Sicignano, la terribile storia del monaco demoniaco

La terribile storia di Giovanni

Sicignano degli Alburni è un ridente borghetto sito in provincia di Salerno. Nonostante l’aspetto ridente e gioviale della bella cittadina campana, pochi sanno che essa molto tempo fa fu teatro di una delle storie più orribili del folklore italiano, quella del monaco demoniaco. Prima di esporre questo racconto, iniziamo col dire che Sicignano venne fondata dal tribuno della plebe Lucio Siccio Dentato nel 450 a.C. Una città con alle spalle una storia illustre, venendo infine annessa al Regno delle due sicilie, fino a giungere allo stato in cui la conosciamo adesso.

Il monaco demoniaco: tutto iniziò in un monastero ora abbandonato

Sicignano degli Alburni è uno stupendo comune campano che sorge ai piedi di un antico monastero, ora abbandonato. Le rovine dell’edificio religioso si trovano presso un’altura che domina l’intera contrada. Una costruzione iconica, che a tratti sembra “proteggere” il borgo di Sicignano degli Alburni, oppure sottometterlo, secondo i punti di vista, un po’ come lo “sterminator Vesevo” (come definisce il Vesuvio Giacomo Leopardi ne La Ginestra) per Napoli o il castello di Dracula per la città rumena di Bran.

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Proprio qui, in questo edificio cadente, è ambientata la storia del monaco demoniaco. Una struttura che fa ancora da memoria all’orribile racconto che ha attraversato i secoli fino a giungere ai giorni nostri. Una storia d’amore puro, ma anche di sfregio a Dio, come vedremo, che terminerà nel più tragico dei modi. Come leggiamo da Vanilla Magazine, il monastero venne costruito all’inizio del ‘600. Secondo quanto è stato tramandato, sarebbe stato il Signore in persona a volere la costruzione dell’edificio, scegliendone il luogo dovre avrebbe dovuto sorgere.

Tutto iniziò nel 1720

Era l’anno 1720, all’epoca il monastero di Sicignano degli Alburni era diretto dai monaci benedettini, molto amati dagli abitanti del borgo, in quanto si prodigavano nella carità e nell’aiutare il prossimo. Un giorno nella cittadina giunse un giovane vagabondo che disse di chiamarsi Giovanni. Pur essendo un giovanotto ancora nel fiore degli anni, il suo volto e il suo fisico sembravano quelli di un uomo anziano, a causa della denutrizione e di diversi acciacchi fisici dovuti proprio al suo vagabondare. Giovanni non aveva famiglia, la vita non era stata certo premurosa con lui. Nonostante tutto, il giovane vagabondo era gentile e di buon cuore con tutti.

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Giovanni iniziò a mendicare per Sicignano degli Alburni e, notando il suo essere cortese e gentile, gli abitanti del paesello, così come le autorità locali, accettarono di buon grado di offrirgli qualche soldo o del cibo per tirare avanti, seppur in maniera fredda, poiché nessuno accettò mai di ospitarlo, né tantomeno gli stessi abitanti di Sicignano dimostrarono apertamente gentilezza nei confronti del ragazzo, che in fondo non faceva nulla di male. Chiedeva solo quel giusto per poter tirare avanti, non avendo famiglia, né tantomeno il becco di un quattrino.

Giovanni era abituato alla solitudine, quindi, almeno in un primo momento, ignorò l’indifferenza dei cittadini di Sicignano degli Alburni, finché la situazione non peggiorò. L’arrivo del freddo portò con sé anche la scarsità di cibo e quindi la gente si dimostrò meno propensa a fare l’elemosina al giovane vagabondo. Giovanni fu costretto a trascorrere interi giorni senza mangiare, finché non si ammalò. Una notte, il poveretto fu colto da una forte tempesta e pensò di avventurarsi alla volta del monastero, poiché aveva sentito parlare della gentilezza dei monaci e pensò che avrebbero potuto ospitarlo.

È molto probabile che quella notte, il frate guardiano quando aprì la porta del convento dopo il bussare violento di Giovanni, si trovò dinanzi a un essere che aveva le sembianze di un fantasma: un uomo pallido, emanciato, dal mantello consumato dal tempo e fradicio a causa della pioggia. Giovanni fece appena in tempo a chiedere ospitalità per quella notte prima di cadere a terra privo di sensi. Il monaco portinaio si precipitò a svegliare il priore illustrandogli la situazione. Il povero Giovanni era in fin di vita, tanto che il priore ordinò che al giovane venisse data l’estrema unzione.

La “rinascita” di Giovanni

In realtà Giovanni sopravvisse e dopo alcuni giorni di febbre si rimise in sesto. Seppur ancora debole fece per andarsene, non prima di aver ringraziato i monaci per la gentilezza dimostratagli. Tuttavia, il priore vietò al giovane di uscire dal monastero e lo convinse a rimanere finché non si fosse del tutto ripreso. I monaci trattarono subito Giovanni come un loro compagno, dandogli vestiti puliti, una celletta tutta per lui e facendolo mangiare assieme a loro nella stessa mensa.

Giovanni voleva ripagare i monaci della loro gentilezza e disponibilità e si offrì di svolgere alcuni lavori utili per il monastero. Alla fine il ragazzo visse con i monaci a tempo indeterminato, condividendo la loro vita e apprezzandola. Sentendo finalmente di aver trovato una vera famiglia, Giovanni decise di prendere i voti. La vita monastica sembrò il coronamento di un sogno per il nostro amico, ma si sa, le cose belle sono effimere e subito giunse qualcosa che avrebbe scosso profondamente la vita serena del ragazzo.

Il pentimento

Dopo qualche tempo, Giovanni comprese che la vita monastica non era realmente ciò che cercava e si rese conto di aver fatto un grosso errore. Non era così religioso da sopportare un’intera vita in clausura, in cui la giornata era scandita esclusivamente da preghiere e lavoro. Insomma, la vocazione non c’era realmente. Anche l’apparente amicizia con i monaci si rivelò un’illusione: una volta ottenuti i voti, il giovane si rese conto di come anche tra quegli uomini che avevano giurato fedeltà al Signore circolassero sentimenti di invidia, odio e cattiveria.

Tuttavia, Giovanni aveva fatto una scelta e non poteva più tornare indietro. Per questa sua frustrazione, Giovanni continuò a obbedire agli ordini dei suoi superiori, ma finì per diventare freddo e scontroso. Il priore e il confessore cercarono di indagare su quello strano comportamento, ma Giovanni, per non deludere nessuno, si rinchiuse nel silenzio più assoluto. Alla fine si attirò le inimicizie dei suoi compagni. Un giorno però gli capitò un episodio che lo fece tornare il monaco buono e umile di un tempo.

Giovanni conosce l’amore

Un giorno, mentre era affacciato alla sua finestra, Giovanni notò una bellissima fanciulla dalla carnagione bruna e dai capelli corvini, che raccoglieva erbe nei pressi del monastero. Il giovane monaco cadde in amore immediatamente. Giovanni voleva conoscere quella stupenda creatura e alla fine venne a sapere che si trattava di una contadinella proveniente da Sicignano degli Alburni. Anche la ragazza si innamorò di quel giovane dal carattere affabile e i due finirono per vedersi di nascosto e amarsi.

Possiamo solo immaginare quei dolci amplessi tra i due giovani appartati e protetti dalla selva, accasciati a terra sull’erba verde e gentile e con tutta la vita davanti. I sogni, le speranze per il futuro, l’amore (sia sacro che profano). Spesso il ragazzo, eludendo l’attenzione degli altri monaci, incontrava la sua amata nelle selve adiacenti il monastero, altre volte, Giovanni la conduceva con sé nei sotterranei dell’edificio religioso. Un amore puro, ma anche clandestino, peraltro consumato da una laica e da un religioso! Un rapporto proibito insomma… Il tutto con grande sorpresa dei confratelli di Giovanni che lo notarono molto più sereno, poiché partecipava volentieri alle preghiere e ai lavori in collettività. Solo uno di loro però si accorse che spesso il giovane monaco lasciava di nascosto la sua cella.

La scoperta

Una sera, Giovanni e la sua dolce amata si appartarono nei sotterranei del monastero. Il monaco che lo stava spiando scoprì tutto e riferì quanto visto ai suoi compagni. Ora, un po’ per l’effettiva trasgressione da parte di Giovanni, un po’ per l’invidia (alla fine pure loro erano uomini) accusarono la ragazza di stregoneria e che avesse sedotto il loro confratello con qualche sortilegio. Il priore ordinò che la fanciulla venisse interrogata, torturata e infine costretta a confessare il suo essere una maga. La poveretta fu destinata a una morte atroce: arsa viva su un rogo.

Giovanni, intanto, era stato rinchiuso nei sotterranei del monastero. Che strazio per il poveretto dover sentire impotente le urla della sua amata da lontano senza poter fare nulla per salvarla. “Addio mio amato Giovanni, la morte un giorno ci unirà, e continueremo a vivere il nostro sentimento nell’altro mondo”. Questi o simili dovevano essere i pensieri della ragazza, mentre le sue tenere carni venivano consumato dal fuoco purificatore. Anche dopo la morte della giovane, il priore obbligò Giovanni a rimanere rinchiuso nei sotterranei per pregare e chiedere perdono a Dio.

Il male liberato

Giovanni cambiò, non era più quello di prima. Il ragazzo dolce, gentile e sorridente di un tempo era morto spiritualmente. Era tornato il triste giovane dal volto vampirico, come si era presentato quella notte di burrasca alle porte del monastero. Ora i contorni della leggenda si fanno più oscuri. Secondo quanto è stato tramandato, il giovane monaco iniziò a non indossare più il saio dei suoi confratelli, sostituendolo con uno di colore nero. Partecipava alle preghiera in disparte, di notte camminava per i corridoi del monastero. Si siedeva sempre in solitudine. A volte gli altri monaci notavano un ghigno satanico sul suo volto. Spesso parlava da solo, pronunciando parole incomprensibili a bassa voce.

Il priore pensò che Giovanni fosse impazzito, ma la verità era un’altra. Il male assoluto era stato liberato: un’aura demoniaca iniziò a pervadere le mura del monastero, facendo deperire psicologicamente tutti i monaci. I confratelli, non capendo cosa stesse accadendo, si limitarono inizialmente a evitare Giovanni. Nessuno voleva più avere a che fare con lui, avevano paura. Era praticamente un’altra persona, uno sconosciuto. Presto fatti orrendi sarebbero accaduti in quell’edificio. Alcuni monaci scomparvero nel nulla e non furono più ritrovati.

Inizialmente si pensò alla fuga volontaria, eppure subito i sospetti iniziarono ad accentrarsi su Giovanni. Secondo le voci che iniziarono a girare nel monastero, il giovane monaco aveva fatto un patto col diavolo, offrendogli la propria anima in cambio della vendetta per la morte della sua amata. Quei sospetti divennero una convinzione quando oltre al prosieguo della sparizioni, si verificarono tragiche morti all’interno dell’edificio. Tutti i monaci che avevano partecipato al rogo della ragazza furono trovati senza vita: chi impalato, chi bruciato vivo, chi annegato in un pozzo.

Dopo la morte di tutti i monaci che avevano allestito il rogo, i loro confratelli pensarono che tutto fosse finito. Che illusione… Giovanni continuò a fare una carneficina di religiosi, finchè, tramite stratagemmi e piani machiavellici, riuscì a farsi nominare nuovo priore del monastero. I monaci rimasti, temendo per la loro vita, non poterono fare altro che scendere a patto con Lucifero e accettare la sua influenza maligna, che aveva ammorbato l’intera struttura. Lo Spirito Santo sembrava essersene andato, al suo posto l’ombra di Satana dominava il convento e chi vi abitava, usando come Giovanni come intermediario. Un’immagine degna del peggior film horror made in Hollywood.

L’aura maligna colpisce Sicignano degli Alburni

L’aura maligna si espanse anche al di fuori del monastero: chi osava avvicinarsi al convento scompariva o veniva trovato cadavere qualche giorno dopo. Tutti iniziarono quindi a evitare quel luogo in cui, per usare una frase di Bram Stoker in Dracula “il diavolo e i suoi figli camminano con piede umano”. Una notte, un nobile e la sua giovane sposa, mentre viaggiavano in carrozza, decisero di fermarsi a Sicignano e chiedere ospitalità per la notte proprio in quel monastero oramai maledetto. La mattina dopo, il cavallo scese a Sicignano ancora legato alla carrozza. Con loro grande sconcerto i cittadini sulla cassetta l’uomo con il cranio fracassato. La moglie era scomparsa e di lei non si seppe più nulla.

La fine di tutto

Alla fine, le autorità cittadine, stanche di quella situazione anomala, chiesero al re di fare opportune indagini nel monastero. Quando gli uomini del sovrano giunsero lì trovarono pochissimi frati sopravvissuti, mezzi morti di fame, i quali raccontarono come il loro priore avesse stretto un patto diabolico, uccidendo la maggior parte dei loro confratelli. Giovanni venne arrestato e non oppose resistenza. Su di lui il solito sorrisino maligno, che lo accompagnò anche durante la morte, avvenuta per impiccagione. Si dice che ancora oggi, tra le rovine del monastero, si possa scorgere talvolta una sagoma umana incappucciata, probabilmente lo spettro di Giovanni ancora lla ricerca di morte e vendetta…