La Musica e il fascismo

I compositori del Duce

Un ampio consenso dei Maestri

Sulla musica, se osserviamo oggettivamente il Ventennio fascista, è innegabile constatare che rappresentò un periodo in cui le istituzioni politiche ebbero un alto interesse verso essa, sia in termini di sostegno a manifestazioni culturali, sia come appoggio alla musica d’avanguardia, sia nell’ambito della pedagogia e della formazione musicale professionale. Per questa ragione rappresentò un’incredibile opportunità di crescita ed affermazione per molti. Inutile negare che, seppure in modo diverso e per diverse ragioni, la dittatura fu accettata dai nostri artisti, attraverso la preparazione ideologica di un terreno d’intesa, che consentì adesioni e collaborazioni da parte dell’ala contemporanea di indirizzo conservatore (con Pizzetti e Respighi) come da quella modernista (con Malipiero e Casella) cui si aggiungono naturalmente il ruolo degli operisti (Mascagni, Giordano, Cilea) e quello più controverso dei futuristi.

La Giovine Scuola e il Verismo

Il contesto musicale italiano di quel periodo era decisamente articolato: vi erano i compositori della cosiddetta “Giovine Scuola”, legati all’ opera verista, le avanguardie futuriste e quella che fu definita “La generazione dell’Ottanta”.
Per quanto concerne l’opera verista, diverse caratteristiche ne favoriscono la grande comunicativa: il taglio drammaturgico incalzante, la narrazione impersonale, l’aderenza al reale mutuata dal “Naturalismo” alla Zola, la semplificazione delle componenti musicali. La centralità dell’elemento vocale e l’alternanza tra tensione appassionata e languore sentimentale la collega al passato ottocentesco e alla grande popolarità che questa forma d’arte ebbe in Italia e all’ estero. L’opera rappresentò  un magnifico mezzo di comunicazione per le masse.

I protagonisti

I protagonisti di questa stagione dell’ opera italiana sono Giacomo Puccini, che scomparirà a soli due anni dall’ascesa al potere di Mussolini e sarà dunque marginalmente toccato dall’avvento del fascismo; Pietro Mascagni, che a soli 27 anni è emerso sulla scena internazionale con il capolavoro “Cavalleria Rusticana” tratto dall’omonimo romanzo di Verga; Umberto Giordano, anch’ egli reso celebre da un’ opera giovanile, “Andrea Chenier” del 1896; Francesco Cilea e don Lorenzo Perosi. Epigono del genere, infine, può essere considerato Riccardo Zandonai che, più giovane di una generazione, sarà l’allievo di Mascagni favorito dall’editore Tito Ricordi.

Un malessere generale e il fascino di Mussolini

Nelle lettere di Puccini, scritte tra il 1920 e il 1922, traspare evidente il malessere comune: «qui in Italia si vive da cani. Meglio cento volte a Vienna la vinta, che a Milano la vittoriosa?!»; «Italia! Italia! Tasse, cari prezzi, sudiciume, disordine, cattivo gusto. Insomma, un eldorado di brutture…». Non manca una sorta d’invidia verso la Germania: «il mio Paese mi fa schifo […] ma anche la Francia non è luogo per noi. Meglio al di là del Reno!». Puccini, poi, apprezza la figura carismatica del Duce: «E Mussolini? Sia quello che ci vuole! Ben venga se svecchierà e darà un po’ di calma al nostro Paese!»
Questa fascino che Mussolini esercitò anche sull’Autore di Bohème, è riportato dal suo amico e biografo Adami: Io sono per lo stato forte. A me sono sempre andati a genio uomini come De Pretis, Crispi, Giolitti, perché comandavano e non si facevano comandare. Ora c’è Mussolini che ha salvato l’Italia dallo sfacelo […]. La Germania era lo Stato meglio governato, che avrebbe dovuto servire da modello per gli altri. Non credo alla democrazia perché non credo alla possibilità di educare le masse. È lo stesso che cavar l’acqua con un cesto! Se non c’è un governo forte, con a capo un uomo col pugno di ferro come Bismarck una volta in Germania, come Mussolini adesso in Italia, c’è sempre pericolo che il popolo, il quale non sa intendere la libertà se non sotto forma di licenza, rompa la disciplina e travolga tutto. Ecco perché sono fascista: perché spero che il fascismo realizzi in Italia, per il bene del Paese, il modello statale germanico dell’anteguerra Dunque l’auspicio di uno Stato forte, centralizzato, dove il potere – che il popolo non pare in grado di controllare – risieda nelle mani di un solo uomo.

Pietro Mascagni, il fascista convinto

Chi fu invece plasmato dal fascismo fino al suo epilogo è Pietro Mascagni, il grande amico di Puccini con il quale aveva diviso la soffitta al tempo degli studi a Milano. Intorno agli anni ‘20 s’era avvicinato al bolscevismo, ma poi virò decisamente sul fascismo, fino a diventare fidato referente della politica culturale in ambito musicale e prototipo del musicista di Stato. La sua adulazione per Mussolini fu addirittura stucchevole: nel rapporto del 21 marzo 1927, ad esempio, in cui Mascagni relaziona da Vienna l’esito delle celebrazioni beethoveniane per il centenario dalla morte, ecco cosa scrive: In ogni conversazione e in ogni accenno all’Italia [è] dominatore un Nome che all’estero spande la rinnovata luce della Stella d’Italia, un nome che rende rispettata e invidiata la nostra Italia: il nome universale di Benito Mussolini.
Gli frutterà la nomina ad Accademico d’Italia e il patronato dell’opera Nerone.

L’Accademia Reale d’Italia e la romanità

L’Accademia Reale d’Italia era stata fondata nel 1929 come strumento di dialogo – e ben presto di consenso – tra il fascismo e le “intellighenzie” del Regno d’Italia, attraverso il coinvolgimento del maggior numero possibile di intellettuali.
Nelle intenzioni del Duce, sul modello francese di Richelieu, l’Accademia avrebbe dimostrato l’unità culturale di un Paese da noi riscattato alla gloria dell’effettuale unità sociale. A tale fine furono incentivate anche altre iniziative, come l’Enciclopedia italiana. Ben presto, però, gli obiettivi di «promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale secondo il genio e le tradizioni della stirpe, di favorirne l’espressione e l’influsso oltre i confini dello Stato» (art. 2 dello Statuto), avrebbero di fatto tramutato l’istituzione in un mausoleo per artisti ed intellettuali, usato per coinvolgerli nell’agone politico.
Per quanto concerne Nerone, la tematica incentrata sulla romanità si farà più evidente in lavori di altri compositori, Malipiero e Cilea con il loro “Giulio Cesare”, nei quali l’identificazione del condottiero romano con il Duce è ovvia.

Gli inni fascisti

Altro capitolo della letteratura musicale di quel tempo è costituito dagli inni fascisti, composti da quasi tutti i compositori della “ Giovine Scuola” e non solo: Giordano, con l’Inno all’Italia del 1932, ribattezzato da Mussolini “Inno del Decennale”, riferendosi al decennale dalla Marcia su Roma, cercò una riabilitazione come musicista ufficiale del regime, dopo aver declinato l’impegno di comporre un’opera su Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, impegnato nella lotta contro il papato (dopo i Patti Lateranensi, il fascismo era entrato in collisione con la Chiesa). Occorre poi citare l’Inno a Roma di Puccni (1919) dedicato a Jolanda di Savoia, ma ben presto impiegato nei contesti ufficiali, l’Inno degli avanguardisti commissionato dal Partito Nazionale Fascista a Mascagni nel 1927 e “Giovinezza”, canto scritto da Giuseppe Blanc per i giovani Balilla. Infine l’Inno di Pizzetti. di cui riportiamo un estratto dalla dedica a Mussolini:
Duce,
poter dare almeno una volta al popolo della propria nazione e del proprio tempo un canto in cui esso senta espresso qualcuno dei suoi sentimenti più profondi, qualcuno dei suoi ideali più puri; credo che un poeta o un musicista non possano avere una più alta aspirazione; e tentarlo non è superba presunzione, ma atto d’amore.
Questo Inno che vi mando, del quale già voi udiste una parte inclusa nel film Scipione l’Africano, è un’espressione di amore di un artista che ha sempre amato ed ama la sua terra, la sua gente, la sua patria, sopra ogni cosa al mondo.
Voi che del popolo italiano sapeste come nessuno mai divinare i sent menti più profondi, illuminare le virtù più pure, suscitare le energie segrete, Voi che al popolo italiano date ogni giorno la voce più chiara e più potente per dire le parole più alte che possano essere dette all’intera umanità, giudicate se l’Inno sia degno di essere al popolo italiano offerto perché esso lo canti.

La musica futurista

I futuristi ricevettero disinganni e sconfessioni dal fascismo sin dai suoi esordi al potere. Infatti, al manifesto del 1 marzo 1923, non seguì sostegno, nonostante le evidenti consonanze con gli ideali fascisti: esaltazione della violenza, amore del pericolo, glorificazione della guerra, culto della modernità, religione della velocità. La vis polemica e le proposte ultra nazionalistiche di questo ristretto gruppo sono guardate con timore dal potere che, come nel celebre caso della scena dalla Favola del figlio cambiato di Malipiero censurata perché ambientata in un bordello, vede nella destabilizzazione dell’ordine e dei valori tradizionali più un rischio che un guadagno.

I futuristi e il jazz

Altro problema legato al movimento futurista è la sua difesa del jazz, genere contestato dal regime per il suo carattere “molle e indeterminato”. Come scrive Franco Casavola nel suo Manifesto della musica futurista del 1924 e più tardi nel suo più vasto articolo Difesa del jazz-band apparso su L’ impero nell’ agosto del 1926: Il jazz band rappresenta, oggi, l’attuazione pratica, sebbene incompleta, dei nostri principii: la individualità del canto dei suoi strumenti, che riuni-scono per la prima volta elementi sonori di differente carattere; la persistenza dei suoi ritmi, decisi e necessari, costituiscono la base della musica futurista. Diamo a ciascuno voce nel canto, una individualità libera, improvvisatrice: dall’insieme non prevedibile, nei rapporti improvvisi. E ancora:
Il Jazz Band è il prodotto tipico della nostra generazione eroica, violenta, prepotente, brutale, ottimistica, antiromantica, antisentimentale e antigraziosa. Nasce dalla guerra e dalle rivoluzioni. Rinnegarlo è rinnegarci! È perciò inutile cercarne l’atto di nascita nei villaggi negri o nelle pampas americane.
L’articolo procede con l’identificazione del Jazz Band quale unica via d’uscita tanto dalle «elefantiasi» quanto dalle «rarefazioni» dei compositori contemporanei (citati Wagner, Strauss, Debussy, Strawinskij, Schoenberg), che in modi diametralmente opposti mostrano, a dire dell’autore, l’incapacità di uscire «[dall’] orbita di Beethoven.

Il gruppo dei Cinque

Parallelamente alle correnti veriste nel melodramma e a quelle legate al Futurismo letterario, un terzo gruppo di compositori può essere raccolto sotto la fortunata definizione, dovuta a Massimo Mila, di «generazione dell’ Ottanta». I protagonisti attribuiscono al proprio movimento il nome di «Rinnovamento», «Risorgimento» o «Gruppo dei Cinque», in analogia al gruppo di compositori fondatore della scuola nazionale russa. Così si esprimeva Bastianelli dalle colonne de «Le cronache letterarie» del 2 luglio 1911: Oggi noi, Renzo Bossi, Ildebrando Pizzetti, G. Francesco Malipiero, Ottorino Respighi ed io, vogliamo operare il risorgimento della musica italiana, della vera, della nostra grande musica, la quale dalla fine dell’aureo settecento ad oggi è stata, con ben poche eccezioni, strascinata nella tristezza e nell’angustia dell’affarismo e del filisteismo! […]. La nostra opera deve essere conforme a quella dei pochi eroi della musica russa fra cui fiorì l’Omero russo, Modesto Mussorgsky, eroi che rigettando le lusinghe affaristiche degli imitatori servili delle musiche straniere, vollero creare al loro paese una musica nazionale.
La loro poetica si riassume intorno ad alcuni punti fondamentali: insofferenza per il melodramma ottocentesco, che pareva l’unico genere squisitamente italiano eseguito; rivendicazione del primato musicale italiano, soprattutto nei generi fino a quel momento oggetto di discriminazione o di scarsa considerazione, quali la musica strumentale e quella vocale da camera; costruzione di una propria identità nazionale sullo studio degli antichi maestri; recupero delle fonti e del materiale musicale antico che si accompagna ai primi studi musicologici. In questo gruppo si possono iscrivere Ildebrando Pizzetti, Gian Francesco Malipiero, Alfredo Casella e Ottorino Respighi; successivamente prenderanno le mosse alcuni compositori più giovani come Goffredo Petrassi, Luigi Dallapiccola, Nino Rota e gli esuli Renzo Massarani e Mario Castelnuovo-Tedesco.
In questi compositori la musica ha ancora una concezione elitaria. Per questa ragione, Mussolini, sebbene personalmente affascinato dalla produzione soprattutto strumentale di alcuni giovani compositori come Respighi, nelle sedi ufficiali rispetterà sempre le gerarchie tradizionali, che vedevano gli operisti su un gradino più alto rispetto ai sinfonisti.

La riscoperta del nostro passato musicale

L’intenzione di indirizzare il gusto del pubblico, non influì solamente sulla produzione contemporanea, ma stimolò anche la riscoperta del repertorio antico, come ad esempio quello vivaldiano: Le Quattro Stagioni furono eseguite per la prima vola in tempi moderni nel 1939. Parallelamente si fecero anche operazioni chiamate “ricreazioni”, sulle composizioni dei maestri del passato, adattate al gusto strumentale moderno.

Invidie e gelosie

Come sempre, non mancarono le gelosie tra i vari protagonisti ed è esemplificativa la figura di Gian Francesco Malipiero, che vede nel suo rapporto personale con il Duce lo strumento per risolvere tutti i mali, specie quelli inferti dai suoi oppositori. In una lettera indirizzata al Duce del 19 aprile 1926 leggiamo: Sono un sincero ammiratore di quello che il fascismo ha fatto per l’Italia, ma mi preoccupo della sorte che, in mezzo allo straordinario rinnovamento spirituale italiano, è toccata a quella povera cenerentola che si chiama musica. Tutto è stato messo in valore meno che la musica. La critica musicale […] è rimasta in mano ai disfattisti, cioè a quelli che vogliono la musicalità italiana fatta collo stampo e dietro la maschera di un falso patriottismo esaltano soltanto i dilettanti e la musica commerciale. Nei regi conservatori imperversa la mediocrità (meno che a Milano dove c’è Ildebrando Pizzetti) e si è riuscito a costruire un organismo inutile e che molto presto finirà per diventare dannoso. La musica ha una grande importanza nell’educazione nazionale ed è un ottimo mezzo di propaganda all’estero, ecco perché io spero che queste poche parole possano almeno destare l’allarme; perché, se ella non mi suppone un maniaco, sono a sua disposizione e le sottoporrò certe idee molto precise che hanno ricevuto l’approvazione di Gabriele d’Annunzio […]. Non cerco posti nei Conservatori (sono stato Professore di composizione nel R. Conservatorio di Parma e quasi Direttore del R. Conservatorio di Firenze, ma ho dovuto dimettermi per far piacere alla Massoneria), che troppo bella è la libertà, né accetto onorificenze, però onde ottenere il suo appoggio personale, mi valgo di un titolo soltanto: l’importanza che fuori d’Italia, si attribuisce all’opera mia nonostante la “congiura del silenzio” organizzata da tutta la stampa italiana.

Mussolini, il giudice imparziale

Mussolini è quindi visto quale giudice e regolatore di tutte le diatribe interne.
Il fronte dei giovani musicisti si era diviso su alcuni punti fondamentali: in primo luogo il giudizio sulla musica del secolo precedente, che vedeva esponenti di stampo più conservatore (Pizzetti, Respighi, Alfano) contrapporsi a compositori più innovativi (Casella e Malipiero). Già dal ‘23, contro questi ultimi imperversano critiche di “internazionalismo” e Casella è apertamene accusato di fare «lo straniero in Italia e l’italiano all’ estero».
È tuttavia notevole come in questa fase politica del fascismo sia ancora possibile affermare e difendere posizioni internazionaliste, del tutto insostenibili dopo il ‘39 a causa dell’istituzione del MinCulPop e della sua azione censoria.

Lo scontro con Casella e Malipiero

Ad ogni modo, il 17 dicembre del 1932 si arrivò ad una vera e propria presa di posizione contro Casella e Malipiero, con il Manifesto anti internazionalista e anti modernista cosiddetto “dei Dieci” , perché sottoscritto da dieci tra le più eminenti figure del contesto musicale italiano, tra cui primeggiavano i nomi di Respighi, Pizzetti, Zandonai e Pick-Mangiagalli: Con le dichiarazioni che seguono, i musicisti che le sottoscrivono non presumono né pretendono di assumere pose gladiatorie e atteggiamenti di sedizione […] non è del loro costume crear chiesuole e congreghe per questa o quella finalità estetica o costruire cooperative artistiche di mutuo incensamento muoversi poi in piccoli plotoni cosiddetti d’avanguardia o reali trincee da espugnare. Tuttavia un punto di contatto ci dev’essere e c’è veramente tra uomini di buona volontà e di buona fede ai quali non siano indifferenti le sorti artistiche del nostro paese. […] Tutti i credi estetici, che dovevano sovvertire i canoni tradizionali, sono stati esposti e praticati. Il nostro mondo è stato investito, si può dire, di tutte le raffiche dei più avventati concetti avveniristici. […] Tutto era buono purché fosse impensato e impensabile. Cosa ne abbiamo ricavato? Delle strombazzature atonali e pluritonali, dell’oggettivismo e dell’espressionismo che se ne è fatto, cosa è rimasto? Nel campo musicale, più che altrove, c’è davvero la biblica confusione babelica […] Il pubblico, frastornato dal clamore di tante mirabolanti apologie, intimidito da tanti, profondissimi e sapientissimi programmi di riforma estetica, non sa più qual voce ascoltare né qual via seguire […]. S’è infiltrato nello spirito dei giovani un senso di comoda ribellione ai canoni secolari e fondamentali dell’arte […]. L’avvenire della musica italiana non par sicuro, se non alla coda di tutte le musiche straniere. Bisogna affrancare i giovani dall’errore in cui vivono […] nulla del nostro passato ci sentiamo di dover rinnegare […] nulla è indegno dello spirito artistico della nostra razza […] I Gabrielli e i Monteverde (sic!), i Palestrina e i Frescobaldi, i Corelli, gli Scarlatti, i Paisiello, i Cimarosa, i Rossini. I Verdi e i Puccini son fronde varie e diverse di uno stesso albero.
F.to Ottorino Respighi, Giuseppe Mulé, Ildebrando Pizzetti, Riccardo Zandonai, Alberto Gasco, Alceo Toni, Riccardo Pick-Mangiagalli, Guido Guerrini, Gennaro Napoli, Guido Zuffellato.

Ancora Mussolini dirime la matassa

La vicenda si concluse ancora una volta di fronte a Mussolini in persona, con una sostanziale liquidazione del caso. Malipiero, infatti, ricevuto dal Duce il 28 dicembre, preferisce non scatenare bufere prima dell’incontro e cerca di stemperare le polemiche con una lettera aperta all’ amico e collega Respighi (25 dicembre 1932); Casella, dal canto suo, trattenuto da Malipiero, si limiterà a rispondere con un articolo (datato ottobre ‘32 ma uscito nel marzo ‘33) in cui attacca i detrattori dell’avanguardia, rivendicando il carattere profondamente fascista della sua musica: questa musica è profondamente fascista […] Essa è fascista perché permeata del medesimo spirito che anima oggi tutta la Nazione in una gigantesca totalità, spirito che il Fascismo incarna al più alto grado e che consiste in un’armoniosa fusione tra modernità e tradizione.

Rivendicazioni e favori

Non mancano, naturalmente, le rivendicazioni personali e le richieste di favori. Ecco ad esempio l’estratto di una lettera di Malipiero al Duce del 25 marzo 1936: Eccellenza, credo che un’altra volta ancora i miei “nemici” abbiano tentato di mettermi in cattiva luce, denunziandomi a Vostra Eccellenza. Di più non so. Credo che c’entri la R. Università di Padova, dove tengo un corso di Storia della Musica in un’atmosfera di grande simpatia. Vorrei che Vostra Eccellenza sapesse che è giunto il momento di decidere e sarei felice se fosse Vostra Eccellenza che decide se l’Italia deve avere un musicista di più o uno di meno. Potrei essere orgoglioso della guerra che mi fanno qualora fosse leale e se non dovessi ora seriamente pensare alla mia vita materiale. Quella morale artistica è definitivamente a posto, ma vorrei non contare soltanto sui posteri. I miei avversari cercano di impedirmi ogni attività in seno alle istituzioni culturali fasciste[…]. Ho tante prove quanto bastano per convincermi che il pubblico italiano (anche il popolo) se lasciato in pace, è capacissimo di comprendere ogni musica, anche la mia musica. Sono gli intermediari che approfittano del mio isolamento per insidiarmi. Parlare nel momento attuale al Duce della mia situazione personale è forse un errore, ma come Vostra Eccellenza ha letto quello che scrivevano i miei avversari spero potrà leggere queste righe […].
Il mio posto al Conservatorio di Venezia è sempre quello di un avventizio […] Io vorrei abitare a Roma: dal posto che ho a Venezia, non si potrebbe trasferirmi a Roma, al Santa Cecilia? Basterebbe volere. Non starei male vicino al mio amico Ottorino Respighi […].

Conclusione

Questo tratto ci fa comprendere che mutano i regimi, ma l’Uomo resta sempre lo stesso, con le sue aspirazioni, nobiltà e “miserie”. A questi protagonisti, che ebbero un momento di gloria, prima d’essere relegati nella prigione dell’oblio, mi auguro che un giorno, al di là delle ideologie e del giudizio della Storia su quegli anni, sia possibile valutarli solo ed esclusivamente sul piano musicale, per ciò che hanno creato e ciò che hanno riportato alla luce.

Massimo Carpegna

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