Un ricordo di Mirella Freni, icona della lirica

Domenica 9 febbraio è mancata una delle più grandi interpreti dell'opera lirica. Le tappe principali della sua irripetibile carriera

È morta Mirella Freni, una delle più grandi cantanti di tutto il ‘900. Il prossimo 27 febbraio, Mirella Freni avrebbe compiuto 85 anni, dei quali 60 spesi a cantare. In tempi recenti, una malattia subdola l’aveva sottratta al suo ultimo impegno con la musica: quello d’insegnare ai giovani cantanti la sua arte. Non desiderava più incontrare la stampa e annunciò pubblicamente che, per gli anni futuri, si sarebbe dedicata solo ai nipotini e alla famiglia: il punto fermo della sua vita insieme all’opera lirica. L’ha sempre detto: «A me piace fare i lavori di casa e sono riuscita a conciliare tutto…». In un’intervista, svelò la semplicità straordinaria del suo animo: «Se interpretavo un’opera, ero un personaggio. E lo facevo con gioia. Ma alla fine tornavo “la Mirella”. Mi è sempre piaciuto il contatto con le persone, con la famiglia. Mi avrebbero fatto ponti d’oro, perché mi trasferissi all’estero, e invece sono sempre tornata a Modena, a casa mia, a cucinare e rifare i letti. E ci sto benissimo!».

Un destino segnato

Per chi crede nel destino, Mirella Freni ebbe la vita segnata fin dal principio. I genitori erano entrambi appassionati di opera lirica e si recarono a teatro nonostante la madre fosse oramai agli ultimi giorni prima del parto. Appena conclusa la recita, tornarono a casa di gran carriera: si erano rotte le acque. Pochi minuti evitarono a Mirella d’essere scodellata su una delle panche della piccionaia.

Gli inizi

La sua carriera iniziò appena conclusa la guerra, come “voce bianca” e a 10 anni, partecipando ad un concorso RAI per la radio e cantando “Un bel dì vedremo” dall’opera “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini. A 19 anni debuttò a Modena nella “Carmen” di Bizet e vestendo i panni di Micaela (nome che darà a sua figlia), ma per approdare al tempio della musica, a Milano, dovette aspettare una coincidenza fortunata, che così raccontò: «Nel ‘62, la Scotto doveva interpretare Nannetta del “Fastaff”, ma si ammalò e fui io a sostituirla. La Scala… Arrivarci a 24 anni, da ragazza, fu come entrare in Paradiso! Già da piccola ascoltavo l’opera in casa con la nonna. Lei era molto appassionata, aveva dei dischi di Gigli, mi portava a teatro e mi raccontava di una sua cugina illustre, Virginia Bortolamasi, una grande voce lirica. Insomma, avevo cinque anni e già dicevo che avrei fatto la cantante d’opera. Mio padre pensava fossi matta!»

L’incontro con la Callas

In quello stesso anno, la regina incontrastata della Scala e di tutti i più prestigiosi palcoscenici era Maria Callas, e qualcuno ipotizzò che presto sarebbe sorta una rivalità tra lei e l’astro nascente, ma ciò non avvenne. Così Mirella Freni ricordò il suo rapporto con la “Divina”: «Io sono incapace di litigare e con Maria eravamo amiche. Amiche vere. Per Bohème venne in camerino. “Cocca sei stata straordinaria”, disse e mi fece piangere dalla commozione. Mi sarei messa in ginocchio per lei. Ricordo d’averla sentita la prima volta a Londra, in un concerto alla Royal Festival Hall diretta da Prêtre. Un concerto bellissimo, uno però dei suoi ultimi. Tutto era stato stupendo, ma solo nella cabaletta della “Casta diva” un “do” era risultato meno felice del previsto. Io ero talmente entusiasta, che quando ebbi modo d’incontrarla nel suo camerino glielo dissi col cuore, con un tale trasporto che lei quasi stupita mi chiese: “Ma cara, tu non mi hai mai sentito?” Ed io: “È la prima volta, signora”. E lei: “Ah, ma dovevi sentirmi prima, allora!”. Improvvisamente, però, divenne seria e fissandomi diritto negli occhi mi chiese: “E quel do?” Mi sentii gelare, perché non potevo permettermi certo io di fare un’osservazione alla grande Callas. D’altronde, non essendo nemmeno tipo da dire una cosa per un’altra, risposi: “Beh, era un po’ scivolato, ma non me ne importa niente, perché tutto il resto era splendido!” Lei mi abbracciò e m’invitò ad una cena al Savoy.»

Il rimorso

Erano amiche, quindi, ma Mirella ebbe sempre un grande rimorso nei confronti della Callas, che l’accompagnò per tutta la vita. «Maria morì nel ‘77. Lei era arrivata a Parigi il giorno in cui avevo appena finito un impegno e stavo partendo. Mi chiese di andare da lei, voleva parlarmi, ma io le risposi: “Maria ho già i bagagli pronti… Mi aspettano a casa…”. Non l’ho più vista e sono stata così male. Forse voleva sfogarsi… Era per me una sorella maggiore.»

L’incontro con Herbert von Karajan

Un altro momento della sua lunga carriera, che ricordava sempre con tenerezza, era quello legato alla Bohéme: «A 26 anni mi sono trovata alla Scala per Bohème con la regia di Zeffirelli e davanti a von Karajan…. Mi portò in camerino per sentirmi. Una fifa boia! Sedendosi al piano mi disse di cantare l’ultimo atto. Pensai: “Ah sì? Vuoi vedere se sono un’artista e non solo una cantante? Servito!” Dopo un po’ lui, che faceva sempre tutto a scatti, si alzò e disse “andiamo”. Io feci l’ingenua: “E dove?”. “In palcoscenico”, rispose. E diventai Mimì.»

Le due stelle dell’opera lirica

Modena è forse l’unica città al mondo che ha dato i natali a due stelle della lirica nello stesso tempo e così Mirella raccontava il suo stretto legame con Luciano Pavarotti: «Avevamo tutto in comune: la balia, l’anno di nascita, la città, il lavoro delle mamme, operaie, anzi “paltadore”, nella stessa Manifattura Tabacchi… L’ho sempre chiamato “Nano” e lui, naturalmente, mi chiamava “Nana”. Abbiamo passato la vita così, a prenderci in giro l’uno con l’altro. L’unico momento in cui si smetteva di scherzare era quando salivamo sul palcoscenico. La prima volta che abbiamo cantato insieme è stato a Modena. Facevo Micaela dalla “Carmen” al Comunale. Nel coro c’erano sia lui che suo padre. Naturalmente, ci conoscevamo già benissimo!»

Una voce irripetibile

Mirella Freni aveva una voce irripetibile, capace di rendere vivo e palpitante qualsiasi personaggio. Il suo era solo uno straordinario dono della natura? A questa domanda, Mirella rispose così in una intervista. «Più che altro una qualità naturale, per quanto è noto che la natura va sempre aiutata, come infatti io stessa mi accorsi dopo qualche anno di carriera, visto che, affidandomi troppo alla mia facilità vocale, avevo perso un po’ la strada giusta, incappando nelle prime difficoltà. Perciò decisi di intensificare lo studio della tecnica personalmente, in modo da capire sino in fondo le caratteristiche del mio strumento. Tutt’ora studio e devo dire che questo lavoro mi affascina immensamente.»

La sua cura della vocalità

Quindi, un grandissimo talento vocale che è stato plasmato e raffinato dalla tecnica in alcune sfaccettature. Quali? Fu la stessa Freni a rivelarlo. «Il controllo sul “motore” lo faccio un po’ dappertutto, ma più che altro inizialmente ho dovuto lavorare sul registro medio-grave, che è dopotutto quello che richiede anche una naturale maturazione con l’età. Per i soprani, ma anche per i mezzosoprani, questo è poi il punto più pericoloso, perché forzandolo si può rischiare di danneggiare irrimediabilmente la voce. Nel mio caso l’ho controllato, l’ho guidato, ma senza esasperarlo mai.»

Il repertorio

Una delle difficoltà che incontra il giovane cantante è quello d’individuare il giusto repertorio, quello adatto alla propria voce, alla personale sensibilità. Così Mirella Freni raccontò secondo quali criteri aveva scelto il suo. «Inizialmente ho cantato molte cose del Sei/Settecento, ma di massima sono sempre rimasta nei confini del soprano lirico, anche perché mi sembrava di rispondere a questi requisiti ancor più che per la voce per il fraseggio e per la linea di canto, dalle arcate lunghe e legate. Un “lirico” deve possedere soprattutto queste caratteristiche ancor prima della bella voce, dato che al suo arco non sono richiesti né il virtuosismo del soprano leggero né la potenza di quello drammatico. Il suo dev’essere “belcanto naturale”, soprattutto nei passaggi medio-acuti. Io ho creduto perciò di essere un “lirico puro”, tanto che ho sempre preferito rimanere un passo o due indietro ai miei limiti effettivi piuttosto, che farne uno troppo avanti. Inizialmente anche certi ruoli che sconfinavano verso il “leggero-coloratura” li ho tenuti in repertorio cantandoli con una voce da “lirico”, ma non mi sono voluta spingere più in là, perché non mi sono mai considerata una grande specialista del repertorio virtuosistico, nel quale so di non raggiungere i miei risultati migliori. Ho sempre cercato di essere onesta con le mie possibilità e non ho mai voluto contraddire perciò le mie caratteristiche naturali. I casi dei “Puritani” e della “Figlia del reggimento” non costituiscono un’eccezione, perché in queste opere la coloratura è abbastanza particolare, più espressiva che spettacolare. Quando invece la coloratura è propriamente virtuosistica, allora non mi trovo più nelle mie corde: posso eseguirla, ma meccanicamente e senza convinzione. Dopotutto le specialiste per questo repertorio ci sono ed è giusto perciò che io mi orienti invece a sviluppare quelle qualità che sento più consone alla mia vocalità e al mio temperamento.»

I ruoli preferiti

Anche da questa risposta traspare evidente la donna emiliana, con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, modesta, in un mondo caratterizzato dal divismo anche ingiustificato. Non vuole strafare e si “accontenta” d’interpretare solo i ruoli a lei più congeniali. Ma quali erano i preferiti? Negli ultimi anni della sua lunga e luminosa carriera, questi furono i personaggi che indicava. «Ci sono ruoli che amo moltissimo, altri che alla lunga possono avermi annoiato. Uno che ho riscoperto è stato ad esempio Liù dalla “Turandot”, che ho riaffrontato dopo una quindicina d’anni in cui i teatri non me la chiedevano più, preferendo utilizzarmi per ruoli più impegnativi e lasciandola così a cantanti più giovani, che giustamente dovrebbero iniziare la carriera con parti di questo tipo e non con altre troppo rischiose, com’è ormai d’abitudine. Le opere che adoro si identificano naturalmente con le ultime conquiste, anche perché non avrei mai immaginato di poterle cantare, come è stato ad esempio per l’Oneghin, il Don Carlo, l’Aida, l’Adriana, la Manon.»

La preparazione di Aida

E questi nuovi ruoli erano da lei affrontati sempre con grandissima serietà e prudenza. Così disse per Aida. «Per Aida ho voluto quattro anni di tempo per verificare che questo ruolo non mi compromettesse vocalmente. Per fortuna ho visto che problemi non ce ne sono stati, anzi devo dire che quando rientro nel mio repertorio classico, dopo aver affrontato questi ruoli pesanti, mi trovo molto più a mio agio di prima. È stato un aiuto per cantare meglio e con più sicurezza quello che facevo inizialmente.»

Mimì e Susanna

Ognuno di noi collega Mirella Freni all’interpretazione di Mimì nell’esecuzione alla Scala con Herbert von Karajan. Ma quale ruolo le piaceva cantare? Lo rivelò in una intervista, sorprendendo tutti. «Mozart e le “Nozze di Figaro”. Amo Susanna e, finché posso cantarla, rimane uno dei personaggi che preferisco, perché mi diverte troppo e diversifica un po’ la gravità di tanti ruoli seri. A Karajan devo il coraggio di aver osato certi ruoli in un primo tempo impensabili per la mia voce, che ora costituiscono gran parte del mio repertorio. La mia attenzione sta nell’alternarli con il dovuto periodo di riposo, in modo da non “strappare” le mie corde vocali. Amo troppo il mio strumento ed ho un tale rispetto per la voce umana in generale che non potrei proprio pensarla diversamente.»

L’incontro con Luchino Visconti

Interessante fu il suo rapporto con i registi, in una stagione irripetibile per personalità che hanno segnato la storia del teatro. «Devo ringraziare molta gente per avere intuito alcuni lati della mia personalità appena accennati, che grazie a loro sono emersi. Registi come Visconti, Barrault, Zeffirelli, Ponnelle, Strehler sono di lezione per tutta la vita! Ricordo con grande piacere il primo incontro con Visconti, per la Traviata al Covent Garden. Evidentemente Luchino si era fatto l’idea che io fossi una donna altissima e di conseguenza aveva preparato tutto il mobilio scenico di una certa dimensione. Quando mi vide, trasalì: “Figlia mia, sei tutta lì?”. Io ribattei: “Guarda Luchino che tu sei abituato alla Callas, ma io non ho niente a che vedere con lei!”. Quindi fu necessario tutto un lavoro di ridimensionamento, segando le gambe delle sedie e abbassando lo specchio sopra il camino, perché rischiavo davvero di entrarci dentro. Luchino, che era a conoscenza della mia esperienza scaligera in Traviata, mi fu vicino come un fratello o un padre, perché sentiva che alle prove tutto andava benissimo, ma che di fronte al pubblico l’emozione avrebbe potuto giocarmi un brutto tiro. Insieme a Giulini mi fu psicologicamente di grande aiuto. Alla prima stava su uno sgabello tra le quinte e ricordo quando superato il “Sempre libera” con quei fatidici “Re bemolle” che mi vennero facili (e pensare che non avevo mai avuto problemi sugli acuti, anzi ero lunghissima!), scattò per la gioia con un gesto goliardico, indirizzato idealmente ai fischiatori scaligeri. Ci fu un’ovazione incredibile, dopo di che io cedetti per l’emozione e mi trovai a piangere tra le sue braccia, mentre lui raggiante continuava a ripetermi “Hai visto? Te l’avevo detto! Alla faccia di tutti quanti, che vadano a quel paese!”. In effetti fu una grande rivincita, anche perché le critiche furono ottime. Una serata indimenticabile!»

Il suo professionismo

Infine, è giusto ricordare cos’era il “professionismo” per Mirella Freni, così che questo suo insegnamento resti indelebile nel cuore e nella mente dei tanti giovani cantanti che ha seguito negli ultimi anni della sua vita straordinaria. «La serietà professionale non si deve avere solo sul palcoscenico ma anche fuori. Come per gli atleti, è infatti necessario, anche se noioso, riposarsi la sera prima della recita ed evitare gli inviti, per rispetto del tuo strumento, del tuo lavoro e di chi lavora con te. Quando si è in vacanza è tutto un altro discorso, è allora che nel mio caso esce fuori l’altra Mirella. Non credo che sia inevitabile smontare da un aereo all’altro: io non l’ho mai fatto e penso ugualmente di aver realizzato una carriera importante grazie a questa mia scelta. Non credo nemmeno che questa sia dipesa dalla fortuna, anche perché la fortuna, quando ti capita, è per poco e non per un’intera vita. Personalmente non mi costa rinunciare a proposte allettanti, come quelle che recentemente mi hanno fatto per inaugurare una stagione sotto il periodo natalizio. Io il Natale l’ho sempre passato con mia figlia e mai rinuncerei a questo per un contratto interessante. È solo un fatto di scelte.»

La contestazione per “La traviata”

Luciano Pavarotti e Mirella Freni erano, insieme a Leone Magiera, un trio d’amici che s’aiutavano sempre. Il 7 dicembre del 1964, Karajan la vuole protagonista de “La traviata”: lo spettacolo è di Zeffirelli ed è la prima volta che la Scala tenta di riproporre il titolo, dopo l’edizione che aveva visto protagonista Maria Callas. Per la prima volta l’idillio con il pubblico s’incrina: lo spettacolo regge sole tre recite e per la terza, la Freni è sostituita da Anna Moffo. Ma l’amico Luciano interviene in soccorso.
«Nei giorni seguenti – ricordava Mirella – ero come tramortita, sotto choc: vivevo chiusa in albergo, con i giornalisti che mi davano la caccia appena mettevo fuori il naso. Lui venne a trovarmi, vide in che stato ero e mi disse: “Nana, fai la valigia, ti porto a casa”. Due ore dopo ero a Modena.»

Pavarotti, l’irruente

L’aiuto era reciproco e Mirella Freni riferiva sempre un episodio, che testimoniava l’irruenza di Pavarotti: «Eravamo a Bologna, nel ‘74 e al termine della prova generale della “Favorita”, Luciano, furibondo con il direttore d’orchestra, si mise ad urlare: “Mi ha fatto sbagliare!”. Cercò di buttar giù la porta del camerino, dove il maestro si era barricato. Era una furia. E mi preoccupai, perché il direttore era un omino piccino e Luciano una specie di colosso. Allora mi misi davanti alla porta a braccia aperte e lo bloccai. E la rissa fu evitata.»

La determinazione di Karajan

In quegli anni, il divo del podio direttoriale era sicuramente Herbert von Karajan e Mirella Freni aveva con lui un rapporto di grandissima stima.
«Dopo la Bohème scaligera, Karajan mi propose la “Carmen”, insieme alla Bumbry e a Vickers. Io ero già impegnata, ma il Maestro mi risposte tranquillamente: “Non ti preoccupare! Mi basta che tu arrivi per la generale”. Io arrivai all’antigenerale e lui mi prese senza alcun problema. Evidentemente sapeva di andare sul sicuro, perché in recita ricordo che, durante la mia aria, smetteva di dirigere, facendo segno all’orchestra di seguirmi. E mentre io, con gli occhi fuori dalle orbite, morivo per la paura di trovarmi tutta d’un tratto abbandonata a me stessa, lui stava fermo ad ascoltarmi e aspettava la fine dell’aria per applaudirmi. Ero con lui anche per la famosa “Bohème” a Vienna, quando avvenne la sua rottura con la Staatsoper. Tutto nacque dal fatto che Karajan pretendeva un suggeritore italiano, ma i sindacati non erano assolutamente d’accordo, tanto che arrivarono ad un’azione di forza, minacciando di entrare in sciopero poco prima dell’inizio dell’opera. Il Maestro non fece una piega, ma costrinse il rappresentante dei sindacati a seguirlo in palcoscenico, perché motivasse questa decisione al pubblico, tra il quale c’era anche il Presidente della Repubblica. A quel punto, Karajan chiese a noi cantanti se ce la saremmo sentita di cantare senza suggeritore e così fu, ma dopo quella recita lui se ne andò per sempre da Vienna.»

Gli ultimi ruoli

Il suo ultimo ruolo fu quello di Giovanna ne “La pulzella d’Orleans” di Pëtr Il’ič Čajkovskij con il quale chiuse la carriera a Washington nel 2005. Poi, come ho già scritto, negli ultimi anni Mirella Freni si dedicò all’insegnamento e questi erano i suoi consigli principali: «Ai ragazzi dico sempre di non urlare. Molti hanno una bella voce, ma non sanno come usarla. Pensano che serva solo per fare acuti. Così, in alcuni casi, sono stata molto severa. È per il loro bene… Sulla professione, poi, le prospettive per il futuro sono più difficili al giorno d’oggi che ai miei tempi; era dura anche allora, e questa non è una carriera facile, ma oggi mancano molti maestri… Lo studio della tecnica è passata in second’ordine e c’è una fretta dannata per bruciare le tappe.»

L’insegnamento

Con gli studenti di “Modena Città del Belcanto” concludeva sempre il ciclo di lezioni in questo modo: «Coraggio ragazzi. Mettetecela tutta! Dovete studiare, studiare e ancora studiare. Poi si vedrà. Non avvilitevi mai. Può succedere che si spera, poi qualcosa va di traverso, ti tagliano le gambe, salta avanti qualcuno… A me l’hanno fatto molte volte… In questi casi, ricordatevi sempre le parole della romanza “Nessun dorma” dalla “Turandot” di Puccini: Vincerò, vincerò!»
In questo modo tutti noi dobbiamo ricordarla: una donna semplice e tenace, umile e generosa; un’artista straordinaria, come solo le persone veramente grandi sanno essere, testimoni di un glorioso passato per l’opera lirica, che difficilmente potrà ripetersi. Una perdita incolmabile come quella di Luciano, ma abbiamo l’obbligo di andare avanti e non disperdere il loro insegnamento artistico e di vita. “Coraggio ragazzi. Mettetecela tutta! Ora tocca a voi.”

Massimo Carpegna