Economia

Smart working è bello: gli italiani promuovono il lavoro a distanza

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È la modalità lavorativa esplosa con la pandemia: parliamo ovviamente dello smart working, la traduzione maccheronica dell’espressione “lavoro agile” contenuta nella legge n. 81 del 22 maggio 2017, la normativa che regola l’articolazione flessibile del lavoro. 

In realtà “smart working” è uno pseudoanglicismo, vale a dire quel fenomeno linguistico in base al quale si diffondono nella lingua scritta e parlata espressioni finte, che non hanno una vera origine nell’inglese. Insomma, sono quelle parole dall’aspetto inglese entrate nell’uso comune, ma che non si trovano nel vocabolario della lingua inglese e tanto meno vengono usate dai native english speakers.

Oltre a smart working, un esempio recente di pseudoanglicismo è “green pass”, come ha ricordato in una intervista a Adnkronos il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini.

Comunque sia, senza indugiare troppo nelle sottigliezze dei puristi della lingua, il successo di questa espressione è sintomatico della grande diffusione del lavoro da remoto. Lo testimoniano i dati dello studio «Il lavoro da remoto: le modalità attuative, gli strumenti e il punto di vista dei lavoratori» appena pubblicato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche (Inapp). Una ricerca che ha coinvolto  un campione di oltre 45mila intervistati (dai 18 ai 74 anni) nel periodo marzo-luglio 2021.

Scopriamo così che quasi un lavoratore italiano su 3 opera in modalità smart working e il 60,8% di chi lavora da casa lo fa almeno per tre giorni alla settimana. Nel 2021 il 32,5% dei lavoratori ha operato a distanza; il 39,7% dei lavoratori della pubblica amministrazione e il 30,8 tra i privati.

Più della metà degli smart workers si dice soddisfatto di questa esperienza. Nel periodo analizzato dal report dell’Inapp sono stati 7,2 milioni i lavoratori impegnati a distanza almeno un giorno a settimana e la maggioranza di loro (il 54,7%) valuta positivamente questa nuova modalità lavorativa.

Se guardiamo ai numeri, la quantità dei lavoratori a distanza è triplicata rispetto al periodo pre-pandemico quando a lavorare in smart working anche occasionalmente erano poco meno di 2,5 milioni di occupati (pari all’11% del totale).

Nei primi mesi della crisi sanitaria il numero dei lavoratori in smart working è addirittura arrivato a 9 milioni. Per il 2021 la stima dell’Inapp è di oltre 7 milioni di lavoratori smart suddivisi equamente tra uomini e donne.

La maggioranza degli intervistati (54,7%), secondo l’indagine, mostra di gradire lo smart working, con differenze minime tra i sessi: il 55,1% degli uomini dà un giudizio positivo contro il 54,3% delle donne. Non mancano però le criticità: il 63,9% pensa ad esempio che lavorare da casa produca solitudine e isolamento e circa il 60% ritiene che il lavoro a distanza non sia di aiuto nei rapporti tra colleghi. Il 60% degli intervistati invece mette l’accento sull’aumento dei costi delle utenze domestiche.

Un altro aspetto critico è legato alla connessione continua: il rischio di non poter decidere quando staccare è più sentito nel pubblico dove solo il 50,1% dei lavoratori dichiara di poter scegliere in autonomia quando disconnettersi, contro il 65% dei lavoratori privati. Meno problematica la possibilità di fare brevi pause (il 78,2% non segnala problemi al riguardo), ma quasi la metà dei lavoratori afferma di potersi disconnettere solo per fare la pausa pranzo.

Questo per gli aspetti critici. Tra quelli positivi invece vengono menzionati (dal 66,5% degli intervistati) la libertà di organizzare il lavoro e la possibilità di gestire gli impegni familiari (68,9%). C’è anche chi – almeno un lavoratore su cinque – sarebbe disposto ad accettare una riduzione dello stipendio pur di poter continuare a lavorare da casa, segno che, commenta Inapp, “un ipotetico miglioramento nella qualità della vita presenta un valore economico immediatamente scontabile”.

C’è un futuro per il lavoro a distanza? Il 46% dei lavoratori vorrebbe proseguire con lo smart working almeno un giorno e quasi uno su quattro per tre o più giorni a settimana. Alcuni intervistati auspicano poi una svolta “verde” o quantomeno lontano dai grandi centri abitati. Una volta finita l’emergenza sanitaria un terzo degli intervistati dichiara di volersi trasferire in un piccolo centro mentre quattro su dieci vorrebbero spostarsi in una località isolata, nella gran parte dei casi in luoghi di vita e di lavoro a più stretto contatto con la natura.

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