Immigrazione: il problema è integrarsi?

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Come pubblicato oggi dall’Ansa – secondo il rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione presentata dalla Fondazione Leone Moressa – nel 2014 il ‘Pil dell’immigrazione’ sarebbe pari a 125 miliardi di euro, cioè la ricchezza prodotta dai 2,3 milioni di occupati stranieri in Italia è uguale all’8,6% del Pil nazionale. I contributi previdenziali si sono attestati su 10,3 miliardi di euro: si può così calcolare che i lavoratori stranieri pagano la pensione a 620mila italiani.

Perché non bisogna temere la presenza di stranieri nel mondo del lavoro in Italia? Stando al V Rapporto annuale a cura della  Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, la quasi totalità dei lavoratori stranieri svolge un lavoro alle dipendenze e più del 70% è impiegato con la qualifica di operaio. Infatti, su un campione di 100 dipendenti UE ed Extra UE, poco meno del 40% percepisce un salario fino a 800 euro (nelle medesima classe gli italiani sono il 15,2%) e solo il 2,5% dei comunitari e appena lo 0,6% degli extracomunitari supera i 2.000 euro.

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Inoltre, andrebbero analizzate le difficoltà riscontrate dagli immigrati nell’integrazione nel mercato del lavoro italiano. Mediamente più del 3% dei cittadini comunitari ed extracomunitari è stato inserito nel mercato del lavoro grazie ad un’agenzia intermediaria, ottenendo un impiego di lavoro sicuramente più specializzato, però la stragrande maggioranza ottiene lavoro mediante parenti o amici già stanziatisi nel nostro Paese.

Va, inoltre, sottolineata la diversa politica di integrazione attuata dall’ Italia, la quale negli anni Novanta era considerata il “bell Paese” dove in molti erano convinti di poter trovare nuove chance, sperando in una maggiore istruzione e una migliore educazione dei propri figli; oggi, la situazione è mutata nettamente e dal 2006 al 2014 la percentuale di occupati stranieri è in continua discesa, registrando -4,3 punti . Il quadro generale negli altri paesi dell’Unione Europea è molto diverso; infatti, in Stati come la Germania e il Regno Unito il livello di immigrati che lavorano è molto più elevato. Soprattutto nel primo caso, si può notare una crescita sostanziale del tasso occupazionale con +6,4 punti percentuali; per quanto riguarda l’Inghilterra è da sottolineare più che altro una stabilità che va avanti da un decennio e che la vede in una posizione più elevata dell’Italia sul piano dell’integrazione degli stranieri sul campo del lavoro.

Vista la grande risorsa economica dimostrata dai dati sul Pil dell’immigrazione resi noti dalla Fondazione Leone Moressa si potrebbe riaccendere nuovamente il dibattito sugli immigrati. Le difficoltà economiche degli italiani negli ultimi anni, dovute alla crisi economica, spingono gli italiani ad aver paura degli stranieri , visti come una minaccia soprattutto per i giovani che cercano di entrare sul mercato del lavoro. Tuttavia, tra le giovani menti che scappano e le orde di persone che arrivano sulle nostre coste è difficile stimare quale sarà realmente il mutamento del quadro economico del nostro paese. Bisogna solo riflettere sulle grandi possibilità che si potrebbero aprire dando l’opportunità agli stranieri di integrarsi, tenendo conto delle legislazioni degli altri paesi dell’UE che sono – dati alla mano – maggiormente aperte e “moderne”. Maggiori controlli e una più dettagliata selezione degli ingressi, accompagnati dall’aumento del lavoro di agenzie intermediarie per l’integrazione nel mondo del lavoro e da un aumento di programmi di integrazione all’interno delle scuole potrebbero essere efficaci per una ripresa economica.

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