Scienza

Loch Ness: e se il mostro fosse un’anguilla?

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Un rettile di grandi dimensioni, dal lungo collo e dotato di pinne. Questo l’identikit di una delle più celebri creature della criptozoologia: il mostro di Loch Ness.

Secondo la leggenda, questo gigantesco essere abiterebbe le acque del suddetto lago, in Scozia, ma un recente studio potrebbe aver – involontariamente – sfatato questo mito. Non solo, secondo i ricercatori è possibile che i numerosi avvistamenti vadano attribuiti ad una qualche anguilla gigante.

Il mostro di Loch Ness

“LONDON SURGEON’S PHOTO OF THE MONSTER”.

Così titolava la prima pagina del quotidiano inglese Daily Mail, nella data del 21 aprile 1934.

L’immagine è probabilmente la più famosa associata al mito del mostro di Loch Ness – soprannominato Nessie – il quale appare come una creatura dotata di un lungo collo e una piccola testa. Nonostante le numerose critiche mosse dagli scettici, questa foto fu considerata per anni una delle prove più evidenti dell’esistenza del mostro.

Ad aumentare la credibilità dell’avvistamento, contribuì la buona reputazione del testimone – Robert Kenneth Wilson – un medico definito nell’articolo come “il chirurgo” (dall’inglese, surgeon).

Non solo, le sembianze dell’animale sembravano combaciare con le descrizioni fornite da uno studente di veterinaria – Arthur Grant – che lo paragonò ad un plesiosauro.

Questi rettili marini comparvero nel tardo Triassico – circa 200 milioni di anni fa – e conobbero un periodo di splendore prima di estinguersi completamente 66 milioni di anni fa, assieme ai dinosauri.

Tuttavia, la leggenda del mostro di Loch Ness parrebbe mettere in dubbio tale ricostruzione, suggerendo che un esiguo gruppo di plesiosauri potrebbe esser sopravvissuto fino ai giorni nostri.

Nel corso degli anni, molti presunti avvistamenti si rivelarono falsi, inclusa la celebre foto del chirurgo – realizzata tramite un modellino da parte di un ex-dipendente del Daily Mail. Nonostante ciò, furono condotte varie operazioni alla ricerca della fatidica creatura che, tuttavia, si dimostrarono inconcludenti.

Recentemente, un gruppo di studiosi neozelandesi potrebbe aver fornito le prove dell’inesistenza di Nessie o, per lo meno, della sua appartenenza ad un gruppo di animali ben più familiare.

Un’anguilla gigante

Il tutto nasce da un progetto volto a catalogare le specie che abitano il Loch Ness, raccogliendo campioni di DNA sospesi nell’acqua. In questo modo, i ricercatori hanno identificato numerosi organismi, inclusi animali terrestri come cani, cervi, uccelli, e uomini. Nessuna traccia invece di un gigantesco rettile marino.

“All’interno della nostra sequenza di dati, non abbiamo trovato alcuna prova dell’esistenza di una creatura anche solo vagamente imparentata con questa. Quindi, mi spiace ma non penso che l’ipotesi di un plesiosauro regga sulla base delle informazioni che abbiamo raccolto”.

Con queste parole, il professor Neil Gemmell – genetista presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda) – sembra confutare una volta per tutte questa controversa teoria. Purtroppo per gli appassionati di paleontologia, questo significa anche che le probabilità di vedere un plesiosauro dal vivo si fanno, quantomeno, esigue.

D’altro canto, i dati potrebbero offrire una spiegazione alternativa ai numerosi avvistamenti. I ricercatori hanno infatti rinvenuto DNA di anguilla europea (Anguilla anguilla), i cui esemplari crescono nelle acque del Vecchio Continente prima di migrare in America per riprodursi.

Questi animali presentano un corpo serpentiforme e, già in passato, sono stati accostati alla leggenda del mostro di Loch Ness. I ricercatori sono rimasti esterrefatti dall’enorme quantità di materiale trovato, e non escludono la possibilità che possa provenire da esemplari giganti (comunque, non più lunghi di qualche metro).

“L’idea è che queste anguille, per qualche ragione, non compiano la loro tradizionale migrazione per riprodursi. Così, continuano a crescere fino a raggiungere dimensioni notevoli…” ci spiega il professor Gemmell.

Quale che sia la verità, lo studio dei ricercatori neozelandesi fornisce importanti informazioni riguardo la biodiversità del lago scozzese e dei territori limitrofi – grazie al ritrovamento di DNA di organismi terrestri. Inoltre, ci permette di mantenere sotto controllo introduzione di specie esotiche e potenzialmente invasive – come il salmone rosa.

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