Venere in pelliccia di Roman Polanski

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Roman Polanski è un regista controverso. Guardando oltre i guai nella sua vita privata, si può vedere un maestro che ha creato pellicole indimenticabili. La sua inquietudine traspare nelle sue opere e produce lavori di grande prestigio. Sempre attento alla perfezione formale, ha portato sullo schermo personaggi degradati, nascosti da apparenze patinate.

Dal lontano Rosemary’s Baby (1968), in cui l’ambiguità e la paura la fanno da padroni, di acqua sotto i ponti ne è passata, ma il regista non ha perso la sua bravura.

Il suo Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure) del 2013, interpretato dalla moglie Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric colpisce sotto molti aspetti. Il film è ispirato all’omonimo romanzo sul tema del masochismo, scritto da Leopold von Sacher-Masoch nel 1870, anche se ciò che vediamo è un adattamento di uno spettacolo di David Ives.

La trama scorge i protagonisti intenti ad allestire una pièce che tratterà le tematiche scabrose del volume. Tutta la vicenda si svolge in teatro. Un’attrice strampalata cerca di convincere il regista ad assegnarle la parte della star. Dopo un primo approccio in cui non sembra per niente adatta, le parole s’impossessano di lei e l’interpretazione è stupefacente.

Come nel precedente lavoro Carnage (2011), gli attori di Polanski si avvalgono soltanto della loro bravura.

La forza di questo lungometraggio sta tutta nelle battute graffianti ed intrise di erotismo. Nonostante gli interpreti rimangano fissi nello stesso luogo e parlino per tutta la durata del film, non si sente mai la noia o la pesantezza delle immagini.

Nel cinema dell’autore, le scene sono atte a svelare pian piano quello che si nasconde nell’animo umano. L’antitesi tra teatro e cinema, la recitazione degli attori, la capacità di tenere col fiato sospeso senza il bisogno di affidarsi a grandi strumenti, fanno di questo lavoro qualcosa di sensuale e destabilizzante.

Il finale è sorprendente e miscela realtà e finzione. Il mondo dell’arte si avvale di strumenti propri e può nascondere o mostrare ciò che desidera. Il senso dell’opera sta tutto qui, nel sottile confine tra ciò che è vero e ciò che non lo è. Il film, selezionato per partecipare al Festival di Cannes nel 2013, è una metafora per mettere a nudo i processi che vigono nei rapporti interpersonali. Operazione difficile, che a Polanski è riuscita di nuovo eccellentemente.

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