Scienza

I raggi ultravioletti inattivano la carica virale del Covid-19

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I raggi ultravioletti inattivano la carica virale del Covid-19 e gli studi più recenti incoraggiano proprio in questa direzione, grazie al contributo di un team italiano costituito da medici e astrofisici che ha aggiunto tessere importanti al mosaico della ricerca.

I raggi ultravioletti agiscono con efficacia sulla carica virale del Covid-19

L’epidemia di Sars-CoV-2 è ancora in corso e, dagli Stati uniti all’Asia, passando per il Sud America, la situazione non è ancora sotto controllo ma ora emerge una nuova speranza grazie ai raggi ultravioletti. Lo studio condotto da un team italiano del dipartimento Luigi Sacco dell’università di Milano, l’istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dell’istituto nazionale dei tumori, dimostra che i raggi ultravioletti contrastano efficacemente il virus.

Si prevedono almeno quattro pubblicazioni e il primo firmatario è Mario Clerici, professore ordinario di immunologia all’ateneo milanese, nonché direttore scientifico della fondazione Don Gnocchi che ha concesso un’intervista al Corriere della Sera, facendo il punto sui risultati raggiunti.

Gli studi sui raggi ultravioletti che inattivano la carica virale del Coronavirus

il team italiano ha realizzato uno studio basato su tre step principali per di comprendere l’efficacia dei raggi ultravioletti nel contrasto alla carica virale dei virus:

  • I test hanno impiegato lampade a raggi Uv di tipo C, quelli che non arrivano sulla Terra perché bloccati dall’atmosfera, cioè radiazioni simili a quelle emesse dai dispositivi usati per purificare gli acquari
  • Le lampade hanno irradiato gocce di liquido (droplet) di varie dimensioni che contenevano Sars-CoV-2 paragonabili a quelle prodotte parlando o starnutendo
  • L’esperimento ha seguito tre fasi diverse in base alla carica virale delle goccioline respiratorie. Il primo test prevedeva una carica bassa, paragonabile a quella presente in una stanza dove si trova una persona positiva al virus. Il secondo ha impiegato droplet con una dose cento volte più alta, riscontrabile in una forma grave di Covid-19, mentre nel terzo le lampade hanno irradiato goccioline con una quantità mille volte più alta di virus che non si trova in natura da nessuna parte
  • In tutti tre i casi una  piccola quantità di raggi UvC misurabile a livello tecnico in 2 millijoule per centimetro quadrato ha inattivato la carica virale in pochi secondi al 99,9%.

Gli esperimenti con i raggi UvA e UvB

Mario Clerici ha inoltre confermato che gli esperimenti non hanno riguardato solo i raggi Uv di tipo C, ma anche gli UvA e UvB che l’atmosfera non blocca e che arrivano sulla superficie terrestre. Anche in questi casi, i risultati sono altrettanto positivi, si pubblicheranno nei prossimi studi e, nel frattempo, il team ha approfondito la correlazione tra irraggiamento solare e + Covid-19, grazie al lavoro degli astrofisici che hanno raccolto dati sulla quantità di raggi solari in 260 Paesi, dal 15 gennaio a fine maggio.

La questione legata alla capacità dei raggi solari di agire con benefici effetti nella protezione dai virus si dibatte ormai da tempo, gli studi sono ad ampio spettro e coinvolgono anche l’osservazione delle tempeste solari che affrontano un periodo minimo da ormai 11 anni.

L’azione solare a protezione dai virus

Secondo le osservazioni astrofisiche, in un periodo solare minimo con scarsa o nulla attività a livello di tempeste, l’irradiazione Uv diminuisce nettamente favorendo la nascita e diffusione di virus che diventano virulenti se le condizioni lo permettono. Tuttavia, scienziati e meteorologi spaziali hanno cominciato a monitorare di recente nuovi gruppi di macchie solari, un segnale che il sole sta intensificando la sua attività e che potrebbe essere finito il periodo minimo.

In pratica, il sole più forte è in grado di favorire il rallentamento del coronavirus nel nostro emisfero, considerando che la maggioranza dei virus tende a rallentare la sua diffusione proprio con l’aumento delle ore di sole giornaliere nella bella stagione e conseguente aumento delle temperatura.

Le conclusioni del team italiano

Grazie ai nuovi esperimenti, anche il team di ricercatori italiani ha concluso che esiste una corrispondenza quasi perfetta tra andamento dell’epidemia di Sars-CoV-2 e azione dei raggi Uv: minore è la quantità di UvA e UvB, maggiore è il numero di infezioni.

Occorre quindi considerare che in Italia siamo attualmente in estate e i casi di Covid-19 sono molto pochi rispetto all’emergenza dei mesi scorsi, mostrano sintomi lievi o inesistenti con lo svuotamento dei reparti ospedalieri di degenza e delle terapie intensive. Non a caso, l’America Latina, che si trova nell’emisfero opposto, e quindi in inverno, sta affrontando al contrario il picco dell’epidemia.

Il team di ricerca chiarisce anche per quale ragioni Paesi caldi come Bangladesh, India e Pakistan soffrano ugualmente l’espansione della malattia. La ragione si lega ancora una volta all’azione dei raggi del sole che è fortemente limitata dalla fitta coltre di nubi, generata nella stagione dei monsoni, che agisce quindi da barriera in senso negativo, impedendo la massima irradiazione della superficie.

Di conseguenza, se è vero che il distanziamento e l’uso delle mascherine alle nostre latitudini può aver aiutato a mettere sotto controllo la pandemia, è altrettanto evidente che il caldo e il sole sono i nostri migliori alleati anche in spiaggia dove i raggi Uv, secondo il team italiano, sono in  grado di disattivare l’eventuale carica virale dei droplet in pochi secondi.

Gli sviluppi della ricerca

A questo punto, si potrebbe passare dai risultati teorici a interventi pratici per ideare dispositivi capaci di disinfettare completamente ambienti chiusi con quantità minime di Uv e in tempi brevi e, a questo riguardo, Mario clerici ha fatto precisazioni utili a capire come si potrebbe procedere:

Per ora l’utilizzo di lampade è suggerito per la disinfezione di ambienti e oggetti (sono già presenti negli aeroporti). La luce solare è un’altra cosa. Le lampade che abbiamo attualmente a disposizione, sfruttando i nostri dati, possono già essere usate per eliminare il virus da ambienti chiusi. Per esempio, per disinfettare le aule in breve tempo, prima dell’ingresso degli studenti, e stiamo cercando di progettare lampade con lunghezze d’onda che eliminino qualunque tipo di potenziale tossicità per l’uomo“.

Il parere dell’ISS

Secondo un rapporto dell’istituto Superiore di Sanità, uscito lo scorso 15 maggio, si conferma la capacità delle radiazioni UvC di modificare il Dna o Rna di microorganismi, attraverso studi in vitro, inattivando inoltre i virus influenzali a livello di goccioline.

Queste radiazioni sono del tutto sicure per disinfettare superfici e oggetti in ambienti chiusi, ma le persone andrebbero protette con contenitori in plexiglas o schermi di vetro perché le lampade UvC installate a parete o a soffitto, che generano luce in assenza di protezione, causano gravi danni a occhi e cute e sono inoltre cancerogene.

Da qui nasce l’idea, sostenuta anche dal team, di individuare specifiche lunghezze d’onda in grado di inattivare efficacemente gli agenti patogeni senza provocare effetti tossici o pericolose mutazioni alle nostre cellule.

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