Ada Sereni e l’affaire Lino

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La vita

Ada Seréni, nata ad Ascarelli, è un esponente del movimento sionista, italiana nata a Roma nel 1905, è figlia di una ricca famiglia di commercianti, fu, insieme al marito Enzo, anche lui agente dell’Haganah, una fra i primi ebrei italiani ad emigrare in Palestina nel 1928, per costruire il sogno, allora ancora tutto utopico, della terra d’Israele (Erez Israel).
Tornata in Italia nel 1945 alla ricerca del marito defunto che si era arruolato nel ‘44, nelle brigate costituitesi per dare soccorso agli ebrei perseguitati dal nazifascismo, Sereni entrò in contatto con i primi movimenti segreti di suppporto all’immigrazione clandestina Aliàh Bet, impegnati nel trasferimento in Palestina dei sopravvissuti all’Olocausto. Abitava sul Quirinale, era di buona famiglia, tutti la conoscevano e conosceva tutti ma in particolare era di casa in molti salotti romani, dopo l’uscita di scena di Yahuda Arazi, prende il suo posto come responsabile della branca estera in Italia del Mossad.

Il marito Enzo, anche lui romano, nato da genitori esponenti dell’alta borghesia ebraica, aveva in passato già parteciapato ad azioni di addestramento di militari, acquisto e trasferimento di armi caldestine, attraverso la sezione a cui apparteneva. Nel ‘44 Enzo che parlava correntemente il tedesco, fu paracadutato nell’Europa orientale allora occupata dai nazisti, allo scopo di organizzare ed incoraggiare i movimenti di resistenza e raccogliere informazioni. Ma le cose non andarono come previsto, fù catturato dai tedeschi e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau, dove dopo un fallito tentativo di fuga fu torturato ed infine, il 18 novembre ‘44, giustiziato. Tornata a Roma dalla Palestina Sereni, diventa agente del Mossad LeBiyyun U’Letafkidim Meyuhadim’ il neocostituito servizio segreto ebraico.

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Alla notizia della morte del marito, si getta a capofitto nell’organizzazione dei viaggi degli esodi e dei trasporti via mare degli ebrei europei. Organizzò anche altre operazioni di sabotaggio direttamente o indirettamente, nelle industrie belliche e su trasporti in transito per i paesi bellicosi con cui Israele cominciava a confrontarsi.

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Da quando divenne responsabile del settore italiano, programmò o gestì direttamente 33 spedizioni riuscendo a far arrivare in Israele nel solo periodo dell’esodo (‘45-‘48) quasi 25 mila ebrei. Sereni raccontò l’impresa nel volume I clandestini del mare. Ma non è questo che ci interessa del resto sull’attività di Serena, sul ruolo svolto nell’esodo esiste già una notevole mole di pubblicazioni e documenti. Ci soffermeremo invece solo su una delle più brillanti azioni, organizzata e portata a termine sul suolo italiano da parte di sionisti  italiani e agenti del Mossad: l’affair Lino.

Fù infatti Sereni, in qualità di agente italiano a roma dell’Haganah, a suggerire il piano e a programmare il tutto. Il Lino fù uno dei primi problemi di una certa rilevanza che Sereni dovette affrontare. La vecchia nave da trasporto dell’armatore italiano Menara, battente bandiera italiana, di 450 tonnellate, velocità 6 nodi e al comando del capitano Pietro Vitale e 6 marinai di equipaggio che secondo le informazioni ricevute, stava per caricare un carico di armi e munizioni dal porto di Fiume, nell’ex Jugoslavia, da dove erano giunti via ferrovia dalla Cecoslovacchia, e li avrebbe trasportarle a Beirut nel libano settentrionale con destinazione finale Damasco.

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L’Italia ancora in guerra

In Italia la guerra è ufficialmente finita ma le ostilità persistono ancora. Gli anni dell’immediato dopoguerra sono caratterizzati dalla presenza organizzata e non certo spontanea ma sovversiva, di una miriade di organizzazioni paramilitari, formazioni segrete, cellule eversive. Le formazioni non avevano un partito politico di riferimento, generalmente la maggior parte di loro, erano sotto il controllo dei servizi segreti alleati nelle sue varie ramificazioni, erano di destra, fascisti, e cellule anticomuniste. Complice anche un governo debole, la mancanza di una politica decisa, il disastro dei danni della guerra, gli sconvolgimenti sociali, la miseria economica, le condizioni di un paese praticamente in ginocchio. Tutte condizioni che ben si prestano ad attività illecite, al malaffare e al traffico di armi. Molte di queste organizzazioni sono direttamente finanziate dai servizi, altre da terzi, tutte sono segrete ed illegali, sono movimenti indipendentisti, movimenti nostalgici del passato fascista, monarchici, anarchici, bande di fuori legge, trafficanti, opportunisti. Fra i gruppi eversivi più noti la divisione Osoppo, le Vaie, le Sam (Squadre d’Azione Mussolini), L’eca, la banda Giuliano, le Far (Fasci d’Azione Rivoluzionaria), l’Eca (Esercito Clandestino anticomunista), l’Evis (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), Ida …

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Oltre a queste, nel 1945 le formazioni sioniste dell’Haganah – il nucleo dal quale dovrà poi nascere il futuro esercito israeliano – è soprattutto la cellula del Irgum Zwai Leumi agisce in tutta l’Europa e in medio oriente, con operazioni di guerriglia senza quartiere, contro quello che viene ritenuto il bersaglio di sempre, il protettorato Britannico in Palestina. Il 31 ottobre ‘46 è sempre l’Irgum che fa esplodere una bomba nell’edificio di sua Maestà a Roma, a due passi da Porta Pia, ove adesso sorge l’ambasciata inglese. Da sempre Londra si oppone con fermezza, alla creazione del nuovo stato israeliano mentre Washington, insieme alle potenti lobby americane sono più propense per la nascita di uno stato interamente sionista. L’esistenza di attività di contrabbando di armi fra Jugoslavia, Albania e Italia meridionale, è confermata da una nota dei servizi alleati nel ’46, una parte di queste armi giungono in Italia e vi restano per alimentare la Banda Giuliano e i depositi delle organizzazioni segrete operanti nel meridione, come quello di Crotone.

Molte spedizioni di solito sbarcano nel porto di Molfetta. Il porto di Molfetta compare come destinazione per la compravendita di armi, anche in altri rapporti dei servizi segreti. Da Molfetta partono anche i gruppi sionisti che si stabiliranno in Palestina con destinazione Haifa, migliaia di profughi su piroscafi italiani e stranieri. E’ l’esodo ebreo.

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Una ulteriore prova di collaborazione fra sionismo, forze paramilitari e servizi segreti è il centro di coordinamento israeliano a Roma. Diretto dalla signora Sereni, che dopo la fine dell’ ostilità divenne molto influente e ben introdotta nei ranghi dei nuovi politici nazionali. Il centro ha lo scopo di coordinare ed addestrare i profughi, organizzare il reperimento di armi ed il loro trasferimento in Palestina, programmare l’attività addestrativa del neocostituito esercito, organizzare la guerriglia nelle regioni orientali dell’Europa, coordinare l’esodo degli ebrei verso Israele.

Accordi in tal senso vengono presi direttamente con il Presidente del Consiglio De gasperi. De Gasperi incontra nella sua Trento, la signora Ada Sereni, oramai rappresentante in Italia del Mossad. L’incontro, siamo nel 1948, con Alcide De Gasperi è molto riservato. “Chiudere un occhio e possibilmente tutti e due, sulle nostre attività in Italia”. Questa la richiesta ufficiale di sereni. A quanto pare De Gasperi avrebbe acconsentito. Da allora saranno decine di migliaia i profughi che partiranno dai porti italiani, ma adesso legalmente o comunque con il consenso delle autorità. Questa la storia ufficiale bandita, in realtà Sereni avanzò altre richieste, correlate agli eventi dell’esodo e alla nascita di Israele nell’incontro con De Gasperi. Cioè quella di chiudere un occhio anche sul traffico d’armi, dai paesi orientali transitante sul suolo italiano, diretto verso la Palestina ebraica, sull’attività di contrasto che il Mossad aveva in corso contro l’analogo traffico dei paesi arabi.

Un’altra richiesta di Sereni era la seguente: Israele non aveva nulla e aveva bisogno di tutto. Una richiesta urgente era quella di contrastare la marina egiziana molto preparata ed organizzata, la mancanza di istruttori e personale esperto era molto sentita. De Gasperi a quanto pare, acconsentì, senza nemmeno imporre condizioni, anche all’ultima richiesta avanzata, ma non direttamente con la cessione di unità navali, solo con l’invio o la collaborazione di personale dei servizi alla causa in modo segreto e tacito. No deciso, invece alla cessione di naviglio civile o militare, solo istruttori e addestratori.

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De Gasperi sarà al timone dell’Italia dal ’45 in poi per quasi un decennio, assicurando un terreno fertile alle attività ebree su suolo italico. Insomma l’Italia adottò la politica di sempre, un colpo al cerchio e uno alla botte. Non vuole apertamente scoprirsi o propendere al fianco dei sionisti per non irritare le nazioni arabe, con cui invece mantiene ufficialmente buoni rapporti, ed assume una politica di velato doppiogiochismo; un atteggiamento “non contrastante” incline, conciliante, verso Israele. Almeno questa è la politica del ministro degli Esteri Carlo Sforza, decisa con il collega della Difesa Randolfo Pacciardi, che tra l’altro, poteva contare sulle simpatie sioniste del capo di Stato maggiore della Marina Franco Maugeri. Quest’ultimo diede ordine al Sis della marina, il servizio segreto dell’arma e al suo direttore, il comandante Calosi, di mettersi al lavoro.

La Marina israeliana aveva assoluto bisogno di uomini preparati, ma più di ogni altra cosa era urgente reperire istruttori ed addestratori, capaci di metter sù in poco tempo squadre di mezzi d’assalto o portare a termine operazione di sabotaggio. Calosi non può servirsi del personale in servizio, deve per forza di cose rivolgersi agli ex combattenti, reduci della Decima Mas, a cui chiede di prender contatto con il centro israeliano. Alla fine ad essere ingaggiato sono il capo di terza classe, Fiorenzo Capriotti di Ascoli Piceno, fascista, esperto di mezzi d’assalto, che odia gli inglesi per via della lunga prigionia sofferta al fine della guerra ed un altro ex militare operatore di mezzi d’assalto che vengono inviati in Israele per farvi ritorno, dopo qualche anno di intensa attività.

Il lino

Lino

Negli ultimi giorni del 1948 la fornitura siriana di armi venne alla fine spedita dalla Cecoslovacchia alla Jugoslavia per ferrovia, dove da quì fu imbarcata sul piroscafo Lino che dal porto di Fiume nell’Istria, salpò con destinazione Beirut.

Appena cominciata la traversata adriatica però il piccolo piroscafo incontra una bufera ed evitando il rischio, decide di fermarsi qualche giorno nel porto pugliese di Molfetta in attesa di un miglioramento delle condizioni di mare. Altri guai però sono in agguato, appena partiti, i vecchi motori cominciano a fare i capricci, la motonave non c’è la fa più, e il comandante decide di attraccare a Bari per le dovute riparazioni e soddisfare una richiesta di pezzi di ricambio. Fu allora che la Sereni, decise di comune accordo con Ben Gurion, di impedire la consegna delle armi ai siriani, armi legittimamente acquistate e custodite sul battello nel porto di Bari.

È quì che scatta la trappola, lo Shai europeo e il neonato LeAliya Bet (l’istituto per l’immmigrazione clandestina israeliano) branca del futuro Mossad dello Yishuv, entrarono immediatamente in azione. La nave era ferma nel porto ed in procinto di partire per solcare il Mediterraneo bisognava agire subito. Sereni manda a Bari precipitosamente una squadra di sommozzatori della Palmah; i sub si immergono ed applicano allo scafo del Lino, un mina magnetica che la mattina dopo nelle prime ore fa esplodere e semiaffondare nel porto il battello. Non è vero che nè gli italiani, nè i siriani sospettarono il sabotaggio del carico, sarebbe da ingenui pensare ad un comune incidente di quelle proporzioni. La mina è stata preparata dalla trasformazione di esplosivo estratto da bombe inesplose, ritrovate e modificate con l’aggiunta di timer ed innesco, per mezzo di due sommozzatori  è stata agganciata allo scafo immerso della nave nella parte maestra. La prima notte l’immersione andò a vuoto ma la seconda, nonostante una fregata inglese si fosse ormeggiata vicino, e monitorava lo specchio di mare adiacente, la bomba fù sistemata, proprio sotto i baffi degli inglesi. L’esplosione non causò morti o feriti nell’equipaggio. Per gli israeliani l’operazione Lino, sembrò a questo punto definitivamente conclusa. Invece nell’esplosione le casse di armi nelle stive non ebbero danni gravi, anzi alcune di esse, come si vede bene nella foto della nave semi affondata, forse non ebbero nessun danno. L’11 aprile del ’48 i principali quotidiani nazionali diedero la notizia della misteriosa esplosione sulla piccola nave da trasporto che aveva causato più che l’affondamento, il suo adagiare sul basso fondale del porto. I Giornali avanzarono delle ipotesi inquetanti e qualche settimana dopo, anche una più pesante ipotesi legata ai trafficanti di armi… Damasco che le armi le aveva regolarmente pagate, rivendicava la consegna e minacciava chiunque si avvicinasse ad essa con un’azione diplomatica, in quanto la nave era di fatto di sua proprietà e nella sua disponibilità con tutti i documenti in regola, doveva considerarsi suolo siriano. Ripescarli non fù molto difficile, per cui i siriani che a quel carico ci tenevano particolarmente, non si persero d’animo.L’Italia non poté fare a meno di autorizzare il recupero delle casse di materiale bellico. I siriani inviano in Italia un ufficiale, Fuad Mardam Bey, parente di un ex ministro di Damasco colui che aveva condotto le trattatice con i cechi in merito all’acquisto, per organizzare la costosa e difficile operazione di recupero del battello dal fondale, non certo profondo del porto e del prezioso carico. Nasce così l’operazione Gur contro l’attività del maggiore (poi colonnello) Mardam che aveva l’incarico di portare le armi nella capitale siriana, in arrivò in quei giorni a Bari. Una volta ripulito e recuperato, in un capannone adiacente del porto, preso in affitto, il carico è stato rimesso a nuovo e stivato in attesa di una nuova unità che lo trasportasse a destinazione.

Nasce così l’operazione Gur contro l’attività del maggiore (poi colonnello) Mardam che aveva l’incarico di portare le armi nella capitale sirana, in arrivò in quei giorni a Bari.Sempre Mardam, muovendosi a Bari, riesce a questo punto a noleggiare una ex unità della Marina Militare Italiana, L’Argiro. Il carico del Lino era composto da 8 mila fucili e fucili mitragliatori, 6 milioni  di proiettili, del calibro 7,92 mm (forse 7,62 mm) provenienti dalle officine ceche della Zabriovska Brno e Skoda. Non sappiamo di che tipo di armi si trattava, ma non è difficile risalirne al modello visto che sono stati per anni l’armamento standard della brigata israeliana Etzioni e le foto non mancano. Potrebbe trattarsi della piccola serie di armi della famiglia ZK 466 (pistole mitragliatrici) che non offrivano prestazioni di rilievo, ma già avevano il caricatore ripiegato in avanti, stile AK, per il trasporto. Complessivamente si trattava di una buona arma. L’agenzia marittima Menara, la stessa che aveva offerto il Lino, al costo di 20 milioni di lire, offrì a Mardam, l’Argiro una vecchia unità della Marina Militare radiata ed trasformata per il trasporto civile di materiali. Mardam accettò l’acquisto del vecchio cargo, nell’accordo era prevista l’unità completa e pronta per la navigazione, l’equipaggio e il comandante, sempre  italiano, Giuseppe Bonserio, informanto del piano solo in parte. Assiste al trasferimento del carico dall’hangar portuale alla nuova unità e una volta completato, vedendo salpare la nave, prende il primo volo per Damasco. Erroneamente Mardam crede che oramai tutto è fatto, basta solo attendere l’arrivo dell’unità al porto di destinazione in patria. Infatti, come previsto ai primi di agosto l’Argiro imbarcato il carico di armi e munizioni, salpa da Bari destinazione Beirut.

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Grazie alle informazioni sioniste nel porto sull‘Argiro, invece due dei sei marinai che compongono l’equipaggio, si ammalarono stranamente e non si presentano alla partenza, in sua vece l’ignaro capitano chiede ai portuali, altri due marinai in sostituzione, per la navigazione, i quali inviano due sostituti. I sostituti in realtà sono due israeliani, che velocemente prendono posto sul battello. L’equipaggio di bordo quindi risulta composto dai due italiani che lavorano per il LeAliya Bet del Mossad e quattro membri dell’equipaggio, più il comandante. Appena giunti in alto mare, un guasto appositamente preparato dai due agenti sionisti imbarcati, spegne i motori e lascia la nave in avaria. Alla richiesta d’aiuto inviato sul canale di emergenza dal capitano, risponde un peschereccio egiziano, che dice di trovarsi  casualmente nei paraggi, e si offre per soccorrerli. Secondo un’altra fonte, il peschereccio egiziano invece ha un equipaggio israeliano, gli agenti erano David Ben-horin  e Oved Sadeh, che si fingono ufficiali egiziani e si offrono di accompagnare l’unità al porto egiziano di Alessandria. Una volta saliti a bordo, qualunque sia la versione vera, per i falsi egiziani sarà facile immobilizzare l’equipaggio e prendere possesso della nave, grazie anche all’appoggio dei due compatrioti. E’il 21 agosto e dopo poche ore grazie al sopraggiungere di un’altra nave gli agenti trasferiscono il prelibato carico sul nuovo arrivato. L’Argiro ultimata la sua missione fu affondata. Poche settimane dopo il carico di preziosi fucili e munizioni viene distribuito ai soldati israeliani della brigata Etzioni sul fronte occidentale di Gerusalemme.  In Siria una vota giunta la notizia della perdita del carico, infuria l’accusa contro il colonnello Mardam,  appena rientrato a Damasco. Viene messo sotto inchiesta e accusato di aver tradito il paese e tratto personale vantaggi economici e profitti dalla vicenda.

L’accusa ipotizza che Mardam sia stato sedotto da un agente ebrea o slovacca, durante la permanenza a Roma, di aver rivelato i dettagli del piano, inducendolo a dirottarlo poi ai sionisti, la sentenza di condanna prevista era la pena di morte. Per salvargli la vita il ministro degli esteri israeliano, emise un dettagliato  comunicato, nel quale smentisce pubblicamente qualsiasi connessione con la vicenda, fra Israele e lo sfortunato colonnello siriano.

I quattro italiani, compreso il comandante furono trattenuti in arresto ad Haifa, e solo l’anno seguente nel marzo del ‘49 vengono rimpatriati, salvo uno, che muore a causa di una tubercolosi contratta durante la detenzione in Palestina. L’Italia nonostante tutto, stranamente archivia il caso senza nemmeno un atto formale di protesta! Alla fine anche Mardam, l’ufficiale siriano viene graziato, non certo perché non colpevole, certamente  l’ingenuità è stata documentata, come si dimostrò, ma grazie ai suoi appoggi altolocati e alla parentela nei  vertici delle istituzioni, Mardam sarà definitivamente prosciolto da ogni accusa e assolto.

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Ada Sereni dopo la nascita della nazione israeliana, una volta terminati i vari “esodi”, si trasferì definitivamente nel suo kibbuz  nel nord di Israele, dove trascorse i suoi ultimi anni di quella vita, per certi versi era stata avventurosa. Una parte delle sue attività trasparirà per sempre, in parte, nelle memorie che ci ha lasciate, morirà a Gerusalemme nel 1997.

 

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