La vita di Adele

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La vie d’Adèle (Chapitre 1 & 2)

 Francia 2013

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 Drammatico, durata 187′

Regia di Abdellatif Kechiche. Con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jérémie Laheurte, Alma Jodorowsky, Aurélien Recoing, Catherine Salle, Fanny Maurin, Benjamin Siksou, Sandor Funtek, Aurelie Lemanceau, Karim Saidi, Baya Rehaz.

 

Immagine 2Ho l’impressione di fare finta, di fare finta su tutto: a me manca qualcosa.” Chiaro che ad Adele, nell’età cruciale della post-adolescenza, manca qualcosa e lo avverte. Manca l’amore, quello più vigoroso, non quello dei ragazzi in età scolare. Non sente il bisogno di dolci, di un bel letto accogliente, di un frigorifero ben fornito (ha normalmente un eccellente appetito e mangia di tutto, tranne molluschi e frutti di mare), lei avverte la mancanza di amore, ma quello giusto e con la persona giusta.

Scrivere di questo film può sembrare facile e difficile nel contempo. Scrivere dell’amore è facile ma si scivola perfettamente nella banalità se non sei John Keats, si rischia di ripetere solite frasi e parole melense. Difficile è parlarne facendo emozionare lo spirito di chi ascolta, facendo sobbalzare l’umore dal riso alle lacrime e viceversa. Abdellatif Kechiche ha scelto questa strada, parlando dell’amore con forza e con semplicità, perché se il blu è un colore caldo, l’amore è anche una cosa semplice; e non conta qual è il sesso delle due anime assetate che si incontrano, si amano veramente e questo basta. E poi, esiste il colpo di fulmine? Adele si avvicina ad un amico di scuola ma non prova un vero sentimento, un batticuore sincero; invece basterà un sguardo di sfuggita in una piazza verso quella strana ragazza dai capelli blu e il fulmine colpirà dal cielo, all’improvviso, con dolce violenza, fino a farla rimanere irrequieta, fino a spingerla a cercarla dappertutto, perfino in un locale gay dove non avrebbe mai pensato di mettere piede. Infatti era il posto sbagliato, recandosi in un bar sbagliato Adele commette il suo primo errore e ne farà purtroppo per lei altri. Finalmente lei trova Emma, la ragazza dai capelli blu, nel bar più adatto e fanno amicizia e si piacciono a primo colpo e capiscono che si sono trovate, alla fine. In questa fase Adele commette un altro piccolo errore, cioè quello di non ammettere apertamente la sua relazione alle sue amiche, che si rivelano poco amiche, anzi con le loro critiche aspre e cattive si comportano come la peggior specie di persone che si possano frequentare, i cosiddetti benpensanti. La insultano e la isolano e questo ci ricorda quello che succede tutti i giorni a coloro che la il perbenismo giudica “diversi”.

Il film è diviso in due parti temporali: nella prima Adele è alla ricerca della persona che le manca e che le dia stabilità, nella seconda vediamo la coppia che vive felicemente in una casa come tutte le coppie di questo mondo, con la vita ordinaria che prevede amicizie, frequentazioni e lavoro. Il trantran quotidiano subisce un terremoto quando Adele commette ancora un errore e la situazione precipita. Se Adele è sempre una ragazza giovane e passionale, Emma è la partner adulta, matura e più forte caratterialmente, quella con maggior potere decisionale e sarà quella che deciderà le sorti del loro amore.

La forza del film è tutta sulla forza di questo amore e siccome è un amore vigoroso, travolgente, inarrestabile, anche il film ha questa potenza. E altrettanto vigorose, travolgente e inarrestabili sono le scene di sesso mostrate, bellissime per il vigore e la voglia di entrambe di “volersi”. La scena di sesso più lunga è anche l’essenza del film: è qui che il regista ci racconta il loro amore, è qui che le due ragazze mostrano la loro voglia di vivere, e di vivere assieme, di completarsi e completare la loro vita. A qualcuno sembrerà una scena troppo lunga, ma tutte le scene avrebbero potute essere più brevi senza cambiare la sostanza della pellicola, ma la lunghezza è anche una caratteristica proprio del film. E spero tanto che non si parli molto di questa benedetta scena, perché ce ne sono tante veramente belle, che sono da ricordare, come quella sequenza in cui si baciano e si ribaciano e, muovendo la testa, in mezzo a loro si affaccia tante volte il sole, come se la natura benedicesse il loro bel sentimento.

Altra scena che mi è piaciuta e che trovo significativa è il forte litigio tra le due, preludio del cambiamento delle loro vite: forte, violento, carnale, come il loro rapporto; vero e sentito, fino alla rottura, con le lacrime, la bava e le labbra protese in avanti, non per baciarsi, ma una per respingere, l’altra per avvicinarsi.

Regia grandiosa, a cui va quasi tutto il merito della bellezza del film, ma buona parte del merito deve per forza andare a Adèle Exarchopoulos, una vera sorpresa. Bella, carnale, sensuale, come ovviamente può essere una adolescente, con queste sue gote paffutelle che sembra che non la facciano crescere mai, con quella espressione di chi vuole imparare tutto dalla vita e non solo a scuola. Lei è il manifesto del film. Bravissima anche Léa Seydoux, che riesce a dare quel tocco di maggiore maturità insita nel personaggio: è lei che guida la danza del rapporto a due, è lei che decide il ritmo della loro vita e degli amplessi, che ha la forza di rompere l’armonia di coppia, che guarda di traverso per osservare, decidere, desiderare. Emma è diversa da Adele, è quasi l’antitesi e glielo dice in faccia arrabbiata in uno dei primi litigi: “Io non sono come te!”.

Non è un film d’amore, è un film sull’amore, è un film politico, nella sua estesa accezione, sull’amore, è un film totalizzante che coinvolge lo spettatore come i protagonisti. Lo spettatore che si fa coinvolgere ne esce stanco e affranto, col cuore gonfio di malinconia. “Il blu è un colore caldo”: caldo è l’amore che abbiamo visto, col blu inizia la storia d’amore con il colore dei capelli di Emma al primo incontro, blu è il vestito di Adele nell’ultima scena.

Bravo, bravissimo Abdellatif Kechiche, l’applauso è per lui e per il suo sguardo sui giovani d’oggi. Solo un appunto per la lunghezza della pellicola, perché anche accorciando di qualche minuto le lunghe scene piene di fitti dialoghi e piccoli gesti non si sarebbe perso nulla della portata dell’opera.

 

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