crisi industriale tedesca, è la conclusione di Muratore, appare senza via d’uscita con questa vecchia mentalità.

Punti di forza e  limiti del modello tedesco

In effetti, il sistema tedesco si basa sull’economia sociale di mercato, nata nel dopoguerra per risollevare una nazione distrutta.

La collaborazione tra imprenditori, banchieri, politici e sindacati li ha fatti remare nella stessa direzione, trasformando la Germania nella prima potenza industriale europea.

Ma questo modello che ha funzionato per decenni, anche dopo la riunificazione del 1990, ha un pericoloso effetto collaterale.

La collaborazione tra tutti i protagonisti prima citati si è trasformata in un intreccio quasi inestricabile di interessi.

Volkswagen, ad esempio, ha sede in Bassa Sassonia e il governo locale detiene il 20% del pacchetto azionario del gruppo automobilistico con potere di veto.

Inoltre, i sindacati sono così influenti da pesare anche nelle nomine degli amministratori delegati delle grandi industrie.

Se a questo aggiungiamo lo strettissimo legame tra politici e banchieri, a partire dalle casse di risparmio rurali, è chiaro quanto sia difficile snellire il sistema in breve tempo.

La politica dell’austerità in Europa e il ruolo della Bundesbank

Di fronte a questi problemi sempre più intricati, il cancelliere Angela Merkel ha preferito mantenere lo status quo provocando molti problemi ai partner europei:

  • Gli altri Paesi, a cominciare dall’Italia, soffrono l’estrema aggressività tedesca nell’export
  • Berlino ha la forza d’imporre l’austerità nei conti pubblici, ma non fa altrettanto con i propri
  • La Germania sfora infatti sistematicamente il tetto del 6% nell’attivo import-export, stabilito dall’Europa, ottenendo un surplus commerciale a danno dei concorrenti, ma non cambia rotta
  • Le politiche d’austerità in Europa favoriscono le esportazioni tedesche di alto livello, a cominciare da alta tecnologia e manifatturiero.

La Germania ha usato l’artiglieria pesante attraverso la Bundesbank che, a più riprese, ha cercato di limitare l’efficacia del quantitative easing ideato da Mario Draghi.

L’ex presidente della banca Centrale Europea ha infatti acquistato titoli pubblici dei vari stati sui mercati secondari.

Il suo scopo consisteva nell’offrire stabilità al debito, senza peraltro sfavorire Berlino, e stimolare un minimo di crescita.

La Germania condiziona il futuro economico dell’Europa

Ora la Bundesbank riconosce che i nodi vengono al pettine.

Dopo due trimestri di Pil negativo, il Paese è già in recessione tecnica, ma sul rigore i tedeschi non fanno passi indietro.

Il governatore della banca centrale tedesca è il falco Jens Weidmann che ha criticato fino all’ultimo il quantitative easing di Draghi.

Persino il successore Christine Lagarde non esclude di mantenerlo, nonostante sia una fervente sostenitrice dell’equilibrio di bilancio.

Il futuro non sarà roseo in Europa finché il rigore tedesco non lascerà spazio a stimoli concreti dell’economia.

Una soluzione è quanto mai urgente in un mercato sempre più tecnologico che si trasforma a velocità crescente.

Ma dalla Cancelleria di Berlino e dalla Bundesbank di Francoforte arrivano pochi segnali in questa direzione.


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