Trend

Campi Flegrei, quante persone potrebbero morire in caso di eruzione?

Il recente sciame sismico ha riacceso i timori sul supervulcano. Analizziamo i dati dell'INGV, il piano di evacuazione e cosa potrebbe accadere nello scenario peggiore

article-post
Aggiungi QuotidianPost tra le tue fonti preferite su Google

Ogni volta che una forte scossa di terremoto interessa i Campi Flegrei, la stessa domanda torna al centro del dibattito pubblico: quante persone potrebbero morire se il supervulcano eruttasse?

È una domanda comprensibile, soprattutto dopo il terremoto di magnitudo 4.7 e il successivo sciame sismico che hanno riacceso la preoccupazione tra i residenti dell’area flegrea. Tuttavia, la risposta della comunità scientifica è molto diversa da quella che spesso circola sui social.

Secondo l’INGV e la Protezione Civile, oggi non esiste alcuna stima ufficiale sul numero delle possibili vittime, perché un’eventuale eruzione dipenderebbe da numerosi fattori impossibili da prevedere con precisione: il tipo di eruzione, la sua intensità, la durata, la direzione dei venti, l’area coinvolta e soprattutto il successo delle operazioni di evacuazione.

Perché non esiste una stima delle vittime

A differenza di un terremoto, un’eruzione vulcanica può essere preceduta da segnali che vengono monitorati costantemente. Tra questi vi sono l’aumento della sismicità, il sollevamento del suolo dovuto al bradisismo, le variazioni nella composizione dei gas e altri parametri geofisici.

L’intero sistema di monitoraggio dell’INGV è stato progettato proprio per individuare tempestivamente eventuali cambiamenti significativi e consentire alla Protezione Civile di attivare il Piano nazionale di emergenza.

Quante persone vivono nelle aree a rischio

Il Piano nazionale individua una zona rossa, cioè l’area maggiormente esposta agli effetti più pericolosi di un’eventuale eruzione.

In questa zona vivono circa 500.000 persone, che rappresentano la popolazione da evacuare preventivamente in caso di innalzamento del livello di allerta.

Esiste poi una zona gialla, che comprende oltre 800.000 residenti. In quest’area il rischio principale non è rappresentato dai flussi piroclastici, bensì dalla possibile ricaduta di grandi quantità di ceneri vulcaniche, con effetti sugli edifici, sulla viabilità, sulle infrastrutture e sui servizi essenziali.

Lo scenario peggiore: cosa accadrebbe se l’evacuazione fallisse

Nella zona rossa vivono circa 500.000 persone, considerate quelle maggiormente esposte agli effetti più pericolosi di un’eventuale eruzione, come i flussi piroclastici, caratterizzati da temperature elevatissime e velocità tali da rendere estremamente difficile la sopravvivenza nelle aree direttamente interessate. A queste si aggiungono oltre 800.000 residenti della zona gialla, dove il rischio principale riguarda la ricaduta di ceneri vulcaniche.

Se l’evacuazione dovesse risultare incompleta e si verificasse uno degli scenari eruttivi più gravi presi in considerazione nei piani di emergenza, le conseguenze potrebbero essere estremamente gravi. Tuttavia, nessuna istituzione scientifica ha mai stimato il numero delle possibili vittime, perché dipenderebbe da fattori impossibili da conoscere oggi: l’intensità dell’eruzione, l’area realmente coinvolta, le condizioni meteorologiche e la rapidità con cui la popolazione riuscirebbe a mettersi in salvo.

Il paragone con Pompei

Quando si parla dei Campi Flegrei, il paragone più frequente è quello con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che distrusse Pompei, Ercolano e altri centri dell’epoca.

Si tratta però di un confronto che va interpretato con cautela. Oggi il territorio è profondamente diverso: esistono strumenti di monitoraggio in tempo reale, reti sismiche, sistemi GPS, immagini satellitari e un Piano nazionale di Protezione Civile studiato proprio per evacuare preventivamente la popolazione.

Per questo motivo gli esperti sottolineano che la tragedia di Pompei non può essere utilizzata per prevedere cosa accadrebbe oggi ai Campi Flegrei.

I terremoti significano che l’eruzione è vicina?

No. Secondo l’INGV, i terremoti registrati negli ultimi mesi sono collegati principalmente al fenomeno del bradisismo, cioè il lento sollevamento del suolo provocato dalla pressione dei fluidi presenti nel sottosuolo.

Le scosse rappresentano la risposta delle rocce a queste deformazioni, ma non costituiscono, da sole, la prova di un’eruzione imminente. Per parlare di un reale aumento del rischio eruttivo dovrebbero comparire contemporaneamente diversi segnali, valutati costantemente dagli specialisti.

Una delle aree più monitorate al mondo

I Campi Flegrei sono tra i sistemi vulcanici più controllati del pianeta. L’INGV monitora senza interruzioni terremoti, deformazioni del terreno, emissioni di gas e altri parametri fondamentali.

Ogni variazione significativa viene analizzata e comunicata alle autorità competenti, che possono aggiornare le misure di protezione della popolazione.

Potrebbe interessarti anche