Cinema

Locke

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LOCKE (idem), UK/USA ’13, dramma. Regia di Steven Knight. Con Tom Hardy (doppiato da Fabrizio Pucci)e le voci di Selvaggia Quattrini (Bethan), Marina Guadagno (Katrina), Alessandro Quarta (Donal), Roberto Draghetti (Gareth), Alex Polidori (Eddie), Manuel Meli (Sean).
One-man-show. Tre parole che potrebbero riassumere il secondo lavoro da regista di Steven Knight, totalmente basato su un’unica presenza, il protagonista, seguito e inseguito però dalle voci delle persone che fanno parte della sua vita affettiva e lavorativa. In effetti la maiuscola prova di Tom Hardy è un vero e proprio show, condensato in 85 minuti densi e tesi che lasciano il segno sullo spettatore, dapprima incuriosito e poi completamente conquistato sia dalla storia che dalla sceneggiatura.

UN solo corpo in scena, quello di un UOMO (vero, di carattere), uno SPETTACOLO tutto da ammirare. Son tre parole, come son tre le piste su cui si dipana la scrittura e che rappresentano anche le preoccupazioni di Ivan Locke, un ingegnere con gravosi compiti di capo cantiere in una delle più mastodontiche opere di costruzioni civili europee: la più grande colata di calcestruzzo che sia mai stata organizzata in Europa (350.000 tonnellate che arrivano con 258 camion), l’imminente nascita di un bambino concepito in una relazione extraconiugale, la difficoltà di mettere al corrente la moglie e i figli di quest’ultimo evento.

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E non sono tre piani di narrazione separati, perché si mescolano e si intersecano di continuo in una tal maniera che avrebbero mandato in confusione qualsiasi persona.
Che la serata, alla fine della giornata lavorativa e prima di quella ben più impegnativa che lo aspetta l’indomani, non sarà facile per Ivan Locke lo si capisce subito, perché, una volta salito sul suo suv e partito con stridore di gomme (lo aspettano una moglie, due figli e una partita di calcio in TV molto attesa), ad un incrocio stradale, nonostante la freccia messa a sinistra e dopo il verde del semaforo, dopo cinque secondi di riflessione nervosa e lo strombazzare di un furgone alle spalle, prende una decisione che evidentemente già germogliava nella testa da qualche ora. Solo qualche secondo per capire che quella era la decisione da prendere: cambia la freccia dell’auto verso destra e riparte a spron battuto con una destinazione che in quel momento lo spettatore lì per lì non può capire.

La situazione diventa più chiara quando, dopo aver telefonato alla moglie Katrina per dirle che non arrivava più per cena per un impegno, tramite il suo bluetooth Ivan chiama un’altra donna, Bethan, che è in un ospedale a circa un’ora e mezza di strada per partorire e la rassicura confermandole che lui la sta raggiungendo in tempo per l’evento. Lo spettatore realizza le difficoltà dell’uomo quando questa donna gli chiede aspramente: “Hai detto a tua moglie che stai per avere un bambino?”. Ecco quindi gli scenari che si stanno prospettando: a casa una famiglia, in un ospedale a circa 140 miglia una donna che sta partorendo un suo bambino, domani la giornata di lavoro più importante della sua vita professionale di ingegnere per la colossale colata di calcestruzzo, una febbrile notte di preparazione nel cantiere edile che avrebbe richiesto la sua imprescindibile presenza.

Come coordinare tutti questi eventi dall’interno di un’auto che viaggia in autostrada di notte e che si allontana dai luoghi dove tutti si aspetterebbero lui si debba trovare?
Ivan è una persona organizzata: è un uomo tranquillo, riflessivo, sicuro ed esperto del suo lavoro, ma soprattutto è preparato e non commette errori. Il suo pragmatismo gli permette di gestire questa situazione ingarbugliata cercando di risolvere i vari problemi al telefono, affrontandoli con un metodo logico, quello della priorità, prediligendo in una sua classifica mentale quella che è la prima difficoltà da affrontare e da risolvere.31268

I suoi interlocutori sono diversi e mantiene il contatto con tutti, rassicurandoli con voce calma e sicura che tutto andrà per il meglio, perché lui saprà consigliarli nella maniera più giusta ed efficace. La moglie Katrina vuol sapere perché non rientra per cena e quando viene messa al corrente della sua unica ed occasionale avventura extraconiugale va ovviamente su tutte le furie e gli sbatte il telefono in faccia e lui con calma cerca di riprendere il discorso ricordandole che ama solo lei e che tutto si sistemerà; Bethan, la matura segretaria che ha avuto dalla ditta per una trasferta in un’altra città e che sta per far nascere il loro bambino frutto di una sola notte di sesso è impaurita dal parto imminente e lo vuole vicino e Ivan le ha promesso che starà al suo fianco e tutto andrà per il meglio e che riconoscerà il bambino dandogli il cognome, assicurandogli il futuro, ma lei è troppo agitata e spaventata dal parto e gli chiude il telefono (…e son due!); Donal è un operaio edile specializzato, il suo vice, ed è uno che alza facilmente il gomito, ma quella notte dovrà sostituirlo al cantiere per i controlli preventivi e necessari per la fatidica colata di calcestruzzo, e Donal è spaventatissimo per questa incombenza che non gli spettava e Ivan lo catechizza dal telefono e gli assicura che gli darà tutte le indicazioni necessarie; Gareth è il suo superiore che quando capisce che Ivan non sarà presente sul cantiere quella notte e il mattino successivo è furibondo e lo minaccia di licenziamento; il ginecologo dell’ospedale intanto lo mette al corrente delle complicazioni del parto di Bethan, per cui sta diventando necessario un intervento per agevolare la nascita.
Chiunque sarebbe entrato nel panico e sbagliato le mosse. Chiunque avrebbe rinunciato a qualcosa. Ivan Locke no. Ivan Locke ha imparato ad essere maturo e riflessivo, gentile e positivo. Lui pensa positivo: “Vedrai che tutto andrà per il meglio, ci sono io, non sarai solo”.

Lo dice a tutti e lo fa davvero, merito anche della tecnologia che lo tiene in contatto con tutte le persone della sua vita, in una notte di viaggio fisico e mentale. Tutto perché DEVE E VUOLE dare un cognome al bambino che sta venendo al mondo, affinché non gli succeda ciò che è successo a lui, che non fu riconosciuto da suo padre, un tipo poco raccomandabile e da cui fu abbandonato. Ivan infatti non si sente solo in macchina: vi era sembrato solo? Errore, con lui, novello Amleto, in auto c’è lo spirito del padre a cui Ivan rivolge tutta la rabbia e la nevrosi che gli altri gli causano, è l’unica figura su cui si scaglia e a cui rivolge il suo odio.

Tra una telefonata e l’altra lo guarda nello specchietto retrovisore come se fosse davvero sul sedile posteriore, urlandogli che non si comporterà come lui fece, perché in tanti anni di studio, lavoro e famiglia ha “ripulito il cognome dei Locke”, rendendolo affidabile e onesto. E’ insomma una vendetta all’incontrario, positiva: l’esperienza negativa fatta con il padre lo ha reso un uomo serio e coscienzioso, un punto di riferimento sul cantiere e un padre di famiglia ineccepibile, tranne quella maledetta volta che era solo e poco sobrio con una signorina non più giovane ma anche lei sola e poco sobria. Quando tutto sta per precipitare e Ivan sta perdendo lavoro, famiglia e casa, la telefonata del figlio Sean ed un vagito di vita nuova rischiarano la notte eduardiana passata e ogni cosa sembra tornare nel suo alveo naturale.Locke-Ivan-Locke
Tutto avviene a bordo di un suv che non si ferma mai, con la mdp puntata sempre sul viso e sul busto di uno straordinario Tom Hardy, inquadratura mai monotona perché i riflessi sul parabrezza e sui cristalli delle luci delle altre auto, dei fari autostradali e del palazzi illuminati danno movimento allo schermo e illustrano l’idea dei minuti che scorrono. Una menzione particolare va fatta alla colonna sonora di Dickon Hinchliffe, che è bellissima e accompagna alla perfezione i momenti più importanti del film.
Uno dei lati straordinari di questo film è che ascoltando le voci dall’altro capo del telefono lo spettatore riesce ad immaginare la scena come se stesse leggendo un libro, come se vedesse di persona la casa di Ivan, il cantiere, la sala travaglio dell’ospedale. Merito di una sceneggiatura perfetta scritta dallo stesso regista Steven Knight: palpitante, viva serrata. E sorprendente se pensiamo che questo secondo lavoro da regista viene dopo il trascurabile “Redemption. Identità nascoste”, un film d’azione come tanti. Invece qui la regia non sbaglia nulla e si percepisce che meglio di così il film non si poteva girare. La performance di Tom Hardy è sbalorditiva, stando praticamente fermo 85 minuti su un sedile di auto: un espediente per non rendere monotona come un monologo la messa in scena è stata l’idea di presentarlo con un fastidioso raffreddore, obbligandolo a farlo muovere continuamente nell’abitacolo alla ricerca di fazzoletti e decongestionanti. Inoltre la recitazione è maggiormente apprezzabile perché ci è stato risparmiato l’atteggiamento drammatico del protagonista e dell’interprete, che è stato eccellente nel dosare le espressioni e il contenuto delle frasi. Quasi una recitazione in sottrazione. La forza della calma e della logica del pragmatico Ivan Locke risulta efficace e funzionale sia ai fini della storia che alla rappresentazione della scena.

Lo spettatore se pur coinvolto emotivamente non avverte mai agitazione o smarrimento nell’accavallarsi degli avvenimenti, ma recepisce e subisce positivamente il carattere riflessivo e deciso del capo cantiere in auto. Tutto merito del regista/sceneggiatore e del bravissimo attore. Perché quando ogni cosa è ben organizzata tutto va “per il meglio”, come quando predisponi in maniera perfetta una gigantesca colata o un parto ben assistito: “Perché quando il calcestruzzo deve uscire è come i bambini”. Non vi pare?

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