“Progetto Liszt” al Comunale di Modena

Quattro concerti per pianoforte e orchestra con quattro solisti: Marco Scolastra, Marcello Mazzoni, Andrea Padova e Maurizio Baglini

Busto bronzeo di Franz Liszt

Concerto singolare, unico nel suo genere quello che si è svolto ieri 30 gennaio al Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” di Modena. Singolare perché sono stati proposti 4 concerti per pianoforte e orchestra di Franz Liszt, eseguiti da quattro pianisti diversi. Ad accompagnare i solisti, l’Orchestra Filarmonica di Braşov, compagine rumena che ha visto sul podio musicisti del calibro di Paul Richter, Johann Strauss, Johannes Brahms, Richard Strauss e molti altri. Il concerto non poteva che chiamarsi “Progetto Liszt”, dedicato alla star “multitalent”, diremmo oggi, del XIX secolo. Liszt, grande amico di Chopin, infatti, fu non solo virtuoso eccelso del pianoforte, ma compositore, direttore d’orchestra, organizzatore musicale e, naturalmente, gran seduttore di baronesse e contessine. Al termine dei suoi concerti s’assisteva a scene di isteria da parte dei fan, come quelle che hanno accompagnato i Beatles negli anni 60/70. Lui, da perfetto interprete di una star hollywoodiana ante litteram, entrava in scena con lo sguardo rivolto a mondi sconosciuti, distaccato da tutto e da tutti. Si sedeva elegantemente al pianoforte, si sfilava i guanti bianchi che lasciava cadere a terra con noncuranza, sollevava le mani e iniziava a suonare. A questo punto si scatenava la follia delle spettatrici perdutamente innamorate, che cercavano d’accaparrarsi quella preziosa reliquia.

Fantasia su temi popolari ungheresi S. 123

Il concerto è iniziato con la “Fantasia su temi popolari ungheresi S. 123” tratta dalla “Rapsodia Ungherese n. 14” Brano di grandissimo virtuosismo fu eseguito per la prima volta a Pest, il primo giugno del 1853. Alla tastiera sedeva Hans von Bülow, che fu allievo e poi genero di Liszt, avendo sposato la figlia Cosima. Allo Steinway del Comunale si è esibito Marco Scolastra, che ha offerto un’interpretazione pulita, lineare e senza eccessi. Perplessità ha destato il fatto che l’esecutore ha voluto lo spartito sul leggio: cosa che per un solista è insolita.

Concerto n.1 in mi bemolle maggiore S. 124

Si è proseguito con il “Concerto n.1 in mi bemolle maggiore S. 124” che offre l’anomalia di non avere pause tra un movimento e l’altro. Una “trovata” sensazionale nello stile di Liszt, che fu il primo esecutore il 17 febbraio 1855, accompagnato da Hector Berlioz sul podio. È un brano d’assoluto virtuosismo, dove l’orchestra è relegata al ruolo di semplice, e a volte lontana, accompagnatrice di formidabili atletismi pianistici. Marcello Mazzoni non si è lasciato intimorire dalle difficoltà ed ha proposto una lettura stilisticamente impeccabile, non solo fonte di esplosioni pirotecniche di note. Nel secondo movimento “Quasi adagio” ha offerto al pubblico grande sensibilità emotiva e leggerezza di tocco.

Concerto n. 2 in la maggiore S. 125

La seconda parte della serata si è aperta con il “Concerto n. 2 in la maggiore S. 125”, eseguito per la prima volta a Weimar il 7 gennaio 1857. La caratteristica del brano, in sei movimenti e anch’esso senza pause, è la continua ricerca e proposta melodica. Andrea Padova ha dato sfoggio di tutta la sua bravura interpretativa, da tempo affermata e rilevata da musicologi quale l’americano Harold Schonberg che l’ha descritto come pianista con “una forte personalità, convinzione, libertà e stile”.

Totentanz, Parafrasi sul Dies Irae S. 126

Con una suggestione inquietante, considerata la pestilenza orientale che tutti angoscia in questi giorni, il concerto s’è concluso con “Totentanz, Parafrasi sul Dies Irae S. 126”, forse fra le composizioni di Liszt più conosciute dal grande pubblico per quella forza espressiva e mortale che sprigiona in ogni singola nota, in ogni singolo passaggio pianistico e orchestrale. Il tema gregoriano del “Dies Irae”, il “Giorno del Giudizio”, a volte terrificante e a volte grottesco, è continuamente riproposto dall’orchestra e dal pianoforte con abiti diversi, che non si riducono al mero virtuosismo, ad abbellire il tema con trilli, scale ed arpeggi. Qui si evidenzia una grande varietà ritmica e la ricerca di colori insoliti, anche con effetti percussivi, sfruttando le zone estreme della tastiera. Ottima l’esecuzione di Maurizio Baglini, applaudito calorosamente dal pubblico a sottolineare la suggestione emotiva che ha saputo creare in sala con sonorità sinfoniche da “Armageddon” e palpiti delicati quando appare la melodia gregoriana del “De profundis”, che piega la musica ad una sensibilità più introversa e meditativa.

L’orchestra e il suo direttore

L’orchestra, guidata dal dinamico Hakan Şensoy, ha esibito una qualità tecnica di livello e buona capacità nel variare i colori, ma in alcuni punti è apparsa insicura e l’insieme, il dialogo con il pianoforte non ne ha giovato. Il Maestro ha diretto con lo sguardo sovente rivolto alla partitura sul leggio e con momenti troppo lunghi nei quali si è limitato a suddividere il tempo con la mano destra, senza quell’assistenza e cura continua della quale ha necessità l’orchestra e la musica.

Infine, da segnalare la grande partecipazione di ragazzini provenienti dal corso d’Avviamento Musicale del locale Istituto Musicale Vecchi Tonelli, tenuto dal Maestro Nicola Rosso: una bella iniziativa preparata in classe con racconto delle musiche presentate nella loro genesi e, naturalmente, di quel funambolico e affascinante artista, eroe del Romanticismo che fu Franz Liszt.

Massimo Carpegna