I primi rilievi nel covo di Messina Denaro non hanno procurato i risultati attesi. A Campobello di Mazara (PA) non ci sono documenti che possano aiutare gli inquirenti a capire i risvolti delle presunte attività mafiose del boss. All’apparenza “pizzini” o corrispondenza con altri “uomini d’onore” non ci sono tra gli scatoloni ritrovati. I documenti risalgono al 2022 e riguardano referti medici e riscontri di visite specialistiche.
Il fatto che la documentazione sia recente lascia uno spiraglio all’esistenza di un altro covo meno recente. Chissà se nell’altra abitazione potrebbe trovarsi materiale utile alle indagini. Soprattutto perché potrebbe essere stato razziato dai suoi “fratelli” dopo che la notizia dell’arresto di Messina è stata pubblicata.
Ora l’obiettivo degli inquirenti sono i complici di alto livello. Non è sicuramente il suo alter ego, Andrea Bonafede, l’unico soggetto che ha aiutato il boss di Casa Nostra a passare inosservato. Ci saranno le connivenze, ma anche gli altri “uomini d’onore”, che hanno interagito con lui nella gestione di alcuni affari fino ad almeno la primavera scorsa.
Tra le connivenze non si può che pensare alle banche, che non si sono accorte di nulla. In primis, i ventimila euro consegnati in contanti dal boss al suo alter ego per acquistare l’appartamento. Oppure chi negli uffici pubblici di Campobello gli ha consentito di ottenere nel 2016 una carta d’identità con il timbro autentico sulla foto di un’altra persona. E così anche per la patente. Oppure il medico che ha rilasciato prescrizioni a due Bonafede con la stessa tessera medica ma con diverse patologie sanitarie.
Gli inquirenti analizzeranno in maniera approfondita le agende e le schede telefoniche del boss, così come le telecamere di videosorveglianza con la speranza che, anche se l’ultimo boss zittisse, la sua vita parli per lui.










