Scienza

Apollo 11: la storia del primo uomo sulla Luna – Parte 1 di 2

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Quando la calda luce del sole lascia spazio alla bellezza del cielo stellato, l’occhio non può che posarsi sulla Luna, affascinato da quell’astro così lontano, eppure così vicino.

Fin dalla notte dei tempi, la Luna ha esercitato un’attrazione quasi magnetica sull’uomo, ammaliato dal suo gelido chiarore. Nel corso dei secoli, babilonesi, cinesi, greci, hanno cercato di comprendere la sua natura, studiandone i moti e le fasi.

Quando Galileo Galilei – il celebre astronomo italiano – osservò il satellite attraverso il suo telescopio, rimase esterrefatto. La Luna non era un corpo perfetto, dalla superficie levigata come il marmo, bensì un mondo alieno dove candide montagne si ergevano su oceani di lava solidificata.

Dovettero passare altri 360 anni prima che quelle terre remote fossero esplorate da un essere umano, il 20 luglio del 1969.

Il mondo diviso in due fazioni

Siamo negli anni ’50.

La Seconda Guerra Mondiale – da poco terminata con la caduta delle dittature nazi-fasciste – ha lasciato cicatrici profonde. Una nuova, terribile, arma, la bomba atomica, aveva scatenato tutto il suo potere distruttivo sull’impero giapponese, costringendolo alla resa.

L’Unione Sovietica – una superpotenza sorta dalle ceneri della Russia zarista – non poteva rimanere a guardare di fronte alla potenza degli americani.

È così che ha avuto inizio la Guerra Fredda, un conflitto che vede contrapposti non semplici paesi, ma piuttosto due ideologie contrapposte: il capitalismo di stampo americano e il comunismo di matrice sovietica.

Le due nazioni cominciano una folle corsa agli armamenti, nel tentativo di assicurarsi la supremazia militare. Nel corso degli anni, decine di migliaia di testate nucleari – infinitamente più potenti di quelle che spazzarono via Hiroshima e Nagasaki – vengono prodotte da ambo le parti.

Ironicamente, sarà proprio il rischio derivante dall’impiego di un simile potenziale bellico ad evitare lo scoppio della terza guerra mondiale.

Ben presto, la rivalità tra America e Russia si sposta in ambito scientifico, con l’ambizioso obiettivo di portare l’uomo nello spazio.

La corsa allo spazio comincia!

Inizialmente, la corsa allo spazio pare arridere ai sovietici.

Il 4 ottobre 1957, alle ore 19:28:34 UTC (Coordinated Universal Time, impostato sull’orario di Greenwich), i russi lanciano quello che sarebbe diventato il primo satellite artificiale della storia: Sputnik 1. Per tre settimane, fornisce preziosi dati sull’atmosfera del pianeta mentre ne percorre l’orbita. Periodicamente, emette un segnale radio ricevibile da Terra anche mediante strumenti amatoriali.

Alle orecchie degli americani, quell’impulso – un semplice “beep” – non può che suonare come la dichiarazione della supremazia tecnologica sovietica.

Le potenze occidentali sono affascinate, ma anche spaventate, da tale successo, e l’America – conscia della gravità della situazione – reagisce immediatamente. L’anno successivo invia la sonda Explorer 1 nello spazio, un risultato reso possibile dal contributo di Wernher von Braun – geniale ingegnere tedesco ed ex-direttore del programma missilistico nazista.

Sempre nel 1958, il presidente Dwight D. Eisenhower fonda la National Aeronautics and Space Administration, meglio nota come NASA.

Tuttavia, ancora una volta, i sovietici compiono un’impresa fino ad allora solamente ipotizzata.

Il 12 aprile 1961, il Vostok 1 si leva in cielo dalla base di Bajkonur – in Kazakhstan – guidato dal cosmonauta Jurij A. Gagarin: per la prima volta, un uomo viaggia nello spazio.

E Luna sia

Il presidente americano John F. Kennedy, inizialmente restio a finanziare costose missioni spaziali, si vede costretto a un repentino cambio di strategia. Di seguito, uno stralcio del memorabile discorso tenuto presso la Rice University:

“Ad oggi, non vi sono contese, pregiudizi, o conflitti nazionali nello spazio. I suoi pericoli sono ostili a noi tutti. La sua conquista merita il meglio che l’umanità può offrire, e l’opportunità di collaborare pacificamente potrebbe non ripresentarsi mai più.

Alcuni potrebbero chiedersi perché la Luna? Perché scegliere proprio questo come nostro obiettivo? E gli stessi potrebbero chiedere perché scalare la montagna più alta. Perché, 35 anni or sono, sorvolare l’Atlantico? Perché la Rice si batte contro la Texas?

Noi scegliamo di andare sulla Luna. Scegliamo di andare sulla Luna durante questo decennio e fare tutto il resto, non perché è facile, ma perché è difficile, perché quell’obiettivo servirà a organizzare e mettere alla prova il meglio delle nostre energie e abilità, perché è una sfida che vogliamo accettare, una sfida che non vogliamo rimandare, e una sfida che intendiamo vincere, assieme alle altre.

È per queste ragioni che considero la decisione dell’anno scorso di aumentare il nostro impegno nello spazio come una delle più importanti che verranno prese durante il mio incarico nell’ufficio presidenziale”.

Gemini: preludio al programma Apollo

Verso la fine degli anni ’50, i russi riescono a inviare con successo la sonda Luna 2 sul nostro satellite, mentre la Luna 3 ne fotografa il misterioso lato nascosto. Tuttavia, mandare un uomo sulla Luna è un’impresa di ben altra complessità, che richiederebbe immani sforzi per esser conseguita.

Nonostante ciò, Stati Uniti e Unione Sovietica non hanno alcuna intenzione di tirarsi indietro.

Nel 1961, la NASA da il via al programma Gemini, fondamentale per testare le tecnologie necessarie allo sbarco sulla Luna – che avverrà con le future missioni Apollo. Nel corso dei successivi 5 anni, numerosi sono i traguardi raggiunti dall’agenzia spaziale americana.

Il 3 giugno 1965, Edward H. White II – pilota della Gemini 4 – diviene il primo astronauta a compiere una cosiddetta “passeggiata nello spazio” (Extra-Vehicular Activity, EVA). L’anno seguente, l’equipaggio della Gemini 8 esegue il primo aggancio tra veicoli spaziali (in inglese, space docking).

Parallelamente, i sovietici si affrettano ad avviare il programma Voskhod, riadattando mezzi progettati per precedenti missioni. Tuttavia, questo ha principalmente lo scopo di anticipare gli americani nel raggiungimento di determinati traguardi, come il lancio del primo veicolo a equipaggio multiplo – il Voskhod 1.

In seguito, l’Unione Sovietica inizia a progettare una missione volta a portare un cosmonauta sulla Luna entro il 1967. Tuttavia, numerose complicazioni, tra cui la morte di Sergei Korolev – direttore del programma spaziale e fautore di imprese come quella dello Sputnik e di Gagarin – portano ad un rinvio del lancio.

Un ritardo che si rivelerà fatale nella corsa alla Luna.

Un tragico incidente

Denominato in onore del dio greco del sole, il programma Apollo era stato avviato dal presidente Eisenhower per condurre una serie di missioni in orbita attorno alla Terra, ma sotto la guida di Kennedy il suo scopo diviene uno solo: portare l’uomo sulla Luna.

Gli scienziati della NASA lavorano incessantemente per programmare la missione nei minimi dettagli e sviluppare le tecnologie necessarie a compiere un’impresa che, solo pochi anni prima, sarebbe parsa pura fantascienza.

Così, il 27 gennaio 1967, l’equipaggio dell’Apollo 1 è pronto a iniziare il primo test di volo in orbita terrestre bassa. Fin da subito, alcune complicazioni ritardano la missione.

Poi, improvvisamente, gli operatori al centro di controllo sentono uno dei piloti urlare: “Hey, fire!”. Le fiamme si propagano rapidamente all’interno della cabina, alimentate dall’atmosfera composta di puro ossigeno.

I soccorsi tardano ad arrivare, bloccati dall’intenso calore e dalla cortina di fumo che si espandono dalla capsula. Nel frattempo, l’equipaggio tenta disperatamente di aprire il portellone, bloccato dalla crescente pressione dell’aria.

Tutto inutile.

In pochi minuti, Virgil I. “Gus” Grissom, Edward H. White II e Roger B. Chaffee, perdono la vita, intrappolati in un inferno di fuoco.

Ma il loro sacrificio non è vano.

La NASA trae insegnamento da questa tragedia, provvedendo a correggere i fatali errori di progettazione che avevano portato alla morte dei tre astronauti. La procedura di immissione dell’ossigeno in cabina viene modificata, le tute e i materiali usati all’interno del modulo resi infiammabili, e i cavi – possibile sorgente delle fiamme – debitamente isolati.

Senza questi accorgimenti, la missione Apollo 11 avrebbe probabilmente incontrato lo stesso destino.

Prosegue con Apollo 11: la storia del primo uomo sulla Luna – Parte 2 di 2

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