I supereroi al cinema: Spider-man

I fumetti dominano il mercato cinematografico in modo continuativo da più di un decennio ormai. Tutto iniziò con gli X-Men di Bryan Singer nel lontano 2000, ma credo che in molti saranno d’accordo con me nell’affermare che il cosiddetto boom commerciale, che ha spianato la strada nel portare i supereroi di cartone sul grande schermo, é stato lo Spider-man di Sam Raimi del 2002. Fino ad allora il più grande incasso di tutti i tempi nel genere. In seguito ripetuto e superato da molti altri cine-comic che hanno mantenuto una formula ormai consolidata.

L’uomo ragno,inventato da Stan Lee (genio della Marvel inventore di quasi tutti i personaggi che hanno reso famosa la Casa delle Idee) é uno dei fumetti più tormentati e per questo amati dal pubblico di tutte le età, capostipite morale di tutta la schiera dei “supereroi con super problemi”.

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Il film del 2002 oltre ad aver apportato innovazioni sotto l’aspetto tecnico ha anche reso tutti coscienti che una buona storia ti incolla allo schermo, persino se riguarda uno in calzamaglia che spara ragnatele da un palazzo all’altro. La forza della pellicola del regista de La Casa stava proprio in questo, nell’aver inquadrato e ben rappresentato il fulcro delle vicende di Peter Parker, cioè la sua inquietudine interiore e la sua storia d’amore con una ragazza. Senza facili sentimentalismi, è l’amore il legante che più di ogni altra tematica tiene insieme i pezzi di una storia e appassiona chi la sta seguendo con gli occhi, con la testa e col cuore.

Il film di Raimi per molti ha significato la cancellazione di determinati pregiudizi inerenti la visione di un film. Persone che pur apprezzando i fumetti erano scettiche sulle trasposizioni cinematografiche e ritenevano il genere fantastico niente di più che un insieme di belle immagini, troppo frivolo per avere contenuti psicologici profondi che riscuotano interesse. Gente che dopo aver seguito le vicende di Peter (Tobey Maguire rivelatosi perfetto nel ruolo) diviso tra l’amore per i suoi cari tra cui Mary Jane Watson (Kirsten Dunst) si é accorta che tutto il resto, l’azione, gli effetti speciali, gli svolazzamenti con annessi combattimenti per aria, altro non erano che elementi di contorno (ottimamente costruiti) che costituivano solo la fremente attesa dello spettatore di vedere il prossimo incontro tra l’eroe e la sua bella. Incredibile ma vero, che in un film del genere le sequenze di dialogo, quelle in cui i personaggi semplicemente passeggiano per Manhattan, suscitino quasi la medesima tensione emotiva normalmente prodotta da immagini d’impatto come quelle in cui l’eroe affronta la sua nemesi (Green Goblin/Willem Defoe) tra i grattacieli di New York.
Ecco il potere di una bella storia ben raccontata da un sostenitore non solo del genere ma del personaggio stesso. Traspare infatti in tutto il film la passione di Sam Raimi per Spider-man, si rende evidente da ciò che il regista sceglie di farci vedere e sentire.
Lo stesso peso e spazio viene dato sia allo studente secchione del Queens che al suo alter ego col costume rosso e blu. Il concetto che sta alla base della genesi dell’uomo ragno viene largamente affrontato da Raimi ed approfondito poi nel secondo capitolo della saga, ancor più efficace del primo.

Ma facciamo un breve ripasso della trama, anche se la conosciamo tutti.
Peter Parker é uno studente geniale quanto imbranato, orfano di entrambi i genitori che vive con gli zii. Segretamente innamorato della sua vicina di casa ma incapace di dichiararsi. Durante una dimostrazione di scienze viene punto da un ragno geneticamente modificato (radioattivo nel fumetto originale). Quel giorno stesso Peter subisce un cambiamento fisico radicale, rendendosi conto di possedere strabilianti poteri.
A questo punto il ragazzo, come farebbe la maggior parte degli adolescenti derisi e ignorati dai propri coetanei, si lascia prendere la mano da queste capacità utilizzandole per scopi non propriamente saggi. É proprio questo suo comportamento che porterà alla morte del suo caro zio Ben per mano di un rapinatore.
A quel punto nasce Spider-man, un supereroe certo ma soprattutto una persona nuova dalla precedente. Una persona che viene costretta dagli eventi a maturare un senso di colpa che lo accompagnerà per sempre, e che lo convincerà a spendere le proprie capacità per aiutare gli altri. Egli nel perseguire il più grande insegnamento lasciatogli dallo zio (“da un grande potere derivano grandi responsabilità”) condurrà una doppia vita nel segno del bene, ormai consapevole che chiunque abbia la possibilità di compiere determinate azioni, ha il dovere di farlo.
Il significato insito in questa storia é la nascita del bene partendo da un enorme dolore. Un supereroe così umano da sbagliare per poi redimersi giorno per giorno, facendo ciò che si era rifiutato di fare per salvare l’unica figura paterna rimastagli. L’importanza nella vita di ognuno di noi delle scelte che si compiono e che ci definiscono come essere umano, come dice lo zio Ben a Peter: “sei nell’età in cui una persona cambia e si trasforma nell’uomo che sarà per tutta la vita…ma devi stare attento a quello che diventi”.

In tanti potrebbero criticare lo stile pop della pellicola di Raimi, a favore invece della nuova saga avviata da Marc Webb, che cerca di riproporre (come molti) l’eccellente lavoro di Christopher Nolan sul Batman della DC comics. Personalmente la nuova trilogia sull’Uomo ragno, di cui é imminente il secondo capitolo, costituisce un passo indietro rispetto al lavoro di Raimi per ciò che riguarda il mordente che appassiona alla storia. Non c’é alcun dubbio sull’evoluzione visiva e tecnica, ma la sceneggiatura ha risentito del peso, più commerciale che artistico, di dover rinnovare una storia già perfetta, variando quelli che erano i parametri e gli equilibri raggiunti nella trasposizione da fumetto a pellicola.
Tuttavia, pur restando fortemente affezionato alla prima saga, da buon appassionato di cine-comics non si spegne in me l’entusiasmo nell’attesa di un nuovo capitolo delle avventure de “il nostro amichevole Spider-man di quartiere”.

 

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