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Giappone: via libera alla caccia alle balene

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Malgrado l’espresso divieto impostogli dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia di fermare la caccia alle balene ogni estate australe, il Giappone va avanti con il suo progetto.

La caccia alle balene nell’Oceano Meridionale, quindi, non si fermerà, perché – a dire del primo ministro nipponico Shinzo Abe – tale attività non sarebbe finalizzata a scopi commerciali, ma bensì scientifici, per cui non rientrerebbe nel divieto imposto dalla Corte, a seguito delle rimostranze sollevate qualche tempo fa dall’Australia e dalla Nuova Zelanda.

Ma quali sono questi “fini scientifici” così importanti da poter giustificare l’eliminazione di centinaia di animali, al momento anche a rischio estinzione? Lo stesso Abe parla genericamente di “ricerche per raccogliere le informazioni indispensabili per gestire le risorse baleniere” e si dichiara anche convinto del fatto che riaprire la caccia non rovinerà le relazioni tra il suo Paese e l’Australia e Tony Abbott, primo ministro australiano, che presenzia al suo fianco nella conferenza stampa, non lo smentisce.

Ma la storia della caccia a questi immensi e pacifici mammiferi da parte delle baleniere giapponesi e delle denunce, che arrivano da ogni parte del mondo, va ormai avanti da decenni. Già nel 1986 il Giappone avanzava il pretesto della ricerca scientifica, nonché della tradizione gastronomica nazionale per giustificare tanta violenza. Una violenza che, secondo un rapporto redatto nel 1988 dall’Australia, ha portato all’uccisione di oltre dieci mila balene in quello stesso anno.

Così tra un botta e risposta continuo, si è arrivati a marzo 2014, quando la Corte dell’Aja ha dichiarato definitivamente fuori legge la caccia alle balene in Antartide, dove si trova il Southern Ocean Whale Sanctuary, un vero e proprio santuario, specifico per donare un angolo di mondo protetto a questi cetacei, e il Giappone si è dichiarato disponibile a rispettare la sentenza, anche se con “rammarico e delusione“.

Ma c’è poi stato davvero un blocco di quest’attività? Le testimonianze fotografiche sembrerebbero smentire le parole del primo ministro del Paese del Sol Levante. Infatti, esattamente un mese dopo la sentenza, 4 navi della flotta nipponica hanno lasciato il porto della cittadina di Madoka alla volta dell’Oceano Pacifico, per catturare una particolare specie di balena, che sarebbe esente dalle prescrizioni normative della Corte dell’Aja. Bilancio di questa ennesima missione di ricerca: 30 balenottere minori trucidate, 16 maschi e 14 femmine.

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Insomma, quali siano nello specifico del dettaglio questi fini scientifici non è dato sapere. Si parla di importanti ricerche fatte sul contenuto gastrico delle balene per valutare il grado di inquinamento radioattivo delle acque dell’oceano. Ma se anche fosse vero, può essere questa la sola e unica via di ricerca? Probabilmente no ed è proprio su questo che insistono le associazioni animaliste scese in campo.

Distruggere, annientare, far sparire del tutto dal nostro pianeta questi pacifici giganti del mare sarebbe l’ennesima conferma di una strada in discesa e senza possibilità di ritorno, che da troppo tempo stiamo seguendo. Dall’Ottocento in poi, infatti, come evidenziano scienziati, filosofi, sociologi il genere umano ha dato avvio ad un processo di degradazione socio ambientale, che per alcuni versi è del tutto irreversibile.

Ci sono parti di pianeta annientate, specie animali scomparse, piante ed alberi ormai completamente spariti e per tutto ciò è impossibile fare marcia indietro.

Ma per quello che ancora rimane non si può non lottare e così la battaglia tra Greenpeace e altre associazioni contro chi con superficialità continua a tentare di depauperare la Terra va avanti a testa alta.

 

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