Salute
Variante inglese: è più dannosa?

Solo qualche giorno fa, il ministro Boris Johnson aveva fatto sapere di una ipotetica maggiore letalità del virus inglese, poiché, riferiva: “sembra essersi innalzato il tasso di mortalità“. Tuttavia, non esistono evidenze scientifiche in merito.
AGi è andata a intervistare un esperto microbiologo, Antonio Mastino, per fare chiarezza sul punto.
Il microbiologo associato all’Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift) e già docente di Microbiologia presso l’Università di Messina, ha spiegato che “le varianti e le mutazioni di SARS-CoV-2 attualmente in circolazione da un lato rappresentano una fonte di preoccupazione per via della più elevata capacità di trasmettersi tra gli individui, ma dall’altro dobbiamo ricordarci che la mutazione è un processo naturale degli agenti patogeni e che, sulla base delle conoscenze attuali, nessuna di queste varianti sembra amplificare la patogenicità del virus”.
Il fattore più allarmante, invece, per quanto ne sappiamo ad ora, riguarderebbe solo la possibilità di trasmissione. “Il pericolo è legato al fatto che se il virus raggiunge più persone aumentano le probabilità che raggiunga gli individui più vulnerabili, ma la variante in sé non rappresenta un motivo di preoccupazione più elevato a livello di patogenicità. Non abbiamo dati che supportino l’idea che le varianti inglese, brasiliana o sudafricana siano più dannose per chi le contrae. È importante, però” ha proseguito “proseguire gli studi e prendere tutte le precauzioni possibili, anche perché la maggiore efficienza di penetrare nell’organismo può far sì che l’infezione si trasmetta anche in soggetti precedentemente meno vulnerabili, come i bambini e i più giovani, cosa che stiamo osservando nell’ambito di questi nuovi ceppi”.









