Scienza

La NASA punta alla Luna e ripensa al nucleare

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La National Aeronautics and Space Administration – meglio nota come NASA – ha recentemente ordinato la costruzione di 6 capsule Orion destinate al programma Artemis. L’operazione – del costo di 4,6 miliardi di dollari – testimonia la ferrea intenzione di mandare nuovamente un uomo sulla Luna.

Non solo, nel corso di quest’anno è stato deciso lo stanziamento di oltre 100 milioni di dollari per promuovere lo sviluppo della propulsione nucleare. Questa tecnologia potrebbe aprire la strada ad una nuova epoca di viaggi spaziali.

Ritorno alla Luna

Missioni lunari, razzi a propulsione nucleare… l’impressione è quella di esser tornati indietro nel tempo, a quando l’Europa stava risorgendo dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, e due superpotenze – Stati Uniti ed Unione Sovietica – si davano battaglia per la conquista dello spazio.

A cinquant’anni dal successo della missione Apollo 11, la NASA prosegue la sua campagna di investimenti nel programma Artemis, intenzionata a mandare “la prima donna e il prossimo uomo” sulla Luna.

Il nuovo contratto – stipulato con la compagnia statunitense Lockheed Martin – prevede la realizzazione di almeno sei capsule Orion in vista di altrettante, future missioni, la prima delle quali è prevista per il 2024.

I veicoli avranno il compito di trasportare i rispettivi equipaggi alla piattaforma orbitale lunare Gateaway, la cui realizzazione vedrà coinvolte molte fra le maggiori agenzie spaziali e dovrebbe partire l’anno prossimo.

Giunti alla stazione, gli astronauti avranno accesso ad un secondo veicolo grazie al quale potranno discendere sul satellite e, in seguito, fare ritorno al Gateaway.

In preparazione all’allunaggio, la NASA prevede il lancio di due missioni di prova: Artemis 1 e 2, rispettivamente nel 2020 e 2022.

Al contrario di quanto accaduto con le missioni Apollo, il programma Artemis non si limiterà a portare l’uomo sulla Luna, ma sarà il preludio alla costruzione di una base lunare che, se tutto procederà correttamente, avrà inizio nel 2028.

La propulsione nucleare

Un programma tanto ambizioso non potrebbe essere portato a termine senza un razzo adeguato. Nel luglio del 1969, fu il colossale Saturn V a compiere l’impresa, percorrendo i quasi 400mila km che separano la Terra dal suo satellite.

Questa volta, toccherà al nuovissimo Space Launch System (SLS) che, una volta completato, avrà una potenza perfino superiore a quella del suo predecessore. Non per nulla, l’SLS sarà il protagonista dei futuri viaggi nello spazio profondo, e sarà sempre lui a portare i primi uomini sul pianeta rosso.

In vista di queste missioni, la NASA sta valutando la possibilità di rispolverare una vecchia, quanto affascinante, tecnologia: la propulsione nucleare. I primi test – condotti nel 1958 – prevedevano l’impiego di piccoli ordigni per sfruttare la spinta indotta dalla loro detonazione.

Il modello attuale – in fase di sperimentazione presso il Marshall Space Flight Center – si basa su un principio diverso. Infatti, quest’ultimo utilizza l’energia prodotta dalla fissione nucleare per riscaldare il propellente di idrogeno liquido che, espandendosi, fuoriesce attraverso un condotto.

Come affermato da Bill Emrich – a capo del progetto – la propulsione nucleare garantirebbe notevoli vantaggi per missioni di lunga durata. Ad esempio, si stima che una simile tecnologia permetterebbe di raggiungere Marte in meno di 4 mesi, contro i 7 necessari impiegando un tradizionale motore chimico.

Ovviamente, questo tipo di propulsione comporta alcuni rischi, tra cui la possibile dispersione di materiale radioattivo in caso di avaria del razzo.

Tuttavia, se i test daranno esito positivo, il primo lancio sperimentale avrà luogo nei prossimi anni e, in seguito, questa tecnologia potrebbe essere integrata nello Space Launch System – magari in tempo per l’allunaggio.

Leggi anche Apollo 11: la storia del primo uomo sulla Luna – Parte 1 di 2


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