Musica

Il rap italiano: tra immigrazione, periferie e regionalismi

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Il rap è una tecnica vocale di canto che trae le sue origini dalla black music. Le peculiarità principali sono allitterazioni, assonanze e rime cantate su basi ritmiche uniformi e facilmente riconoscibili. Questa forma artistica rientra nella cultura hip hop nata negli USA che fin dagli anni ’70 del secolo scorso di affacciava timidamente nella scena musicale internazionale. A partire dal decennio successivo il rap imparò a conoscere un grande riverbero in tutto il mondo diventando il genere cult dei giovani e degli anticonformisti.

Il rap diventa in poco tempo un vero e proprio megafono per coloro che vivono situazioni disagiate piuttosto che vogliono denunciare problematiche sociali e personali. Un po’ come per le canzoni d’amore, i testi diventano delle vere e proprie poesie da recitare per sentirsi meno soli così da riconoscersi in uno strato collettivo sempre meno empatico e più tecnologico.

Se fino agli inizi del 2000 il rap era praticamente all’apice del successo poco tempo dopo, complici la musica dance e poi house e l’intramontabile commerciale, è caduto letteralmente nell’oblio. La stessa sorte stanno vivendo in questa epoca storica il rock e il punk!

Se negli USA, patria generatrice di questa espressione musicale, non ha mai smesso completamente di pulsare tant’è che si è trasformato in trap, in Italia da un paio di anni ha ripreso ad essere cantato, prodotto e venduto.

Da più di un ventennio il nostro paese ha accolto grandissime quantità di popolazione straniera che si è trasferita per motivazioni più che valide (persecuzioni etniche, religiose e asilio politico) e ormai radicandosi nel Bel Paese ha anche formato e istruito al bilinguismo e biculturalismo i figli che compongono oggi la seconda generazione. In altri paesi europei, Francia e Regno Unito solo per citarne un paio, questa pratica è ormai profondamente attaccata alla storia della nazione in riferimento l’Italia ne appare assai impreparata e impaurita. Purtroppo nel nostro stivale esistono ancora esempi di xenofobia assai ridondanti per cui esempi di musica ‘mixata’ anche da culture diversa è ancora vista con occhi diffidenti.

Fortunatamente le nuove generazioni imbevute da pane e tecnologie sono distanti a queste ideologie datate e assurde, anzi hanno accolto con grande fermento e amore i nuovi rappers italiani che cacciano via dall’anima creatività e rabbia portandola nei loro album.

Se l’hip hop è ciò che vivi e il rap è ciò che fai, per citare il rapper newyorkese Krs One, questi nuovi talenti hanno stoffa da vendere. Spesso diventati famosi e virali su piattaforme in cui è facile condividere e proporre le proprie competenze, basti pensare Youtube o Spotify, in poco tempo acquistano grandissima credibilità tra i giovani e per le case discografiche diventando prodotti che ‘funzionano’ perché sono vicini alla realtà.

In Italia, anche se siamo visti sempre un po’ provinciali da questo punto di vista, la old school rap è composta da Jovanotti, Articolo 31 e Caparezza, la new school mescola adesso anche generi musicali differenti per creare dei pezzi anche ballabili che però raccontano qualcosa di importante.

È così che Salmo (soprannominato il profeta del rap), Gemitaiz, Madman, Emis Killa, Mecna sono facilmente riconoscibili tanto quanto agli idoli del sottogenere rap partenopeo. Quest’ultimo vede protagonisti Rocco Hunt e Clementino che sviscerano ancora di più i problemi della loro regione e le difficoltà di vivere nei quartieri disagiati.

Oltre ai rapper senior – tra cui Fabri Fibra, Marrakesh e i Club Dogo – i ragazzi del nuovo panorama, Sferaebbasta, Coez, Laioung, Ghali e molti altri, utilizzando un linguaggio sempre più informale e vicino alla strada intercalano terminologie anglofone, francofone o arabofone (come accade per Ghali) date le loro origini etnico-culturali.

È anche giusto considerare altri rappers che, anche se meno conosciuti, qualitativamente parlando spesso non hanno nulla da invidiare ai Big. Picciotto, Spika, Stokka&Madbuddy, L’Elfo, DJV e Freddie Sperone diventano portatori di una cultura rap ancora più viscerale in Sicilia. Questi nomi appena citati forse ci fanno pensare agli albori del rap americano e alle scene Gangsta cult rappresentate nei video più popolari. Mancanza di lavoro, periferie, litigi, violenza e malcontento sono le tematiche più citate nei loro testi cuciti addosso ai loro temperamenti apparentemente duri e prepotenti che nascondono invece una grande voglia di riscatto semplicemente denunciando ciò che vivono col fine di cambiare un po’ la loro quotidianità.

Per comprendere meglio questo genere forse sarebbe opportuno citare un’esaustiva spiegazione di Renato Barilli che nel 2000 affermava quanto segue sul rap: “[…] una specie di onda sonora continua rispondente quasi a un primordiale big bang, che scandisce, ritma, incalza ogni evento, pubblico o privato: a conferma definitiva, se si vuole, che l’oralità, la sonorità prevalgono sulla scrittura, e che quest’ultima, anche quando sembra dominare la scena, invoca comunque di ricevere un complemento attraverso le varie esecuzioni musicali”.

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