Salute

Grasso addominale, scoperti 2 colpevoli: lo studio scientifico

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Per molte persone, perdere peso non è una impresa facile, specialmente con l’avanzare dell’età. Non tutti, infatti, siamo uguali e, a volte, mangiare di meno non è la chiave giusta. In molti credono, in modo erroneo, che il peso in eccesso sia inevitabilmente connesso ad un regime alimentare errato o ad uno stile di vita troppo sedentario. Ormai la scienza, da anni, ha evidenziato che possono essere svariati i fattori che inducono una persona a mettere su peso in eccesso e grasso addominale, come spiegato da un gruppo di ricercatori, guidato da Christina Camell, assistente professore presso il Dipartimento di Biochimica, Biologia Molecolare e Biofisica dell’Università del Minnesota, il Medical School and College of Biological Sciences.

Il problema del sistema immunitario e i due colpevoli

Lo studio evidenzia che è tutto correlato al sistema immunitario e all’avanzare dell’età. I colpevoli sono alcune cellule immunitarie, denominate AAB, che formano ammassi densi, unendosi alle cellule adipose dell’addome. In questo modo, il grasso non viene scomposto (dunque bruciato, per produrre energia) e si accumula nei punti critici.

Tali cellule, inoltre, possono causare infiammazione e ridurre la sensibilità all’insulina, entrambi caratteristiche comuni, con l’avanzare dell’età.

L’altro colpevole sono è una struttura proteica, che si trova nelle cellule immunitarie ed è denominata inflammasoma, in grado di provocare l’espansione dei cluster di cellule AAB. Questo è un fattore di accumulo del peso, specialmente nei soggetti di sesso femminile, come osservato dai ricercatori.

Il team di ricerca, per ottenere tali conclusioni, ha condotto alcuni esperimenti attraverso la disattivazione dell’inflammasoma o delle cellule AAB e ha osservato che, in questo modo, si riusciva a ripristinare la normale attività del metabolismo. Penso che sia importante identificare questi percorsi o fattori, in modo da poter intervenire in modo appropriato e per bloccare i loro contributi alla disfunzione metabolica“, ha spiegato la principale autrice dello studio.

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