Whiplash. Ovvero, il calvario del successo a tutti i costi.

“Metti la cera, togli la cera Daniel San”. Così recitava Karate Kid, uno dei più imitati, osannati e meglio riusciti film di arti marziali della storia, vero e proprio cult movie per gli amanti del genere e non. Cioè tu fallo e basta, anche se sembra una fatica inutile. Vedrai che ti aiuterà.

E’ ben lontano dal karate e dalla filosofia d’insegnamento del maestro Miyagi Whiplash, l’ultimo lavoro di Damien Chazelle, dramma esistenziale sulla scalata per il successo nel mondo della musica. E’ la storia di Andrew Neiman ( Miles Tieller), un ragazzo newyorkese di 19 anni con la passione per la batteria jazz, e del suo maestro, il tanto esigente quanto sadico Terence Flectcher( J.K. Simmons). Tra i due si svilupperà una sorta di perversa simbiosi sadomasochista che porterà il ragazzo sull’orlo della pazzia. Full Metal Jacket docet.

“Andrew sei tu il batterista titolare. Sostituti, pulite il sangue dalla mia batteria”. Le dolenti note, la straziante sinfonia del “chi si ferma è perduto” miei cari. Sembra quasi di risentire Enzo Jannacci quando cantava Ci vuole orecchio. Il che significa, detto anche un po’ ironicamente, che bisogna essere capaci, si, ma poi, leggendo tra le righe, voleva sottintendere che solo i furbi e i più svelti restano in orchestra e continuano a suonare, gli altri, “prego andare”. Ecco, se volevate una storia del genere oppure quella  di un sogno infranto nonostante impegno e fatica (alla Million Dollar Baby, per intenderci), cambiate film. Qui i meritevoli ce la fanno eccome. Finalmente, direbbe qualcuno. Ma a carissimo prezzo, senza sconti. Perché è il mondo stesso a non farne. E anche Chazelle non ce ne fa mezzo in questa spietata pellicola. O si è perfetti o si è eliminati.

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Ora, è vero che il grande Soichiro Honda ( il papà della Honda ndr.) ci ricorda che il successo è costoso ( “è 99% fallimento. Sei disposto ad accettarlo?”)e che altri ci ribadiscono in coro: “ex nihilo nihil” ,“no pain, no gain” e “bla bla bla”. D’accordo, ma il successo è così necessario? Ne vale davvero la pena? E, se si, a che prezzo?

Il Darwinismo sociale, il sistema economico in cui viviamo, le nostre dinamiche inevitabilmente e, spesso, inconsapevolmente prevaricatrici sono diventate ormai più di una filosofia: sono una tecnica di difesa. Agiamo in questo modo perchè non possiamo fare altrimenti. E’ un virus-cura autoleggitimante che, purtroppo, non lascia alternative. Spesso la sua ovvietà è tale da non permettere discussioni, riflessioni, inflessioni o deflessioni di sorta. In fondo, se io mi impegno più di te, vuoi perchè posso farlo, vuoi perchè riesco meglio a farlo, non dovrei forse essere maggiormente apprezzato rispetto a chi non fa nulla? Non si può suonare Buddy Ritch senza slogarsi i polsi un paio di volte. L’annosa questione della frittata e delle uova da rompere, dunque.

Ma analizziamo questo tema più a fondo. Dire che il sacrificio sia una forma di amore suona piuttosto ovvio. Ma amore per che cosa? Amore per la musica o per se stessi? Lungo lo scorrere della pellicola, non è difficile scorgere il triste spettro di una musica strumentalizzata. Sembra di vedere dietro tutta questa fatica, dietro al sangue e alle lacrime, non un vero amore per quello che si sta facendo ma piuttosto una dinamica, una mera bramosia di emergere, di superare gli altri( emblematico l’utilizzo di sostituti e titolari da parte di Fletcher per accrescere la competitività degli allievi) perchè non si sta bene con loro e, in fondo, neanche con se stessi. Andrew è infatti un ragazzo chiuso, solo, schernito da tutti  e perennemente in lotta contro un mondo che si ostina a non volerne riconoscerne il valore e le capacità. La cosa paradossale è che la musica, invece di liberarlo, lo traumatizza, lo sconvolge e lo trasforma in un cinico automa, in un’acciaccata macchinetta ubbidiente e passiva. Con una risatina gelida, verrebbe quasi da dire: “Kunst macht frei”. Ci accorgiamo quindi che persino la batteria non è più uno strumento espressivo, non è la “voce” di Andrew, ma diventa un mezzo e basta, utile solo per soddisfare la sconfinata ambizione di Mr. Fletcher e appagare la propria. Rispettivamente, quella di “scoprire” un novello Charlie Parker e quella di diventarlo. Non fosse stata la batteria, in una storia identica ma in un diverso contesto, sarebbe stata qualsiasi altra cosa: un AK-47, uno skateboard, uno yo-yo.

L’unico momento veramente toccante di tutto il film che, per una scelta espressiva audace ma snaturante, rifiuta categoricamente questo genere di emozioni, è il discorso che J.K. Simmons fa riguardo un suo allievo, un grandissimo jazzista  disposto a tutto anche lui pur di realizzare il suo sogno. Quest’ultimo, impiccatosi poche ore prima e non ” vittima di un incidente” come Fletcher furbescamente spiegherà, viene mostrato come un esempio da seguire e come un vero e proprio “martire della musica”. Per la serie “storie terrificanti”, una nuova puntata di: “Ok, il prezzo del successo è giusto?”.

Goffredo Fofi a questo proposito, in un bellissimo quanto illuminante articolo apparso su Internazionale qualche settimana fa, ci parla di Whiplash come di una “favola per gonzi di destra”. Perchè Goffredo? Perchè quest’espressione, per così dire, “al vetriolo”? Cavoli, il film ci era anche piaciuto! Ebbene secondo Fofi si tratta dell’ennesima, e alquanto “pallosa”, dimostrazione filoamericana e fascistoide del dover essere dei winners per forza, l’ennesima agiografica epopea del mito americano: dovercela fare, dovercela fare a tutti i costi. Eh già, perchè ci sono fior di musicisti, poeti, scrittori e registi, tra cui nientepopodimeno dei signori Hemingway e Kubrick, che hanno sostenuto con foga e credibilità -eppur senza elogiare la mediocrità e l’idiozia- che non serve essere un vincente per forza, che l’anelito al diventarlo è persino più patetico che non esserlo, che la logica io vinco, milioni non riescono e ci riprovano è la solita “corsa dei topi” sovra cui riecheggia un superomismo che deve farsi prima verme. E che una volta accettato il compromesso e ottenuti gli onori, forse un po’ ci rimane, verme.

“Dunque scusate”, ci verrebbe da dire, “e se io me ne stessi qua buono buono, accontentandomi semplicemente di quello che ho?”. E’ una prospettiva che il film prende in considerazione. Dopo l’esplosione omicida di Andrew, ormai giusto alla completa saturazione nervosa, maestro e allievo si separano. Il primo, causa pensanti violazioni al codice deontologico del corpo insegnanti, smette di insegnare e il secondo appende le bacchette al chiodo, si mette a servire hamburger e a guardare la televisione con il padre. Una vita normale insomma; eppure, dopo qualche minuto, anche al più modesto e compassionevole spettatore verrebbe da urlare: “no per favore, basta. Aridatece Fletcher!”. Volete davvero essere torturati? Mandate indietro questi dieci tristissimi minuti un paio di volte. Enrich Bohll ci ricorda che il compito principale della vita di un uomo è dare alla luce se stesso. Che facciamo? Gli crediamo?

Il film sembra rispondere di si. E al diavolo il lathe biosas e la pace interiore. “ Meglio morire” dice Andrew “ alcolizzato e tossico ma essere ricordati a cena dalla gente, che essere un mediocre”. Non sapremo mai se Andrew finirà così, il film non lo dice. Tutto ciò che vediamo alla fine è che il nostro eroe ce l’ha fatta. Ha rischiato l’ospedale, l’esaurimento nervoso, il manicomio, l’omicidio, il suicidio ma ce l’ha fatta. Un’ esecuzione finale perfetta, gli occhi finalmente soddisfatti del proprio maestro e poi, come un pugno, i titoli di coda.  “Ma come, tutto qui?”. Non esattamente. Le buone pellicole, non hanno mai titoli di coda.

Dovremmo forse limitarci ad essere dei meri esecutori  per tutta la vita? L’arte è anche creazione, estro, genialità, intuizione. Come può questa sposarsi con la dinamica rigida, imbrigliatrice e ipercontrollata del suo insegnamento? La risposta che Whiplash sembra fornirci è piuttosto semplice. Con lo “studio matto e disperatissimo” si può avere una maggiore capacità espressiva, un maggiore autocontrollo e una perfetta consapevolezza di quello che si sta facendo. Nella musica si potranno utilizzare più ritmi, più combinazioni di note, più timbri; nella pittura più tecniche e così via. Direbbe il citatissimo Charlie “Bird” Parker: “impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sul tuo strumento e suona come ti detta il tuo animo”. Nessuno potrebbe dissentire. L’esecuzione finale della bellissima Caravan di Justin Hurwitz e Tim Simonec è la più convincente delle risposte.

Quello di Andrews è dunque la realizzazione del mito di un traguardo meritocratico, chiaro e onesto, pulito e gelido. E’ la storia di vita di un ragazzo solitario che sacrifica tutto per raggiungere il suo obiettivo. Per la cronaca, pare che anche Charlie Parker non avesse amici finchè, durante una jam session, Jo Johnson non gli avesse lanciato un piatto della batteria addosso. Se Johnson lo avesse lasciato suonare, ora non ci sarebbe nessun “ Bird” Parker ma solo un comunissimo Charlie. Questa è la tesi e il nocciolo della pellicola.

Si esatto, anche se questo può portarti a mollare, a scoraggiarti. L’assunto è che se abbandoni, non sei all’altezza di quello che stai facendo. Johnson sapeva che Parker non avrebbe mollato, che sarebbe tornato e “non avrebbe più permesso a nessuno di deriderlo”. E così fu. Quello che accadde dopo, fa parte della leggenda. Il grande “Bird”, dopo la cocente umiliazione, si esercitò fino alla nausea, ritornò sul palco ed eseguì davanti agli occhi increduli di Johnson quello che, per chi c’era, è stato il più spettacolare assolo di sax mai ascoltato nella storia della musica. Roba da farti buttare via il sassofono e dedicarti alla vendita delle ciambelle al dettaglio . Ma questo è dovuto al piatto che gli fu lanciato o al fatto che Parker era Parker e sarebbe diventato comunque “Bird”?

Gli antichi distinguevano tra labor( il tecnicismo, la sistematicità ) e genium( il genio propriamente detto). Se fossimo filosofi e seguissimo la scia tracciata da Shelling o, ancora prima, da Kant, potremmo anche prescindere dal labor e considerare il genio come una forma di capacità assoluta e indipendente, innata. Dovremmo però fare i conti con Hegel che, di contro, lo considerava il frutto di una rielaborazione di capacità e di conoscenze tecniche e teoriche. E qui anche le neuroscienze sembrano dargli ragione, purtroppo o per fortuna. Secondo recenti ricerche, il “colpo di genio” sarebbe infatti quella scintilla che permetterebbe di rielaborare, mescolare e evolvere un considerevole bagaglio di esperienze e di conoscenze che abbiamo maturato nel corso della nostra vita. Quindi probabilmente ne Parker, ne Mozart ( che a 4 anni già componeva) ne tantomeno il nostro Andrew sarebbero diventati ciò che sono stati senza una componente sovrumana di lavoro. Quindi la formula del genio, usando le (precoci) parole di Thomas Edison: “è 1% aspirazione e 99% traspirazione”. Lacrime e sangue, signori, ancora lacrime e sangue.

Tuttavia mi sento di spezzare una lancia a favore dei buoni insegnanti. Esistono molti modi per superare il proprio limite e quello brutale, violento e umiliante rappresentato nel film sembra sinceramente essere più una scelta tecnico/stilistica che una legittimazione filosofica. Alcuni comportamenti sono spesso fini a se stessi e non serve essere esperti di pedagogia per rendersene conto. A qualunque livello d’insegnamento e di difficoltà, sono numerosi gli approcci “ normali” tra maestro e studente e dovrebbe essere un dovere morale dei primi incoraggiare, motivare e guidare-accompagnando i secondi invece di spremerli come inerti limoni da cui distillare succhi per placare la propria sete di fama e di successo. Se ne otterrebbero maggiori risultati, anche a livello umano. Avete presente Myagi all’inizio dell’articolo? Ecco, appunto.  Ma vi ci metto anche Yoda e Obi Wan Kenobi se preferite. Il numero di esempi è comunque innumerevole anche fuori dalle sale cinematografiche e va da Socrate alla Montessori, passando per quei “microbi mollaccioni” di Aristotele, Cicerone, Seneca, de Montaigne, Voltaire, Russeau e Steiner.

In ultima analisi, Whiplash è un film discutibile ma bello, efficace, schietto, freddo, disturbante, ben scritto, ben girato e ottimamente recitato ( è valso un premio Oscar a J. K. Simmons, uno al montaggio e uno al sonoro). E’ un film sull’ambizione, sulla Via Crucis dell’automiglioramento e del sacrificio più che sul jazz e sulla musica in generale. Un film che può essere utile per riuscire a capire quanto lavoro può nascondersi dietro una “semplice” esecuzione e quanto in realtà un successo personale racchiuda in se molto di più di quello che può sembrare agli occhi di tutti. E quindi, a prescindere dal fatto che “il metodo Fletcher” possa essere una panacea per tutti i mali dell’arrivismo e della raccomandazione ( un problema molto italiano), andate a vederlo perchè, è il caso di dirlo, ne vale davvero la pena.

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