Mummie: curiosità, maledizioni e retroscena inquietanti

I misteri sulle mummie, la maledizione di Tutankhamon e l'imbalsamazione

Mummia
Photocredits: Pixabay

Non è un segreto che le mummie egiziane, abbiano da sempre suscitato un fascino particolare per gli amanti dell’archeologia, ma anche dei film horror. Sicuramente, ad alcuni di voi verrà in mente il film La Mummia del 1999 diretto da Stephen Sommers, con Brendan Fraser, Arnold Vosloo e Rachel Weisz, oppure l’omonimo lungometraggio di Alex Kurtzman del 2017 con Russel Crowe e Tom Cruise.

Dal punto di vista storico, può venirci in mente il celebre (e famigerato) faraone Tutankhamon. Una volta scoperta la sua tomba e rimossa la lussuosa protezione delle bende e del sarcofago, gli archeologi poterono vedere il viso, seppur in parte decomposto, del faraone bambino, morto a soli 14 anni. La sua mummia è divenuta protagonista di una leggenda, chi la tocca o ne fosse venuto in contatto rischia la maledizione.

Quando parliamo di mummie, in realtà, non facciamo riferimento soltanto a quelle degli esseri umani, ma anche agli animali. Come leggiamo dal sito internet di National Geographic, in epoca greco-romana era consuetudine imbalsamare animali che venivano poi sepolti in cimiteri sotterranei. Rispondiamo ora ad una domanda che affascina tante persone, quella che mette in evidenza la sfortuna o la maledizione legata alla mummia.

La mummia porta sfortuna?

Si dice che le mummie portino sfortuna in mare. La leggenda dovrebbe nascere dal fatto che parecchi europei, fin dall’età greco-romana, avessero l’abitudine di portarsele a casa come souvenir. In pratica, la presunta maledizione sarebbe nata per frenare questa cattiva abitudine e bloccare l’esportazione di questi preziosi reperti dell’antico Egitto.

Lo stesso impero ottomano bloccò ufficialmente qualsiasi trasporto di mummie dal paese d’origine. Si dice che alla fine del ‘500 nel corso della battaglia di Lepanto, tra Lega santa e impero turco, gli ottomani avessero posto su una nave proprio una mummia come oggetto portafortuna. Subito tra i cristiani iniziò a correre voce che le mummie potessero essere fautrici di disastri marittimi. Da qui si crearono ulteriori aneddoti (veri o falsi che fossero) che rafforzarono la presunta negatività delle mummie sul mare, considerate portatrici di sventure per i marinai.

Le mummie: perché ci attirano così tanto?

Sebbene l’essere umano consideri la morte un argomento tabù, un tema su cui è meglio sorvolare, al fine psicologicamente di celebrare la vita, il dono più prezioso per ogni essere vivente, possiamo allo stesso tempo affermare senza alcuna ipocrisia che il tema dell’estinzione sia tanto repellente quanto affascinante per molti di noi. Non è certo strano affermare che visionare, anche solo da foto o dalla televisione, corpi imbalsamati di migliaia di anni fa o calchi di persone che vissero in un tempo passato (come quelli di Pompei ed Ercolano) generino, in un certo senso, un “fascino morboso”.

Il “fascino” della morte

La stessa cosa vale per i resti di animali come coccodrilli, cani e gatti. Il poter contemplare queste stupende creature e immaginarle in vita quando erano a caccia e pasteggiavano con le loro prede uccise, è tutto sommato una normalità generata dalla pura curiosità, una caratteristica innata negli individui. La vista di un cadavere genera repulsione di norma, in quanto è ciò che resta di un essere umano un tempo in vita. Il suo essere immobile, privo del respiro e del colorito vitale, ci riporta ad un mondo e ad un contesto che non appartiene alla vita.

La veglia funebre, così come il funerale sono la celebrazione sacra, all’insegna della pietas (religiosa o laica che sia) di un passaggio dell’individuo dal contesto vivente ad un altro, misterioso, imperscrutabile. I credenti possono identificare tale “realtà” con l’aldilà, gli atei con il nulla. Eppure, nonostante questo rifiuto (più che normale) da parte dell’uomo per un passaggio obbligato e a cui tutti siamo destinati, la morte è un concetto che all’uomo interessa, divenendo tranquillamente oggetto di studio, anche in ambito accademico. La cultura delle mummie è solo una branca di questo argomento tanto tetro quanto interessante. Ma sapete come venivano utilizzati le mummie?

I corpi imbalsamati divenuti souvenir e medicine da ingerire

Poiché considerati reperti di valore inestimabile ed anche per la loro “bellezza”, le mummie vennero considerate dei souvenir nel XIX secolo, ancor prima che gli europei iniziassero ad attuare vere e proprie esplorazioni geografiche in Egitto, al fine di conoscere di più sulla cultura e le usanze al tempo dei faraoni.

Mummie utilizzate come medicina

Sempre da National Geographic veniamo a sapere come, ancor prima di essere considerate dei souvenir, le mummie erano l’ingrediente essenziale per i mercanti di spezie. Cosa vogliamo dire? È presto detto. Grandi medici dell’antica Grecia quali Dioscoride e Galeno consigliarono un rimedio particolare il mum, ovvero, il bitume, per curare al meglio varie patologie come l’epilessia, ascessi, eruzioni cutanee, ma anche altre situazioni cliniche come le fratture. Tuttavia, vista la continua e grande richiesta, le materie prime da cui si ricavava il bitume andarono pian piano ad esaurirsi. Rifiutandosi di lasciare quel business che tante soddisfazioni dava loro a livello economico, i commercianti orientali più coraggiosi e pieni di iniziativa decisero di utilizzare una fonte alternativa per continuare ad ottenere i loro guadagni. Tale fonte la trovarono proprio nelle mummie.

Molti di questi corpi imbalsamati vennero dunque profanati e messi ad essiccare per ricavarne da essi oli, resine e sostanze aromatiche con cui le salme erano state ricoperte durante il processo di mummificazione. Tali sostanze erano caratterizzate da colore e consistenza praticamente uguali a quelle del bitume che veniva utilizzato un tempo, anzi, emanavano una fragranza di gran lunga più piacevole e delicata. Fu così che quello che nell’antico Egitto veniva chiamato sah, finì per ottenere il nome di un medicinale di origine persiana. Tuttavia, col tempo trovare corpi mummificati “autentici” divenne sempre più difficile.

Proprio per questo motivo, parecchi commercianti decisero di iniziare una produzione di mummie, che presero pian piano il posto del prodotto originale, che giungeva anche nei più rinomati negozi d’Europa. Si iniziò quindi un’indagine per distinguere le mummie primarie, secondarie e quelle create ad hoc, ma non autentiche.

Nel 1564, Guy De La Fontaine denunciò che la maggior parte delle mummie in questione fossero solo delle pallide imitazioni di quelle antiche provenienti dall’Egitto. Questi falsi erano cadaveri ben ritoccati, tanto da sembrare morti da millenni. Nel 1657 un dizionario dell’epoca definiva la mummia come una “sostanza simile alla resina venduta dagli speziali; secondo alcuni si estrarrebbe dalle tombe antiche”. Chiariamo anche un’altra importante questione, quella dell’imbalsamazione dei corpi per creare imitazioni di mummie.

Mummia nel sarcofago
Photocredits: Pixabay

Come veniva imbalsamata una mummia “finta”?

Nel 1610 il frate domenicano spagnolo Luis Urreta scrisse un libro avente come argomento principale la storia dei più importanti regni d’Etiopia. In tale tomo, il religioso parla anche del processo di mummificazione in quei luoghi. Si utilizzava come cavia sfortunata un prigioniero moro, che veniva fatto continuamente purgare per togliere dal suo corpo qualsiasi impurità. Mentre dormiva, un boia gli tagliava la testa. Il cadavere veniva, dunque, appeso per i piedi ed era lasciato dissanguare, mentre venivano praticati su di esso svariati tagli con l’ausilio di un coltello.

Dopo che il corpo senza vita era del tutto privo di sangue, le ferite e gli orifizi sul cadavere venivano coperti con una miscela speziata. A quel punto, i resti del defunto venivano posati a terra, avvolti nel fieno e seppelliti per un paio di settimane. In seguito, il cadavere veniva disseppellito e lasciato al sole per un’intera giornata.

Secondo il frate, la carne morta acquisiva proprietà ancor più benefiche rispetto a quelle che contenevano le mummie più antiche, per un semplice motivo: il minuzioso processo di purificazione del corpo. Tuttavia, non tutti erano d’accordo sulle reali proprietà medicinali di queste mummie che, precisiamo, dovevano essere ingerite. Tra questi lo studioso francese Ambroise Parè, il quale parlò degli effetti malevoli di tali mummie che, in realtà, provocavano sintomi del tutto negativi sul corpo umano, come vomito, alitosi e mal di stomaco.

La maledizione della mummia di Tutankhamon

Sicuramente, quella di Tutankhamon è una delle più celebri mummie della storia. Nel suo viaggio verso la terra dei morti, il faraone bambino non fu lasciato da solo, in quanto assieme a lui furono rinvenute altre tre mummie che potrebbero appartenere alle due figlie ed alla consorte del sovrano d’Egitto, Ankhesenamon. Recenti studi effettuati sulla mummia di Tutankhamon hanno permesso di ricostruire quello che potrebbe essere il volto originale del faraone, non molto dissimile dalla maschera mortuaria rinvenuta nella sua tomba. Tutankhamon morì di morte naturale e non venne assassinato come, invece, alcuni studiosi avevano ipotizzato in passato.

La maledizione della tomba di Tutankhamon è una pura invenzione giornalistica. Secondo una leggenda metropolitana, all’ingresso della tomba del sovrano d’Egitto, sarebbe stata presente una (falsa) iscrizione recitante: “La morte verrà su agili ali per colui che profanerà la tomba del Faraone”. Tuttavia, la leggenda della maledizione trovò terreno fertile con la morte di George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che finanziò la spedizione archeologica che scoprì la tomba di Tutankhamon il 26 novembre 1922. Il conte morì improvvisamente solo dopo 4 mesi dopo l’apertura della tomba, ma molto prima che il sarcofago multiplo venisse aperto. Una pura coincidenza insomma, anche perché le operazioni sulla tomba del sovrano d’Egitto durarono diversi anni: dal 1922 al 1925, quando venne effettuata l’autopsia sul corpo di Tutankhamon.

Marco Della Corte
Sono nato a Capua (Caserta) il 4 agosto 1988. Da sempre amante, della letteratura, giornalismo, mistero, musica e cultura pop (anime, manga, serie tv, cinema e videogames). Ho mosso i primi passi su testate locali come Il Giornale del Golfo e la Voce di Fondi, per poi passare a testate più mainstream come Blasting News, Kontrokultura e Scuolainforma. Regolarmente iscritto presso l'ODG Campania come pubblicista, sono laureato in Filologia classica e moderna. Attualmente insegno come docente di materie umanistiche tra liceo classico e scientifico. Ah, dimenticavo: la cronaca nera è il mio pane quotidiano!