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NBA: happy birthday Michael Jordan

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La leggenda di Michael Jordan inizia 52 anni fa a Brooklyn, New York. Figlio di Doloris, un’ impiegata, e James Jordan Sr, operaio in una centrale elettrica, Michael è un ragazzino tranquillo e timido che ama lo sport e la sua famiglia, con la quale si trasferisce in gioventù a Wilmington, una cittadina della North Carolina. Il giovane Michael frequenta la Liney High School e tenta di entrare nella squadra di basket del liceo, finendo tuttavia scartato al suo primo tentativo. Riuscirà a entrare nella squadra l’anno successivo e ne diventerà immediatamente uno dei giocatori principali attirando su di se le attenzioni delle più prestigiose università americane. Deciderà di giocare per l’università di North Carolina dove vincerà il titolo NCAA al primo tentativo: sotto la guida esperta di coach Dean Smith e con il supporto di compagni di squadra di livello assoluto, come ad esempio la futura stella dei Los Angeles Lakers James Worthy, quella di North Carolina sarà una cavalcata trionfale verso il titolo che culminerà con la vittoria in finale contro George Town con l’ultimo decisivo tiro realizzato proprio da Michael. Dopo altre due stagioni al college e la vittoria della medaglia olimpica con la nazionale americana alle olimpiadi di Los Angeles del 1984, Jordan si dichiara eleggibile al draft in quello stesso anno. E’ pronto per la NBA.

Michael gioca la sua prima stagione da professionista con i Chicago Bulls. La franchigia dell’Illinois infatti lo sceglie nell’estate del 1984 con la terza scelta del draft. Michael è incontenibile: segna, lotta e porta la squadra, per la verità non tra le più forti del momento, ad una insperata qualificazione ai play-off. Non arrivano subito i trofei per il giovane Michael ma il suo modo di giocare, il suo carisma e la sua personalità lo portano immediatamente sotto i riflettori: è l’idolo dei tifosi, il più ambito dagli sponsor e il più temuto dagli avversari. Dopo una gara di play-off del 1986 giocata contro di lui, il grande Larry Bird disse: “Ho visto Dio, ed era vestito da Michael Jordan”. Jordan mette sul campo tutto se stesso e le sue cifre parlano per lui; è il miglior realizzatore della squadra, l’uomo di riferimento della franchigia, ogni sera che scende in campo esalta,ispira… ma non vince.

La vera consacrazione di Michael come dominatore assoluto del basket americano arriva agli inizi degli anni ’90, quando siede sulla panchina di Chicago coach Phil Jackson. In tre anni, dal 1991 al 1993, i Bulls vincono tre titoli NBA realizzando il così detto “three-peat”, impresa riuscita solo ad altre due squadre nella storia della NBA. In questi anni Michael è semplicemente leggendario: nei play-off e soprattutto nelle finali è inarrestabile e polverizza un record dietro l’altro. Ma è il rapporto con il suo nuovo allenatore che lo ha finalmente reso un vincente: Jackson lo ha cambiato, lo ha inserito in un contesto di squadra che esalta le sue qualità e gli ha permesso di innalzare, insieme al proprio, anche il livello di gioco dei compagni.

Nel 1993 però una tragedia sconvolge irreparabilmente la vita di Michael: suo padre James muore sul ciglio di una strada della Carolina mentre sta dormendo sul sedile anteriore della sua Lexus, brutalmente assassinato da due criminali che stavano tentando di rapinarlo. Al culmine della sua carriera Michael si sente solo e vulnerabile e decide di ritirarsi; vuole che l’ultima partita di basket che ha giocato l’abbia vista suo padre. Questo è un periodo particolare della sua vita. Inizia a giocare a baseball, lo sport che suo padre amava di più, e non vuole più saperne di tornare a giocare a basket. Per la prima volta l’idea di Jordan nell’immaginario collettivo della gente inizia a cambiare; lui era un eroe moderno, un iniziato del basket che trascendeva dal gioco fino a toccare gli animi della gente che lo guardavano volare a canestro. Michael era diventato più grande della lega, più grande del gioco stesso. Ma adesso stava vacillando. Ben presto però si rende conto di non potersi separare così improvvisamente dalla sua indole, la sua vera natura lo richiama a se e Michael Jordan decide di tornare a giocare.

Torna nel mese di Marzo del 1995 giusto in tempo per giocare i play-off e rendersi conto di essere rimasto indietro: si sente forte si, ma non come prima. I suoi Bulls escono dai play-off e i suoi avversari gongolano: Michael non sembra più essere il giocatore di prima. Nell’estate del’95 però Michael si sottopone ad un estenuante regime di allenamento che gli permette di presentarsi in uno stato di forma eccellente all’inizio della nuova stagione: vuole dimostrare al mondo di essere ancora il più forte di tutti. Le successive tre stagioni di Michael sono probabilmente la massima espressione del gioco per sagacia, continuità e tecnica: i suoi Bulls vincono di nuovo tre titoli consecutivi e si consacrano alla storia come la squadra invincibile; non è scontato che vincano, ma alla fine vincono sempre. Ormai si aspetta solo di vedere come.

La carriera di Michael Jordan terminerà con gli Washington Wizards nel 2003, esperienza certamente meno ricca di soddisfazioni rispetto ai suoi trascorsi ai Bulls ma nella quale riuscirà comunque a battere nuovi record e a mantenere medie realizzative di tutto rispetto.

Raccontare la storia di Michael Jordan attraverso le sue imprese è certamente un eccellente strada per tributargli i giusti onori e riconoscimenti, ma indubbiamente credere di poter racchiudere ciò che Michael è stato per il basket in poche righe è una vana illusione. Egli è stato per anni il gioco stesso; lo ha cambiato per sempre e allo stesso tempo lo ha reso immutabile e irraggiungibile. Michael Jordan e il basket sono oggi due entità inscindibili: non si può parlare dell’una senza nominare l’altra.

Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi. Niente di più e niente di meno. Buon compleanno Michael.

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