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The wolf of wall street

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(The Wolf of Wall Street) USA 2013, biografico, regia di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jean Dujardin, Jon Bernthal, Jon Favreau, Ethan Suplee, Jake Hoffman, Katarina Cas, Joanna Lumley, Kenneth Choi.

In verità non è una corsa all’Oscar, quella di Leonardo DiCaprio, a me pare più una discesa libera a rompicollo e a una velocità spericolata tanto è lo slancio che ci ha messo e la forza recitativa che ha richiesto a se stesso per tagliare questo traguardo. Tre ore di racconto con Leo sempre in scena, un Jordan Belfort mai quieto o accondiscendente, ma sempre sopra le righe, scatenato, raramente sobrio, affamato di soldi e di sesso; e per mantenere viva questa famelica ricerca è necessario che Belfort assuma sostanze chimiche, in polvere o pasticche non importa, che lo possano sostenere, che lo facciano stare sveglio e attivo, ingurgitate con una quantità enorme di alcol. Il tutto ad un ritmo infernale, anzi quasi mortale, insostenibile.

”Jordan Belfort è un giovane che viene assunto da una grossa agenzia finanziaria che lo promuove broker proprio il giorno in cui si verifica un crollo in borsa di tali proporzioni da mandare sul lastrico molte aziende e da far licenziare giovani come lui, che così si ritrova a cercar lavoro. Ma siccome l’arte del vendere, del vendere qualsiasi cosa, è una sua dote spiccata, rientra nel campo del brokeraggio finanziario tramite una scalcagnata agenzia che vende solo azioni di società non solo non quotate in borsa, ma anche dalle scarse prospettive future e quindi dalla quotazioni bassissime. E’ qui che, appena arrivato, è in grado di dare una facile dimostrazione delle sue elevate qualità di venditore, facendo fare un notevole miglioramento delle prestazioni ai suoi sprovveduti nuovi colleghi. Quando cominciano a migliorare gli affari di questa infima e inaffidabile agenzia finanziaria, un suo vicino di casa, Donnie Azoff, sbalordito dal suo elevato tenore di vita, gli chiede di collaborare: nasce così l’idea di una nuova società di brokeraggio che Jordan chiamerà “ Stratton Oakmont”, dove piazzare continuamente “penny stock” (azioni di bassa quotazione e altamente speculativi, ma anche di alto rischio), ma nasce anche un sodalizio tra i due che durerà fino a quando il successo arriderà ai loro affari e riempirà le loro casse di milioni e milioni di dollari. Tra truffe finanziarie e prestanomi a cui intestare i conti, Jordan Belfort arriverà a possedere una villa da sogno, uno yacht (chiamato Naomi come sua moglie) da 52 metri comprensivo di elicottero, auto di lusso tra cui una Ferrari bianca e valige di verdoni. “Ho compiuto 26 anni e l’anno scorso ho guadagnato 49 milioni di dollari; il che mi ha fatto incazzare perché per soli tre milioni non sono riuscito a realizzare un milione alla settimana.” Questa la sintesi del suo pensiero. Il tutto condito, nonostante una nuova e bella moglie innamorata, da ragazze disposte a tutto e da una lunga lista di eccitanti, droghe, cocaina prese a go-go e ingoiate con l’aiuto di superalcolici. Durante la proiezione pensavo che Belfort (che vive tuttora da uomo libero) sarebbe morto per infarto o overdose e invece nella realtà è finito semplicemente in prigione. Difatti questa storia va avanti fin quando… tutto esplode e, come ogni bolla speculativa che termina con il sangue dei risparmiatori e di chi la crea, finisce la pacchia del truffatore, dei suoi soci e di un migliaio di collaboratori, anche per merito di un tenace agente federale che teneva d’occhio da tempo la Stratton e il suo fondatore. Dopo la giusta condanna in tribunale per frode e autoriciclaggio di danaro, la pena detentiva, il pagamento di 110 milioni e il risarcimento per i 1513 clienti truffati (non siamo in Italia…), il grande imbroglione oggi tiene corsi da motivatore per venditori (siamo negli USA…). In fondo è la sua vera arte: “Vendimi questa penna!” è un tormentone che sintetizza la sua abilità a vendere ad un potenziale compratore anche un oggetto di cui prima questi non avvertiva il bisogno.”

the wolf street

Ancora una volta il cinema americano si occupa delle truffe e delle speculazioni illegali nel campo finanziario, raccontando di finanzieri senza pietà che ingannano migliaia e migliaia di investitori: titoli come Wall Street, Margin call o Inside job, personaggi come Gordon Gekko e banche come la Lehman Brothers. Quando si permette che si passi da una economia reale fondata sul lavoro e la produzione a una economia essenzialmente finanziaria succede che, come oggi e dappertutto, in pochi si arricchiscono e in tanti si trovano sul lastrico e senza lavoro. Un mondo frequentato da loschi personaggi che inoltre influenzano notevolmente le fluttuazioni del valori borsistici, facendo scendere e alzare le quotazioni per poi comprare e vendere al momento giusto, senza tener conto della obiettiva valutazione dei prodotti scambiati. Ad agevolare le cose – per loro ovviamente – sono arrivati negli ultimi anni nel mercato i cosiddetti “derivati” e la giungla finanziaria si è ancor più infittita, creando i presupposti per la nascita e il diffondersi di operatori senza scrupoli, che realizzano in poche ore sostanziosi guadagni a danno degli sprovveduti risparmiatori, in completa balìa, questi ultimi, di tempeste create ad arte.

Il film ha tutte le caratteristiche dei migliori di Martin Scorsese. La cifra stilistica, il tourbillon delle immagini, il vigore narrativo, il linguaggio e le immagini spesso licenziose e spinte: tutto fa ricordare il miglior Scorsese, sembra di assistere ad una diversa lettura di “Casino” o di “Goodfellas”. L’intensità e la potenza dell’opera stordiscono per ben tre ore, non c’è pausa, mai un rallentamento di ritmo: la dimostrazione sta nel fatto che per iscritto è difficile dare un’idea del film, tanto è scintillante. Il film è fantasmagorico, spettacolare, caleidoscopico, sfavillante, abbacinante, rutilante, pieno di colori, musica tosta e dialoghi fitti. DiCaprio non sta mai zitto e le sue pause sono riempite dal bravo e simpatico Jonah Hill, suo braccio destro, sua longa manus negli affari societari.

The wolf of wall streetAttenzione: il film è firmatissimo da Scorsese, ma è frutto della voglia di realizzarlo di Leo DiCaprio. E’ lui che ha comprato a caro prezzo, strappandoli alla concorrenza di Brad Pitt, i diritti del libro autobiografico di Jordan Belfort, è lui che fa anni inseguiva il regista per realizzare il film, è lui che ha dato l’impronta ed è infine, ma soprattutto, lui che è l’anima del film. Tre ore dello scatenato (nel vero senso letterale della parola) Leo dimostrano che ci ha messo l’anima e i soldi (anche co-produttore) e con tutto il rispetto per il grande regista affermo che questo è soprattutto un film di Leonardo DiCaprio. E se dopo tutto questo sforzo questo straordinario attore non agguantasse la maledetta statuetta si sarebbe davanti ad uno scandalo e non perché i suoi agguerriti concorrenti non meritino, ma solo perché ritengo che questo personaggio, questo film, questa interpretazione meritino di diritto l’Oscar. Forse qualcuno scriverà che la recitazione è a volte un po’ sopra le righe, ma in verità sopra le righe era proprio Jordan Belfort, con il suo stile di vita, la sua voglia di emergere, la sua sete di arricchimento: le banconote per lui erano come le figurine Panini, ma senza doppioni e quindi tutte da collezionare.

La regia è perfetta, meglio credo non era possibile fare, è veramente un film alla Scorsese.

Il montaggio della fidata Thelma Schoonmaker è the wolf streetperfettamente frenetico come richiede il ritmo del film, la sceneggiatura di Terence Winter (“I Soprano”, “Boardwalk Empire”) adeguatissima, la colonna sonora è tanto rock, come di consueto per Scorsese. Jonah Hill penso abbia fatto tombola, perché, oltre al fatto che si è subito trovato in sintonia con il celebre protagonista, è stato una perfetta spalla e aver avuto la parte di Donnie Azoff è per lui un lancio migliore del Peter Brand di “Moneyball – L’arte di vincere” ed ora sicuramente avrà maggiori chance per il futuro. Margot Robbie, nei panni della seconda moglie Naomi Lapaglia, ha svolto il suo compitino con diligenza ma con evidente imbarazzo trovandosi a fianco ad un cotanto mito moderno del cinema, ma è troppo bella per poter essere giudicata come attrice (aspetto di sentirla in originale). Ultima citazione per Kyle Chandler nei perfetti panni dell’agente FBI Denham che indaga con costanza e umiltà nella vita del manager imbroglione.

Gli altri? Ma di quali altri dobbiamo parlare? A malapena si riesce a parlare, come appena fatto, di comprimari di scena, quando il palcoscenico è tutto di Leonardo DiCaprio, verso cui dovrei copiare gli stessi aggettivi usati per definire il film. Perché il film E’ Leonardo, siamo penso tutti d’accordo che è un film alla Martin Scorsese, ma rimane il fatto che E’ il film di Leonardo e se stavolta non sarà chiamato sul palco vuol dire che ordineremo una statua della sua immagine da affiancare a quelle di Clint Eastwood, Jeams Dean e Stanley Ku

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