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Leonard Bernstein, un genio rinascimentale

Ci sono uomini che sanno cogliere segnali dal presente per poter prevedere il futuro. Uno di questi fu sicuramente Samuel Joseph Bernstein. Era un ebreo ucraino, titolare di una libreria molto avviata e che consentiva una discreta agiatezza alla famiglia. Comprese immediatamente che lo zar Nicola II non avrebbe saputo contrastare i fermenti bolscevichi e così vendette l’attività e con la moglie Charna Resnick raggiunse l’Inghilterra e poi New York. D’altronde, erano ebrei: che fine avrebbero fatto sotto un regime che rifiutava qualsiasi fede? Abbandonarono Rovno, quindi, e si lasciarono la Rivoluzione alle spalle per iniziare una nuova vita.

Circa un anno dopo, il 25 agosto 1918, nacque Leonard Bernstein che dimostrò subito un grande interesse per la musica. Al padre Samuel non piaceva l’idea che il suo primogenito maschio si dedicasse all’arte e giudicò questo interesse come un capriccio che doveva essere contrastato. Nonostante ciò, Leonard assisteva spesso ai concerti sinfonici e mostrò un’abilità fuori dal comune nell’imparare a suonare il pianoforte. E così, il padre fu costretto ad abbandonare la sua opposizione e iniziò a considerare seriamente la passione del figlio. 

Gli anni dello studio

Leonard approfittò di tutte le occasioni per imparare e riuscì ad entrare all’Università di Harvard, dove studiò composizione con Edward Burlingame Hill. La sua tesi di laurea, conseguita nel 1939, era intitolata “The Absorption of Race Elements into American Music”, l’inclusione di elementi etnici nella musica americana. E questo suo interesse e apprendimento emerse in tantissimi e successivi lavori: chi non ricorda, ad esempio, il “tempo di Huapango” (ritmo messicano e portoricano) nella celebre “America” di West Side Story? “I like to be in Ame-ri-ca!” 

Ma non era la sola composizione ad affascinare il giovane Leonard, che successivamente s’iscrisse alla “Curtis Institute of Music” di Philadelphia per studiare direzione d’orchestra con Fritz Reiner. Il celebre maestro era anche conosciuto per la sua severità quale didatta e Leonard Bernstein ricevette l’unica “A” che Reiner siglò durante tutta la sua carriera di docente. 

La vita frenetica a New York

Le premesse erano ottime, ma non è mai stato semplice iniziare una professione artistica; e così Bernstein si trasferì a New York, dove si guadagnò da vivere trascrivendo musica o producendo arrangiamenti sotto lo pseudonimo di Lenny Amber. Questo cognome inventato, nascondeva un segreto: in yiddish tedesco il termine “bernstein” significa “ambra”, che in inglese si traduce con “amber”. Lenny Amber non era quindi che l’utilizzo di un diminutivo del proprio nome, Leonard, e una doppia traduzione per il cognome. 

Visto il successo delle sue orchestrazioni per i gruppi che suonavano nei locali e teatri di Broadway, riprese la tradizione famigliare e divenne editore dei propri lavori. Evidentemente era un ragazzo che, per talento, era destinato a ricchezza e fama; difatti, i dollari incominciarono a infilarsi copiosamente nel portafoglio. “The Big Apple” è un luogo fantastico per divertirsi e il nostro non si tirò indietro, conducendo un’esuberante vita sociale. Presumibilmente, questa includeva relazioni sia con donne che con uomini: un fatto che, in seguito, sarebbe servito quale spunto per accesi dibattiti sulla sua sessualità. 

L’esordio come direttore d’orchestra

Dopo essere stato ammesso come pianista alla “New York Philarmonic Orchestra”, nel 1943 fece il suo improvviso debutto sul podio. Questo inizio è parallelo a quello di Toscanini: anche il nostro formidabile Maestro incominciò la carriera sostituendo in emergenza quello designato e a Bernstein accadde la stessa cosa. Bruno Walter, il celeberrimo direttore berlinese, s’era preso una brutta influenza con febbre alta ed era impossibilitato a salire sul podio. Il concerto doveva essere rinviato o annullato, ma Bernstein si offrì di dirigerlo, anche se non aveva preparato neppure una prova. Il talento di Bernstein era già ben conosciuto, come la bravura sigillata da Fritz Reiner alla “Curtis Institute of Music”, e così si decise di rischiare. L’esibizione fu così trascinante che il giorno successivo il “New York Times” pubblicò in prima pagina una recensione sul concerto! Era nata una stella.

La notizia di un giovane direttore, che aveva affascinato pubblico e critica, volò rapida di città in città, anche perché il concerto fu trasmesso a livello nazionale. Bernstein divenne immediatamente famoso in tutti gli States: era bravo, bello, affascinante, dirigeva in quel modo personalissimo che entusiasmava i professori d’orchestra e il pubblico. Molte altre orchestre statunitensi iniziarono a invitarlo come direttore ospite e presto molte altre si aggiunsero come la “Israel Philharmonic Orchestra”, la “Orchestre National de France” e la “Boston Symphony Orchestra”.

Nel 1945, la guerra aveva regalato la vittoria alle truppe anglo americane, ma devastato l’economia; la “New York City Center Orchestra” decide di rivolgersi ad un pubblico giovane e di offrire i concerti ad un prezzo economico. Vuole un direttore altrettanto giovane, bravo, che porti una ventata d’entusiasmo e nuove idee. La scelta cade su Leonard Bernstein.

L’impegno civile e politico

L’eco delle sue travolgenti interpretazioni lo portano in Europa e in Israele, dove dirige un concerto all’aperto per le truppe a Beersheba, nel mezzo del deserto, durante la prima guerra arabo-israeliana.

Nel suo infaticabile impegno a diffondere la musica, si reca in URSS con la Filarmonica di New York, eseguendo la “Quinta Sinfonia” di Dmitri Shostakovich alla presenza del compositore e in piena “Guerra fredda”! Bernstein è ormai diventato un personaggio negli Stati Uniti, grazie anche alla serie di cinquantatré “Young People’s Concerts” per l’emittente CBS; vince il Grammy Award

È instancabile anche sul fronte politico, quello progressista. All’inizio degli anni ‘50, è inserito nella lista nera dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, anche se non è convocato per testimoniare davanti al Comitato per le attività antiamericane. Si dichiara apertamente contro la guerra in Vietnam e la disuguaglianza razziale, privatamente, sostiene il movimento del “Black Panther” e, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, compone la “Kaddish Symphony”, a lui dedicata.

La vita privata

Nel 1951 sposa l’attrice americana Felicia Cohn Montealegre e alcune voci maligne dicono che l’abbia fatto per nascondere l’omosessualità. Alcuni “amici” affermano che “è un gay che si è sposato”, ma continua ad avere relazioni extraconiugali con uomini e di ciò la moglie ne è a conoscenza. Resta il fatto, tuttavia, che il suo matrimonio fu felice e la coppia ebbe tre figli: Jamie, Alexander e Nina.

Nasce West Side Story

Alla fine degli anni ‘50 inizia per Bernstein un periodo d’oro nel quale non regala al pubblico solo le sue emozionanti concertazioni, ma quello che è considerato il capolavoro del musical americano. Nel 1957, infatti, arriva la prima di “West Side Story” a Broadway ed è un successo immediato, riaffermato con un film. Un anno dopo diviene direttore principale della “Filarmonica di New York“, dove rimane fino al 1969 e nel 1979 fa il suo debutto con la Filarmonica di Berlino. Negli ultimi anni, sale frequentemente sul podio della Filarmonica di Vienna.

La fine

Il 9 ottobre del 1990 Bernstein annuncia il suo ritiro dalle scene a causa delle cattive condizioni di salute. Era un forte fumatore e fin dagli anni ‘50 curava l’enfisema polmonare. Muore d’infarto solo cinque giorni dopo, a 72 anni. Tra le sue frasi più celebri, ve n’è una dedicata a Beethoven e che racchiude tutto il suo modo d’essere direttore d’orchestra: “Se non ho la sensazione di essere io stesso Beethoven, sto facendo qualcosa di sbagliato!”.

Massimo Carpegna

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